Fertili divergenze per ridare la musica di Virginia Woolf

Da Anna Nadotti e Marisa Sestito soluzioni differenti, a tratti lontane, per un traguardo affine

ENRICO TERRINONI - il Manifesto Editore • 21 Lug 12 • Libri & culture • 588 Viste • Nessun commento su Fertili divergenze per ridare la musica di Virginia Woolf

Commentando il tocco magistrale con cui John Donne ci tuffa nel vivo della sua poesia in maniera diretta, esplosiva, già  a partire dal primo verso, senza preamboli o fronzoli, Virginia Woolf spiega: «alle prime parole ti attraversa una scossa: percezioni, in precedenza ovattate e intorpidite, prendono vita con un fremito». Sembra parlare, non di Donne, ma della propria tecnica, quella di scaraventare il lettore, sin dalle prime righe, nel mare della narrazione, in medias res, nel bel mezzo di un evento, senza introduzioni o avvertimenti. Leggendo la Woolf ci tuffiamo, per così dire, direttamente nella storia, e diveniamo subito parte di essa, come i personaggi, di cui impariamo a comprendere i pensieri, le emozioni, le paure. 
Sulla scia del suo ideale predecessore, la Woolf è maestra nel ritrarre la pioggia di impressioni che ci inonda, nell’assistere al teatro della realtà , nell’ammirare quel rincorrersi di atomi caotici e in libertà  che compongono, disfanno, e ricompongono continuamente il nostro sguardo sul mondo. Secondo Terry Eagleton, l’opera di Virginia Woolf è tutta incentrata proprio sul ritrarre «momenti privilegiati colti nel fluire profano del tempo». Ma il critico marxista vede un rischio in quella capacità  della Woolf di rappresentare il mondo come fosse qualcosa di arbitrario e caotico. Spesso, dice, ciò che reputiamo casuale e arbitrario non lo è affatto, e un senso va sempre ricercato, una volta conclusasi la «doccia di emozioni» di cui sopra. 
Facendo un passo indietro, sia le parole dedicate a John Donne dalla Woolf, sia quelle di Eagleton sulla tecnica della scrittrice, ben descrivono uno degli incipit più memorabili della letteratura contemporanea, quello di Mrs Dalloway, opera principe di Virginia Woolf: «Mrs Dalloway said she would buy the flowers herself». A solo qualche istante dall’inizio della lettura, siamo già  nel bel mezzo dell’azione. Perché Clarissa Dalloway non ha bisogno di presentazioni: si affaccia alla finestra della (nostra) storia, e noi siamo già  lì, a guardare, ad aspettare.
Escono in queste settimane due importanti e belle traduzioni, entrambe intitolate La signora Dalloway, del capolavoro di Virginia Woolf – traduzioni che seguono, e idealmente si confrontano con la storica versione di Nadia Fusini, uscita per Feltrinelli nel 1993. Queste nuove riscritture – guai a parlare di «ritraduzioni»: le versioni ultime di un testo devono affiancarsi alle precedenti, non aspirare di mandarle in soffitta – escono per Einaudi (traduzione di Anna Nadotti, euro 9, pp. 194), e Marsilio (traduzione di Marisa Sestito, euro 24, pp. 479). La prima è introdotta dalla poetessa Antonella Anedda, la seconda, con testo a fronte, dalla stessa traduttrice. Si tratta di esperimenti per molti versi affini, ma che raggiungono risultati, e si propongono obbiettivi certamente diversi. 
Non c’è bisogno di dare pagelle. Quello di spulciare le traduzioni a partire da criteri fasulli quali l’aderenza al testo e la fedeltà  è un esercizio futile, e suonano stucchevoli, a chiunque capisca qualcosa di traduzione, frasi del tipo «è stata colta la voce dell’autore», «la traduzione rispetta lo spirito dell’originale» e altre ingenuità  del genere. La traduzione non è mai un’equazione fissa, ma sempre un evento comunicativo in divenire, e non va giudicata sulla base delle singole rese o soluzioni, ma semmai dall’effetto globale. Il lavoro artigianale di quegli scrittori invisibili che sono i traduttori merita qualcosa di più di qualche commento assolutorio, encomiastico, o di condanna. 
Per questo, meglio fermarsi all’incipit, che è in sé il biglietto da visita di un romanzo. È spesso grazie alle prime battute, infatti, che il lettore viene catturato o perduto per strada. Il caso della Woolf, maestra di incipit, è in ciò emblematico. Non stupisce, dunque, come sia la Nadotti sia la Sestito propongano un’identica soluzione, obbligata, a quanto pare, dalla sintassi e dal lessico dell’originale: «La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei». È la stessa scelta della Fusini, la quale aveva però optato per «comperati», dislocando quindi nel tempo, e a ritroso, se vogliamo, l’esperienza del lettore di oggi. 
Ma oltre la soglia della prima frase, le differenze si fanno sentire, eccome. Mentre la Sestito segue spesso da vicino il dettato sintattico e lessicale, attenta a riprodurre la musicalità  dell’eloquio woolfiano, la Nadotti appare perseguire più di frequente la regola della deviazione, sempre alla ricerca di un senso che sembra ricrearsi nell’atto stesso del fluire narrante. Il risultato, direbbero i traduttologi, è una versione lievemente più source-oriented nel primo caso, e una più target-oriented nel secondo. Come a dire, nel primo il focus appare in massimo grado il rigore filologico con cui si affronta il testo, ma interpretato alla luce dell’impressionismo musicale della Woolf, mentre nel secondo la dominante è la rincorsa assoluta di melodie nel flusso della narrazione. Vediamo ancora qualche stralcio dell’incipit: «The doors would be taken off the hinges» / «Le porte andavano levate dai cardini» (Sestito) / «Bisognava togliere le porte dai cardini» (Nadotti). Siamo ancora su terreni simili, per quanto la riformulazione sintattica sia più evidente nel secondo caso. 
Ma le traduttrici prendono strade differenti già  due righe più in là , quando la Woolf ci regala una similitudine di grande complessità : «what a morning – fresh as if issued to children on a beach» / «che mattina – fresca, come elargita a dei bambini su una spiaggia» (Sestito) / «che mattina – fresca come se fosse scaturita per dei bambini su una spiaggia» (Nadotti). La distanza principale tra le due versioni nasce dalla resa di quel subdolo «issued»: in inglese vuol dire tante cose, ed è di certo il marchio della tecnica defamiliarizzante, in questo travolgente incipit della Woolf. «To issue» è un verbo dall’uso in gran parte burocratico e formale, con il senso di «distribuire, allocare, rilasciare, diramare», ma anche quello più economico di «emettere (azioni)» o «elargire». Anche nella forma passiva, qui usata, conserva un che di amministrativo, nel significato di «ricevere in dotazione». In senso lato, come nell’uso biblico ed evangelico, vuol dire «procedere, discendere da». Metaforicamente è anche un sinonimo di «apparire (alla vista), comparire, scaturire». Insomma, nel testo inglese il termine produce una carambola di significati, coniugandoli proprio in quella doccia polisemica di impressioni così tipica della scrittura di Virginia Woolf. 
In traduzione, dove la scelta è d’obbligo, è spesso impossibile riprodurre la stessa ampiezza semantica. La traduzione è un prisma che rifrange la luce dell’originale, la decompone e poi la libera in mille rivoli nuovi. E allora, le due scelte, la mattina «elargita» della Sestito, e quella «scaturita» della Nadotti, entrambe accortamente defamiliarizzanti, ricompongono in maniera diversa i frammenti del mosaico, ma prendendo strade distanti. La Fusini aveva optato per un meno straniante «creata», forse memore anche del rimando biblico. Su una linea simile, potevamo avere «donata», «regalata», «offerta», e chi più ne ha più ne metta. Le opzioni sul tavolo sono tante, e la scelta, necessaria e spesso dolorosa, obbliga a imboccare un percorso, spesso scartandone altri. È per questo che la traduzione non può, e non deve aspirare ad essere una ricreazione totalizzante, definitiva, la versione ufficiale e di riferimento di un testo scritto in una lingua altra. Chi lo crede, o è un ingenuo o è un illuso. 
La traduzione è, invece, un tendere all’infinito, sempre volta al futuro, ma innegabilmente radicata nel passato, alla ricerca continua della ristrutturazione, della riscrittura e della ricomposizione d’un messaggio ben localizzato nel nostro ieri, ma sempre proiettato sui nostri domani. Le due strade, i due esperimenti di Einaudi e Marsilio, aiutano a comprendere proprio questo: che si può partire da uno stesso punto e poi prendere strade divergenti, talvolta lontane e all’apparenza irreconciliabili, ma sempre in cammino verso la luminosità  di traguardi affini.

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