Anna Lombardo. La poesia è parola che osa guardare oltre

Anna Lombardo Geymonat, poetessa, giornalista e insegnante, è da anni una delle animatrici della vita culturale di Venezia

Orsola Casagrande, Global Rights • 16 Gen 17 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 1016 Viste • 13 commenti su Anna Lombardo. La poesia è parola che osa guardare oltre

Anna Lombardo è nata a Locri in Calabria ma è veneziana d’adozione. Poetessa, giornalista e insegnante, Lombardo è da anni una delle animatrici della vita culturale di Venezia.

A novembre ha partecipato a quello che definisce lei stessa “un incredibile festival in Colombia, a Ceretè (nella regione di Cordoba) organizzato da 25 anni da questa incredibile e tenace donna, Lena Garcia”. Un festival di ‘mujeres’ nel quale la poesia è stata “il miele, il collante che ha tenuto unite, nonostante le differenze linguistiche, ventidue artiste provenienti da diverse parti del mondo”.

Voci forti, voci attive che hanno dialogato apertamente con giovani studenti, con la gente del luogo, e, come sottolinea Anna, “tra noi stesse (un’occasione magnifica e sempre più rara) raccontando e rivelando situazioni e aspetti che pochi osano dire così chiaramente: dalla lotta delle donne in San Salvador alla falsa democrazia e libertà che si respira nel nostro occidente”.

Questi giorni trascorsi sotto il pesante clima colombiano, hanno confermato ad Anna “come la poesia pur essendo un atto individuale è un atto marcatamente collettivo capace ancora di produrre conoscenze, aggregazione, di far discutere dei lacci e dei ruoli che come donne ci limitano ed incatenano a dei ruoli che nessuno si è scelto e che, a ben vedere, penalizzano tutti”. Ruoli che “non servono alla maggioranza della popolazione mondiale, servono a pochi che stanno coscientemente o incoscientemente distruggendo la nostra umanità. Possiamo permetterlo ancora?  Io non credo”.

Questa intervista ad Anna Lombardo inaugura una serie di interviste con donne poetesse. Molte delle interviste sono state realizzate dalla stessa Anna. L’idea rientra nel percorso più ampio intrapreso da Global Rights Magazine con il numero dedicato alla letteratura (La parola alla letteratura) ma anche con le sezioni Culture of Liberation e gli e-book omonimi, liberamente scaricabili dal sito.

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Quando inizi a scrivere poesia?

Credo che le prime poesie cominciai a scriverle quando iniziai il mio diario personale, verso gli undici anni. Frequentavo allora la scuola media e,  grazie al mio professore d’italiano, lessi ‘Il diario di Anna Frank’. Ho sempre letto molto fin da bambina, a cinque anni ho fatto la primina in una scuola privata gestita da suore molto severe e poi, a sei anni, dopo un esame, passai in seconda in una scuola pubblica. Il mondo della scrittura mi affascinava, così come il suono delle parole stesse e mi piaceva giocare con le parole fin d’allora. In quel mio primo diario ci mettevo di tutto: eventi della giornata trascorsa a scuola, le mie infantili visioni del mondo, notizie che sentivo alla radio o vedevo alla televisione, commenti su film o libri che leggevo, discussioni fatte in famiglia o con le amiche, e anche situazioni di ingiustizia che percepivo nella cittadina della Calabria, Locri, dove sono nata.

Un po’ di tutto, insomma, e ci aggiungevo anche dei disegni o delle immagini ritagliate da giornali o da libri che mi sembrava rappresentassero visivamente ciò che andavo esprimendo con le parole.  Ricordo che avevo pudore però a fare leggere le mie poesie o i miei primi scritti in prosa ad altri. Mi sentivo troppo esposta, non protetta. In fondo quello era il  mio modo di rispondere a ciò che mi succedeva attorno, e a ciò che succedeva dentro di me, insomma lo sentivo solo mio.

Vagamente percepivo che questo pudore aveva anche un’altra motivazione legata al peso minore che il dire di una donna aveva. A scuola ci facevano studiare  essenzialmente autori, quasi mai autrici. Insomma la scrittura, la parola pareva solo un campo esercitato da uomini. Io trascorrevo molto tempo a leggere, cosa che per mia fortuna era abbastanza tollerata nella mia famiglia. Leggevo i libri che trovavo a casa, e spesso ne prendevo altri in prestito dalla biblioteca del mio paese e credo di essere stata una delle poche a frequentarla, con molto piacere da parte del bibliotecario che alla fine mi permetteva di girare liberamente tra gli scaffali per scegliere un libro prima di farne richiesta scritta. Conobbi così molto della letteratura americana, inglese, tedesca e anche russa ma quasi tutta di autori. Poche erano le scrittrici anche in quella biblioteca. Mi piaceva molto anche il teatro, lessi Gogol, Brecht. Non lessi tutto ovviamente di quei autori e non so quanto capissi di quei testi; andavo ‘a naso’ (cosa che faccio ancora quando posso in quelle poche librerie che te lo permettono): un giorno un romanzo inglese, un altro un dramma russo, e devo dire che mai il mio ‘naso’ mi tradì. Diciamo che ho nutrito la mia immaginazione e la mia scoperta del mondo(in tutti i sensi) avvenne in modo selvaggio, non certo in modo organico, ma appassionato. Al liceo poi scoprii l’Ariosto, il Leopardi e  il linguaggio poetico mi piaceva sempre di più, mi restituiva una libertà diversa e potente, mi pareva che rendesse più umani tutti gli esseri umani (indipendentemente dal sesso); permetteva uno scambio attivo di emozioni, riflessioni, visioni del mondo e sul mondo al di fuori dell’orientamento produttivo della società rigidamente basato sui ruoli.

Credo che la poesia, fin d’allora, mi rivelò anche la mia ‘relazione’ conflittuale con il mondo, e fu allo stesso tempo lo ‘strumento’ con cui rispondevo al mondo, anche se era una risposta visibile e godibile solo a me a quei tempi. Quasi ne avevo paura, per la verità così chiara che ci andavo trovando, e non riuscivo a capire perché ‘i grandi’, gli adulti cioè, attorno a me non capissero e non leggessero poesie. Un giorno, non so come, al liceo trovai il coraggio di fare leggere le mie poesie alla mia compagna di banco, di cui mi fidavo particolarmente. Lei le apprezzò molto ma non ci vedeva nessuna utilità, le considerava superate e legate solo all’ambiente scolastico. Questo credo che aumentò il mio disagio e la mia convinzione che era meglio tenere per me ciò che scrivevo.

 

Arrivi a Venezia alla fine degli anni ’70. Che ambiente hai trovato? Continuavi a scrivere poesia?

Di fatto fu solo quando giunsi a Venezia per frequentare l’Università, a quasi diciotto anni, che cominciai a far leggere i miei testi, che comunque non avevo smesso di scrivere, ad una cerchia più ampia ma comunque sempre ristretta a coloro che con cui condividevo la pratica poetica. In quegli anni collaboravo con un collettivo studentesco universitario che stampava (sarebbe più corretto dire ‘ciclostilava’, veramente- ti parlo del sessantotto) un suo foglio contro il servizio militare, la guerra e l’inquinamento ambientale; c’era anche una sezione dedicata alla poesia. Non in tutti i collettivi, devo dire, la poesia trovava libera cittadinanza o veniva considerata come uno degli strumenti creativi che avevamo a disposizione per esprimere la nostra visione del mondo e il  nostro dissenso. La politica o quella visione che allora avevamo della politica era più importante e significativa. La lotta passava attraverso volantini, proclami, manifestazioni, occupazioni e scioperi. La poesia? Un diletto per coloro che avevano tempo da perdere. Non era molto considerata, la musica era ritenuta più efficace ed era molto di più acclamata e seguita – e devo dire che questa visione è presente ancora oggi anche nei vari movimenti giovanili, purtroppo. Un giorno un mio carissimo amico friulano, anche lui poeta, e con il quale, dopo le canoniche riunioni politiche, producevamo scrittura a quattro mani- come la chiamavamo-,  mi chiese delle poesie da pubblicare in quel foglio. I miei testi cominciarono così a circolare grazie a lui. Questo ovviamente mi fece riflettere nuovamente e la mia scrittura ‘privata’ assunse una valenza collettiva;  capivo che non potevo tenerla nascosta e separata dalla mia esperienza quotidiana.

La responsabilità verso la mia scrittura divenne più consapevole in quei primi anni d’università e, anche se non ne parlavo proprio con tutti, almeno ne parlavo e la condividevo. Credo che fu quella condivisione con dei ‘lettori’ che non conoscevo personalmente che mi dette più fiducia e in qualche modo mi permise di tenere sotto controllo quel mio iniziale pudore e il mio imbarazzo. Ovviamente in seguito ci furono incontri molto importanti e significativi per me (per esempio quello con il poeta americano Jack Hirschman nei primissimi anni novanta), che hanno aumentato ancor di più il mio convincimento che la lettura, lo scambio poetico, la traduzione poetica e soprattutto l’ascolto non solo potesse spezzare l’esilio in cui la poesia era stata da molto tempo relegata ma anche potesse dare voce a chi voce non aveva. Nei primi anni d’università ebbi una storia con uno studente greco che mi fece conoscere i testi di Jannis Ritsos (un grande per me e il suo Epitaffio mi regala ancora fortissime emozioni), Costantino Kavafis e altri poeti greci e mi resi sempre più conto della forza rivoluzionaria e della resistenza che c’è nell’atto poetico e nella poesia ed ho cominciato anche a ragionare sul perché questa è una delle prime forme artistiche e creative che si tende più a controllare, regolarizzare, limitare,  e/o denigrare  soprattutto in quei paesi dove la libertà, e i diritti uguali per tutti sono i punti neri delle agende partitiche e politiche.  Bè, per tornare alla tua domanda, ho cominciato presto a scrivere poesia ma ho avuto piena consapevolezza di questa scrittura un po’ più tardi.

 

Che cosa ispira la tua scrittura? Una immagine, un sentimento, una sensazione, un fatto… in altre parole come nasce e come si sviluppa il processo di creazione per te…

Ispirazione! In genere le immagini, o i fatti sono quelli che mi raggiungono dal mondo esterno, sono quelle riferite alla nostra complicata relazione con il mondo ambientale, per esempio, o con noi stessi e gli altri. Sono l’intolleranza, l’odio, lo stesso silenzio che ci circonda di fronte ai misfatti del mondo ma anche ciò che colgo negli occhi della gente, o che riesco a leggere nei loro corpi, o immagini e situazioni che provengono dai telegiornali e dalle notizie che ci sommergono indiscriminatamente. Tutto questo si mescola con le mie reazioni. Senz’altro il mio occhio poetico privilegia quei temi che indagano il nostro andare e venire, queste stupide e infinite guerre che ancora si ostinano a fare, le verità che il mondo impone a sé stesso, il silenzio dei tanti, il ruolo marginale della donna, la sua impotenza e la sua complicità ma anche i temi dell’amore e la relazione spesso malata che abbiamo con questo sentimento per me vitale.

Il processo di creazione varia, non è sempre lineare o riconoscibile ma è continuamente attivo. Ho sempre in testa versi, parole, immagini che ruotano in ogni momento: quando vado a fare la spesa, parlo con qualcuno, mi lavo o lavoro. Insomma c’è sempre una continua tensione che a volte, quando non posso esprimerla, mi rende ansiosa, inquieta. Ho bisogno allora di ritirarmi, trovare un posto per poter scrivere. Alcune volte dei testi molto lunghi riesco a scriverli in una serata, senza averci apparentemente riflettuto,  altre volte mi rigiro un verso in testa, o una parola per molti giorni prima di scriverli.  Ci sono anche dei momenti in cui mi sveglio con dei versi già in testa e li appunto subito per non dimenticarli. A volte sono già poesie complete che ho come maturato dentro, altre volte solo dei versi che non trovano una loro soluzione. Credo che il mio processo creativo sia molto interno, si lavora dentro. Probabilmente perché ho sempre dovuto fare i conti con un tempo per me molto spezzettato. Scrivo per lo più di sera. Il fatto è che ci vuole sempre del tempo per scrivere e spesso la mancanza di tempo rende tutto molto penoso.

 

In che senso?

Mi spiego. La poesia, almeno nella mia esperienza, mi richiede una concentrazione continua e intensa rispetto alla scrittura di un racconto o un romanzo; necessita di una intima relazione con me stessa, il mio corpo e anche con il mio spazio. Se lavori, come molte di noi fanno, questi momenti non sono sempre a portata di mano. Noi donne siamo continuamente ‘distratte’ da mille cose: la spesa, la lavatrice, la casa etc. etc. Quando devi lavorare su un testo poetico finisce che qualsiasi interruzione (anche il telefono per esempio) si porta via tutta la tensione, tutto ciò che nel frattempo si era mosso dentro di te e ti lascia un po’ spodestata. A volte però ho bisogno di ‘interferenze’ per aggiustare il tiro o vedere più chiaro in quello che sto facendo.

Per esempio quando scrissi il lungo poema su Didone lo pensai come una risposta di Didone al suo creatore, Virgilio, fin da subito. Ma alla fine scrissi un monologo tra Didone e la prima kamikaze cecena di cui si venne a conoscenza nei primi anni del duemila. In quel periodo mi stavo interrogando sulle figure femminili nei testi di alcuni poeti classici (Penelope, Antigone e Didone etc.). Lavoravo soprattutto sulla risonanza di queste visioni di donna nell’immagine che la donna aveva introiettato di se stessa. Quanto cioè queste figure mitiche avessero nutrito sia il nostro immaginario femminile sia quello maschile, marchiando, dirigendo e limitando in entrambi una visione personale e libera . Quanto di ‘donna’ c’era in quelle figure di donne fissate dai poeti, insomma, e quanto invece esse erano il risultato della proiezione tutta maschile di una ‘idea’ di donna che si avvicinava più all’immaginario maschile della propria parte femminile. Su questo si discute ancora poco. Ricordo che stavo rileggendo le pagine che Virgilio dedicava a Didone, questa figura mitica di regina cartaginese, quando sentii la notizia della strage nel teatro di Mosca. Tralasciai per molti giorni Virgilio e lessi invece un paio di testi sulla situazione in Cecenia e di queste giovanissime donne trasformate in kamikaze. Di tutti i miei testi, credo che questo sia stato quello che abbia ricevuto benefici da quelle interferenze. Almeno credo. L’ho rivisto più volte e devo dire che lo capii molto di più quando, per via di una traduzione che ne fu fatta in inglese, dovetti rispondere a dei chiarimenti da parte dei traduttori. Ci tenevo che si capisse che Didone, da donna, parlava ad un’altra donna rispetto al tema dell’amore, della sudditanza e della necessità di trovare altre strade che non portassero alla distruzione di sé stessi. Alla fine capii che avevo considerato Didone come la prima Kamikaze  ‘costretta ’dalla storia a quel ruolo e non da sue libere scelte. Come vedi il processo creativo segua sentieri differenti ma il  tempo che hai a disposizione per rispondere alla necessità della scrittura (per me è necessità) e per scambiare idee con le altre e con gli altri non è mai sufficiente. Insomma un processo creativo, come dicevo prima, non sempre lineare e disciplinato. Io non sono una persona molto disciplinata di mio, comunque. Forse questo influisce?

Non ho una risposta precisa al momento.

 

La poesia, come la scrittura, è in qualche modo un atto individuale, un’espressione intima che il poeta poi decide di condividere o meno con i lettori. Tu sei da sempre impegnata nell’organizzazione di eventi collettivi, che riuniscono poeti che condividono tra loro e con i lettori quello che scrivono.
Quanto importante è per te la partecipazione del poeta alla vita quotidiana? O detto altrimenti: che ruolo può avere la poesia nella denuncia, nell’impegno anche politico del quotidiano?

Per me la scrittura poetica è un percorso attivo, di ascolto e lettura di sé stessi e del mondo, che tende a rimetterci in gioco, ci spinge a cercare la nostra voce, ci interroga sulle nostre posizioni, sui nostri stessi limiti. E in questo ci vedo la sua forza rivoluzionaria e non solo di denuncia. Io credo molto nella responsabilità della scrittura: non posso scrivere e restare alla finestra a guardare. Non mi interessa quel tipo di poesia. Quella è una poesia che fa male, sollecita solo la tua passività, fa male a tutti non solo a chi la produce, a chi l’ascolta o legge e a chi la vende. C’è chi dice, e sono in molti ancora, che la poesia non deve prendere posizione, che è al di sopra di tutto. Ma al di sopra di cosa? Spesso incontro dei poeti che si negano ad un evento poetico contro la guerra per esempio, perché non vogliono schierarsi. Questa sacralità della poesia, e quindi del poeta (nota non della poetessa, sic!), è un’altra ossessione che i critici purtroppo hanno da sempre avvallato per secoli; è un altro modo con cui il sistema non vuole essere giudicato, cambiato. Un altro modo con cui ci si vuole ‘sudditi convinti’. La poesia, come tutta l’espressione artistica che si definisce tale, ha un patto di impegno e responsabilità verso se stessa e il mondo, un patto che non può essere tradito.

La poesia è parola che osa guardare oltre, osa sollevare la coltre che offusca anche le migliori intenzioni; è la parola che ‘habla’ con il mondo intero e per il mondo. Io continuo a credere che sia non solo necessaria ma un diritto di tutti come il pane, come l’acqua che ci viene sempre più sottratta. Ci offre un terreno di risonanze comuni anche se attraversate da differenze e forse questa è anche la sua ricchezza. La poesia sa intessere fili, reti e apre sempre di più alla comprensione, alla tolleranza, alla convivenza veramente civile e rispettosa delle proprie differenze. Son convinta che la poesia abbia e possa riprendersi uno spazio di partecipazione attiva in questa società tesa per lo più a raccogliere ciò che è immediatamente fruibile. La poesia richiede tempo non solo per la scrittura ma anche per l’ascolto e questo tempo sempre più spesso ci viene sottratto ma questo tempo ci appartiene. Non pensiamo quasi mai che in fondo, quello che ci viene negato, quando la poesia viene negata o messa all’angolo, è soprattutto il nostro diritto di non dedicare tutto il nostro tempo ed energie alla sola vocazione concessa e accettata da questa società: quella produttiva in tutti i sensi. Credo che la poesia possa essere ancora un utile strumento contro questo tipo di pensiero unico. Per me lo è.

 

Tu sei anche insegnante. Credi che la scuola oggi riesca a trasmettere l’amore verso la poesia e più in generale la letteratura? Ovviamente molto dipende dal professore, ma voglio dire, la scuola, così come è organizzata, favorisce e propizia occasioni di creatività, condivisione di inquietudini?

Certo che ci credo, ma la mia convinzione si scontra con una situazione nella nostra scuola (mi riferisco soprattutto a quella italiana, ma da quello che ho potuto vedere mi pare sia una situazione generale) che non trasmette nulla ma disperde tutto. Non riguarda solo l’approccio del docente o della docente: è una questione di fondo. Cosa si vuole dalla scuola? Cosa questa società vuole dalla scuola? Io ho sempre creduto e sostenuto che il compito della scuola non è assolutamente quello di formare lavoratori flessibili ad ogni legge di mercato, ma quello di dare strumenti critici per leggere sé stessi e il mondo. Quest’ultima riforma la cosiddetta  ‘buona scuola’(sic! buona per chi?) ha imposto l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per tutti. Un monte ore di lavoro (ovviamente gratuito) che ogni studente e studentessa deve fare fuori dalla scuola: in aziende, fabbriche, restaurants, hotels etc. In che direzione va tutto ciò? Che tipo di cittadino e cittadino si ha in mente? Io credo solo un lavoratore, una lavoratrice al quale e alla quale, per giunta, si insegna fin da subito che il lavoro può essere anche non retribuito, e quello che ti si chiede nel luogo di lavoro è sempre legittimo. Per me è un grave attacco ai diritti umani. Dovrebbe farci saltare tutti dalle sedie e invece assistiamo alla rincorsa, con l’avallo di genitori, corpo docente e di tutte le istituzioni, ad accaparrarsi questa o quella azienda, questa o quella scuola.  Si sta perdendo ogni rotta, credimi. La scuola che dovrebbe essere uno dei settori più finanziati e curati da una società responsabile e credibile, è invece quella, assieme al settore della sanità, dove si taglia di più. L’industria delle armi non viene mai toccata. Non si taglia solo in termini economici (il nostro contratto langue da anni!) ma soprattutto in termini di spazi e tempi per la crescita individuale.

 

Vedi creatività nella scuola?

Mi pare ci sia solo nella testa dei ministri che si sono succeduti ma la loro è una creatività masochistica e sadica per lo più. Cosa si può offrire ai giovanissimi e alle giovanissime nel nostro paese quando tutto è focalizzato al raggiungimento di obbiettivi quali il completamento di moduli o di programmi? Questo è l’obbiettivo e in base a quello, la scuola, gli/le insegnanti saranno valutati e premiati. Si farà sempre più fatica nella scuola a trovare spazi di creatività, lo so. Nei pochi momenti dedicati alla creatività che son riuscita a costruire nella scuola, grazie alla disponibilità di pochissimi insegnanti, devo dire che le risposte sono sempre state positive. Non ci sono state rivoluzioni, bada bene, ma in termini di soggettività e di coscienza di sé stessi ho visto dei risultati incoraggianti in coloro che hanno seguito. Ricordo anni fa in una scuola media in un comune veneziano, in terra ferma. Ero riuscita a far passare un corso di scrittura durante le ore curriculari di un’altra docente. I ragazzi che mi furono mandati erano quelli che più disturbavano, quelli più ‘indisciplinati’ e carenti. Insomma sostanzialmente me li mandarono per alleggerire il peso delle loro classi. Comunque, devo dire che per molti il corso fu positivo e contribuì a dare più fiducia a quei soggetti più carenti. Ricordo una ragazzina che aveva in tutte le materie dal quattro al cinque scarso. Ricordo come fu titubante ma orgogliosa quando leggemmo uno dei testi che aveva scritto in classe. ‘Davvero quello che ho scritto vi piace?’ chiese al gruppo. Non ci credeva che lei, quella che veniva etichettata come ‘quella che non capisce’ aveva scritto una poesia. Bè, per farla breve, al secondo quadrimestre, i suoi voti furono positivi. Questo la dice lunga sui giudizi che frettolosamente gli insegnanti sono costretti a mettere basandosi solo su verifiche a crocette dove l’individualità e l’interazione sono praticamente assenti.

 

Storie e ricordi che si intrecciano…

Un altro corso organizzato in una scuola della periferia assieme ad una attrice fallì miseramente soprattutto perché non fu concesso durante le ore curriculari ma in orario extrascolastico. Non arrivarono ovviamente molti studenti ( e non li biasimo con il poco tempo libero che hanno a disposizione) e quelli che giunsero erano quelli che avevano entrambi i genitori con orari di lavoro incompatibili con quello scolastico e ci ritennero, alla fine,  ‘il parcheggio’ più sicuro ed economico (il corso era infatti a costo zero) per la loro prole alla quale telefonavano in continuazione per sapere se erano a scuola. L’organizzazione scolastica non capì l’importanza di quei momenti creativi e non ci appoggiò mai apertamente. La nostra scuola non è in buona salute. Siamo allo sbando. Tuttavia, non si può mollare. La scuola è ancora un luogo dove in qualche modo si potrà incidere, si dovrà incidere, soprattutto se la classe docente la finirà di essere così assente e servile. Credo che il nostro esempio non sia molto propositivo e produttivo. Dobbiamo fare autocritica. Finché accetteremo queste assurde regole che finiscono per metterci uno contro l’altro non andremo da nessuna parte e certamente non miglioreremo la vita delle generazioni future e neanche la nostra.

 

E i corsi con gli adulti?

Ecco, i corsi fatti con gli adulti, ovviamente hanno dato più soddisfazione, la motivazione è fondamentale così come avere uno spazio e un tempo per mettersi in gioco ed ascoltarsi ed ascoltare, e produrre naturalmente. Nella mia esperienza scolastica, ho constatato che lo spazio e il tempo dedicato alla creatività crolla verticalmente soprattutto nel  passaggio dalla scuola media alle superiori. Il messaggio che ci si può leggere è : bene fin qui avete giocato ora si fa sul serio. Arrivando alle superiori la scrittura creativa, non parliamo della poesia (molte mie colleghe mi guadano come fossi una marziana quando cerco di coinvolgerle in questo campo, sic!) è considerata ‘inutile’ come il gioco dei bimbi: gli adulti non giocano. Un po’ come un tempo si raccontava ai maschietti che piangono solo le bambine. Tutte balle. Quante cose si possono apprendere se lasciassimo veramente liberi i nostri studenti di sperimentare e sperimentarsi, se dessimo loro veramente il tempo necessario di cui hanno bisogno. Lo so nomino sempre il tempo. Per me è fondamentale capire questo. Capire che ci sono dei tempi per l’apprendimento che non possiamo regolare rigidamente perché l’apprendimento passa attraverso la digestione della propria esperienza. E come sappiamo le digestioni hanno tempi diversi per ognuno di noi.  Quello che i miei studenti riescono a prendere da me lo si vedrà dopo, magari quando andranno all’università o quando si fermeranno in una libreria a comprare un libro anche di poesia, o quando andranno a votare pensando con la loro testa e non eseguendo ordini come soldatini.

Questa ossessione poi di valutare i processi di apprendimento attraverso test a crocette impoverisce sempre più le abilità e capacità espressive dei nostri studenti. Sono molto delusa e frustrata da questa situazione anche perché vedo nella categoria una stanchezza, una  remissività che dichiara tutta l’impotenza di fronte allo sfascio generale che ci sta colpendo. La classe docente ormai non discute più di didattica ma di infiniti e vuoti progetti che tolgono spazio ed energie vitali alle relazioni didattiche-educative più costruttive con gli studenti. Tutto viene quantificato e valutato. Il merito! Altra balla e non solo renziana. Si sono trasferiti modi e tempi aziendali in una struttura, come quella scolastica, che non ha nulla da spartire con quell’approccio. Ci vuole tempo e spazio per sedimentare conoscenze, per crescere. Come si fa a non capirlo? La cosa che mi sorprende è  che proprio in Italia, dove sono nati ed hanno agito poeti e letterati conosciuti in mezzo mondo, non considera mai la necessità della funzione creativa nello sviluppo e nella crescita degli individui.

Cosa si teme? Io credo che si tema molto che alla fine le persone usino la propria testa per ragionare e domandare. Non si vogliono persone, questa società chiede solo sudditi ubbidienti.

Ecco in questo credo che la poesia abbia molto da dire da sviluppare. La scrittura ti sollecita una certa sicurezza in tè stessa, ti fa prendere coscienza di quello che tu puoi fare veramente, di quello che sai e puoi dire, puoi pensare.

Nonostante la situazione sia davvero sull’orlo del baratro la reazione è tiepida. Son come tutti in attesa paziente che passi la tempesta senza pensare che la tempesta lascerà danni sanabili forse in decenni se siamo fortunati.

Creatività? Solidarietà? Apprendimento? Parole di cui si è perso il senso. The first the best: questo pare l’imperativo che guida oggi la scuola italiana. Questa spinta estrema alla competizione in un momento così delicato per i nostri giovani che avrebbero bisogno di aule più spaziose e meno numerose, di attenzione ai loro ritmi, a tempi più lunghi per capire e capirsi, di poter esprimersi e non di regole e ritmi serrati, non prevede nulla di buono, temo. Ma resistiamo perché la poesia è anche resistenza.

Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di riflettere su tutto ciò.

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*****

Tre poesie di Anna Lombardo

 

Parli da sola

-chi intende la tua lingua
in questa parte d’occidente?
Parli con gli occhi a volte
accesi dal pulviscolo dorato
che sbatti e batti – e dondolano i tuoi fianchi

come nei balli obliati dai tuoi piedi-
svelte ora per finestre o balconi
cerchiate da linde belle tendine – ma chi
intende la tua lingua da questa parte d’occidente?

Attraggono le mani oggetti
sparsi nella casa che non hai
e il tè attraversa la cucina, riscalda gli ospiti
e la padrona
con bocca rossa – rosso che si apre
semicerchio vuoto nel vuoto che torna
come il boomerang della nostra ospitalità.

Quello fatto, visto, ditto tra le onde
o dentro stipata nei vagoni
lo stringi attorno a una coperta mentre
il verbo del giorno decline prima del sonno.

Ci fu la confusion della tormenta, dopo.
Ci fu la fuga dall’orrore, anche.
Fu la tragedia dell’amore, quindi.

Tu , sempre donna, unica restasti
con lo scialle colorato di tua madre a ricoprire
a stento i corpi lungo la rasa della pianura
faticosa come una montagna.

Parli da sola ora. Chi intende la tua lingua
da questa parte della luna? Dolce è il tuo idioma?
Vellutato il tuo canto?

L’altra mattina t’ho vista le labbra muovere
al mercato seguivi come un cane
la donna con bocca rossa – rosso che si apre
e la tua lingua era la stessa dell’uccello

che maledice la gabbia,
la stessa dell’albero che maledice la casa,
la stessa mia lingua che maledice
il tempo degli uomini  con l’odio
pronto in tasca e nel cuore.

Preghiera

Fertile mezza luna, terra di rose e miele,
da sempre colpita al cuore. E  le tue figlie
i tuoi figli, poesie senza più versi.

Fertile mezza luna, terra di rose e miele,
dacci altra luce, con occhi che da ogni
latitudine parlano e respirano.
Lascia che strade s’intreccino e che non siano
solo i sogni a seguire traiettorie prima proibite.

Fertile mezza luna, terra di rose e miele,
lascia le pietre fuori e trattieni nelle mani
solo la voglia di svelare la trama del poema,
e quanto s’infoltisce il verso quando non teme
nè la parola nè il significato delle azioni.

Fertile mezza luna sempre colpita al cuore
non sei l’invisibile tutte ti somigliano
tutte a te siamo uguali. Eva, Maria, Lilith,
o come altro tu ti chiami.

Fertile mezza luna, da sempre colpita al cuore,
Polvere, con i capi coperti e piegati, solo
polvere. Sorella tradita sempre più
si spiega e si modella il corpo tuo, la mente.
Oh fertile mezza luna, respira!

Oh, terra di rose e miele,
fa’ che queste lacrime
che bagnano ora radici d’odio,
di guerra e di paura
non siano mai più il futuro nostro.

Per Antigone e dopo Antigone

Bella!  che io ti ho amata
così come sei apparsa.
Fiori agghindati
pronti allo  sboccio
non erano nel catalogo
della mia mente.

Perché ti amai dunque?
fu solo istinto di sorella,
di riconoscere quel ‘viscere’
– unico degno nel corpo –
che vibrava al suono
del riso come il mio.

Poiché la favola e la linea crudele
lui le tracciò
e noi – con occhi vispi
e sguardi complici –
al monte a piene mani le buttammo.

Io lo so che il vento soffia
e a rumoreggiare continua
nelle nostre vene,
e prego e invoco
che quel tuo mondo
–  ormai negli occhi miei
imperativo dell’essere saggi su questa terra-
diventi un mare
che tutto accoglie e rimodella
seguendo
l’alito del soffio.

Per non curarsi poi
dei piccoli templi
che separandoci
in celle fredde e grigie
rifanno
quelle linee
che sempre e solo oltrepassando
spezzano l’incanto
dell’altro
che non ci vuole
amiche

ma suddite convinte
e calde al tatto.

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13 Responses to Anna Lombardo. La poesia è parola che osa guardare oltre

  1. Fabia ha detto:

    Anna lombardo ha sempre messo a fuoco l’aspetto femminile nella sua scrittura. Anche le poesie qui pubblicate, parlano di donne. Donne che guardano a testa alta ciò che viene loro incontro e mai abdicano, ma mettendosi in gioco, rivendicano il loro diritto a essere donne, artiste, poete , con la forza delle propria presenza e delle ‘proprie idee. Anna crede nel valore rivoluzionario della parola perchè ” la poesia è parola che osa guardare oltre, osa sollevare la coltre che offusca anche le migliori intenzioni”, e mai si piega a chi ci vuole “suddite convinte e calde al tatto”. Ho letto con piacere questa intervista, anche per la parte che riguarda la memoria delle primi tentativi, le parole scritte solo per se stessa nell’età scolare, e poi il salto definitivo quando la parola diventa consapevolezza e realtà necessaria, percorso di relazione e apertura al mondo, intimo scavo di conoscenza, malgrado le difficoltà, le ristrettezze del poco tempo a disposizione, ma con una passione che mai ho trovato mutata negli anni.

    • anna lombardo ha detto:

      Cara Fabia,
      grazie delle tue parole che mi hanno fatto sentire più sollevata: le interviste lunghe sono sempre ‘pesanti’ da seguire fino in fondo. Molte cose che dici me li ritrovo dentro e mi fa piacere che questa rivendicazione (nei suoi aspetti più positivi e non lamentosi come spesso viene fatta passare) dei nostri migliori talenti creativi sia venuta fuori così come tu l’hai colta e proprio come io la vivo.
      Grazie di cuore per averla condivisa con me.
      Anna

  2. loredana magazzeni ha detto:

    Sono contenta di leggere e risentire vicina la voce dell’amica e poeta Anna Lombardo, sempre in lotta per i diritti dei più deboli, sempre sensibile ai problemi e alle lotte di chi non ha voce o rappresentanza. La sua amicizia con il poeta Jack Hirshman, le sue poesie lucide, affilate come coltelli, sono testimonianza di un impegno sempre condiviso fra parola e senso di responsabilità. Bentornata, Anna e a presto!

    • anna lombardo ha detto:

      Cara Loredana,
      da poetessa a poetessa ti ringrazio molto per il tuo messaggio. La poesia, come spesso ci diciamo, deve portare luce e coscienza propio là dove il buio è più tetro e dove le tele d’ingiustizia strettamente legate alla struttura organizativa che questo nostro pazzo mondo si è dato, rischiano di diventare sempre più fitte.
      Sono sempre più convinta che la parola poetica di noi donne è matura per assumersi anche questa responsabilità.
      Un forte abbraccio
      Anna

  3. Mi piacciono le riflessioni che Anna Lombardo fa intorno alla scrittura poetica, in particolare la seguente: “Per me la scrittura poetica è un percorso attivo, di ascolto e lettura di sé stessi e del mondo, che tende a rimetterci in gioco, ci spinge a cercare la nostra voce, ci interroga sulle nostre posizioni, sui nostri stessi limiti”. La coscienza che la poesia è un incontro e a volte uno scontro dell’io con il mondo, è percorso e approfondimento, non impulso irrazionale, è nelle lucide parole della Lombardo insieme alla consapevolezza della specificità della presenza (o spesso colpevole assenza o sottovalutazione) del femminile in letteratura; di certo la storia della poesia, e forse la storia tout court, si avvantaggerebbero nel coprire questi vuoti.

    • anna lombardo ha detto:

      Caro Alessandro,
      grazie per le tue parole. Condivido, ( e come non potrei?) , ciò che sottolinei a proposito della sottovalutazione del femminile in letteratura, soprattutto quella poetica. La verità che la poesia è in grado di mettere a nudo non piace molto ai potenti se non può ‘deliziarli’ ( e a volte anche ai ‘non potenti’) , e la voce dell’altra ‘parte del cielo’ spesso si porta dietro queste verità con cui, anche io spero con te, il mondo farà bene a venire ai patti prima o poi.
      La poesia resiste nonostante tutto, e noi poetesse e poeti abbiamo secoli di resistenza che parlano per noi e per coloro a cui la voce è stata negata. Grazie anche a Global Right che ci permette questo scambio e condivisione.
      Abbracci
      anna

  4. Aurelia Lassaque ha detto:

    It’s a great pleasure to read this interview of Anna Lombardo.
    She does an impressive work for poetry, as a poet but also toward other poets.
    Thank you for publishing this article that give us the opportunity to know more about her personal relationship to poetry and about her engagement !

    • anna lombardo ha detto:

      Dear Aurelia,
      I really thank you for your kindly words, and I join you in thanking Global Right for this opportunity.
      Hugs
      Anna

  5. Simonetta Sambiase ha detto:

    Avendo avuto la fortuna di conoscere Anna Lombardo, ho letto l’intervista “ascoltandola” con la sua voce. La sua biografia è una lunga storia d’amore con la letteratura e la poesia, e il suo invito a credere (e molto) nella responsabilità della scrittura, nella capacità della poesia di “guardare oltre” si marcano come stella polare di una rotta interiore e sociale che ci porterebbe non all’Isola che non c’è ma alla Terra della Comunità umana. Una società di suddite disubbidienti alla logica della produttività liberalistica, che sostituisca la logica della produttività (di capitalistica misura) con quella della creatività e del rispetto dell’essere “Essere” , che rilegga il proprio patrimonio immenso culturale e lo usi come misura umana: ecco la rivoluzione possibile della parola poesia declinata all’ascolto dell’Altro e di se stesso. Ecco i glossari di metrica, retorica, antilirica e memoria che si fortificano e ci fortificano proponendoci la bellezza e la verità come crescita interiore e sociale. Ecco la pericolosità del pensiero positivo e creativo che ci attende e ci aspetta paziente. Sulla bellezza mi soffermerei anche per commentare la qualità “intrinseca” della poesia di Anna Lombardo, con il suo tessuto arioso e luminoso che ci fa dire all’eterna Antigone che è Bella e che ci costringe a riconoscerla come sorella e ad amare il suo dolore disobbediente in un ritmo ipnotico che non consente all’anima di distrarsi da lei.

    • anna lombardo ha detto:

      Cara Simonetta,
      le tue parole lucide, come sempre, e piene d’energia ed entusiasmo mi hanno commosso. Hai toccato i contorni del mio dire e ci sei entrata dentro. E’ vero la responsabilità della scrittura è quel qualcosa che ogni tanto (tanto spesso) viene messa da parte da molti e molte ed è invece quello che dobbiamo a questo dono che ci facciamo e che facciamo a noi stessi e al mondo.
      Ti riconosco ‘sorella’ in tutto ciò, e ti ringrazio per aver condiviso con me e con Global Right il tuo sentire.
      Un abbraccio
      Anna

  6. Lucia Guidorizzi ha detto:

    Leggendo questa intervista ho ritrovato il modo di essere poetico di Anna, il suo mettersi in gioco completamente, il suo scrivere che diviene prezioso scambio e dialogo con l’altro. Da ogni conversazione con lei si esce arricchiti di “vita vera” poiché il suo modo di intendere la poesia non è mai sterile esercizio artistico, ma scoperta ed ampliamento della coscienza.
    Curiosa sperimentatrice, sempre pronta al dialogo costruttivo, fa della poesia un impegno nella relazione con gli altri e si spende generosamente per costruire un percorso comune in cui offrire ad ognuno la possibilità esprimersi creativamente.
    La poesia di Anna è sguardo attento sul mondo, sullo stato delle cose, un continuo interrogarsi e confrontarsi, una voce coraggiosa e partecipe.
    Nel suo esserci fino in fondo e nel suo oltrepassare sempre i confini, la vedo come una sorella postuma di Antigone.
    Grazie Anna

    • anna lombardo ha detto:

      Cara Lucia,
      ringrazio te per le tue generose parole.
      Vero, ‘nelle viscere sorelle’. Questo è il dono che mi ha restituito. Il dono che è intrinseco alla poesia stessa, che permette quel riconoscerci tra mille e quell’offrire non solo il nostro sguardo ma anche le nostre possibili azioni poetiche a questo pazzo nostro mondo, con semplicità e senza amore per la competizione. Siamo tutte diverse nel nostro essere tutte eguali sotto questo cielo.
      Anche io ti sento e riconosco come sorella di questa ‘queer [poetic] family’, come diceva bene Amy Lowell.
      Grazie.
      Anna

  7. in questi labirinti metamorfici, in cui cadiamo tutti i giorni, in cui reale è virtuale e viceversa in una amalgama che sempre più risulta disumanizzante e androidizzante, dove i sensi e le emozioni navigano in una rete di bit e non di battiti, dove la consapevolezza della paura e del desiderio sono diventati solo gioco, la poesia entra con le parole del quotidiano, in cui il mito è diventato la rappresentazione cinematografica di una figura che spesso è decaduta alla commercializzazione di un qualsiasi prodotto, e dovrebbe smuovere ciò che, di fatto, è andato perso in testi scolastici desueti e non praticati che per lettura in modalità di sintesi di un file immesso in rete che legge una volta per tutti e non viene invece fatto proprio, non viene attraversato e non ci si lascia attraversare da tutte le forme e configurazioni che il mito ha assunto nella storia e quindi nel tempo, fino ad oggi.
    Tutto è solo vacuità e sorvolo, attraverso un’amputazione che ha per lama l’indifferenza non certo la ricerca di sé, che invece si evita nascondendosi accuratamente dietro figurine virtuali a cui essere uguali in visus e non certo in una comunione di intenti e ricerca interiore. Mi domando spesso come la poesia possa entrare nella vita dei giovani facendo loro comprendere che è un percorso di autenticità nel cammino in cui si è esposti a tutto ciò che ci viene incontro, e non è solo roseo e gioioso ma terribile, orrido, improvviso…
    Grazie delle riflessioni che condivido anche se le postazioni femminili e quelle maschili ultimamente le rivolto e percorro le strade dell’altro a mio modo, visto che in noi ciascuno è femmina e maschio.
    f.f.

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