L’Europa delle povertà

Uno dei misuratori indiretti della crisi in corso e delle diseguaglianze in crescita da decenni è senz’altro quello delle povertà

Susanna Ronconi, 14° Rapporto sui diritti globali • 21 Feb 17 • Contenuti in copertina, Rapporto 2016 • 338 Viste • Nessun commento su L’Europa delle povertà

Uno dei misuratori indiretti della crisi in corso e delle diseguaglianze in crescita da decenni è senz’altro quello delle povertà.

Guardando agli ultimi dati Istat, in Italia balza agli occhi il livello raggiunto dalla povertà assoluta. Che è poi quella povertà più radicale, perché se quella relativa si misura sul reddito medio, quella assoluta ha a che fare con i beni essenziali per la vita e la sopravvivenza. Negli ultimi dieci anni mai si era registrato un dato simile in relazione ai singoli individui: nel 2015 sono 4.598.000, il 7,6% della popolazione, erano il 6,8% nel 2014. Sotto il profilo della povertà relativa, la cui soglia nel 2015 è attestata su 1.050,95 euro per due persone, i dati non sono più confortanti: anche qui crescono proporzionalmente di più i singoli delle famiglie, rispettivamente 8.307.000 (il 13,7% del totale, era il 12,9% nel 2014) e 2.678.000 famiglie, il 10,4% (era il 10,3%).

Una disamina approfondita delle povertà in Europa e in Italia è contenuta nel nuovo Rapporto sui diritti globali.

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo ultimo volume, il 14°, giunto da poco in libreria, contiene come sempre un capitolo dedicato al tema delle politiche sociali, curato da Susanna Ronconi. Il Focus del capitolo quest’anno è dedicato alle diseguaglianze nella salute.

Proponiamo qui un estratto dalla sezione del capitolo Il Contesto.

Qui  scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

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L’economia non decolla, il welfare non tutela

Con buona pace per l’obiettivo di lotta alla povertà della strategia comunitaria Europe 2020 – ridurre di 20 milioni il numero degli europei a rischio povertà ed esclusione entro lo scadere del 2020 – il trend è sostanzialmente stabile, il minimo decremento medio dello 0,1% registrato nel 2014 rispetto all’anno precedente viene infatti dopo la netta e costante crescita nel periodo 2009-2013, e non riesce a recuperare i valori pre-crisi: nell’Unione Europea con 28 Paesi membri (UE28) è povero (in relazione a tutti e tre gli indicatori AROPE, rischio povertà, deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa) il 24,4%, 122 milioni di persone, nel 2008 era 23,8%.

I dati più negativi sono in Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%) e Grecia (36%), tuttavia mentre i primi due Paesi hanno un tasso elevato ma in calo rispetto al 2013, la Grecia – sottoposta come noto al Memorandum della Troika – registra un incremento anche nell’ultimo anno, dopo un trend in impressionate escalation tra il 2008 e il 2014: +7,9%. I Paesi meno poveri sono Repubblica Ceca (14,8%), Svezia (16,9%), Olanda (17,1%), Finlandia (17,3%) e Danimarca (17,8%). L’Italia si colloca in posizione critica, con il 28,3%, 4 punti sopra la media UE28, ed è uno dei Paesi, insieme a Grecia, Spagna, Cipro, Malta e Ungheria, che dall’anno della crisi ha registrato un costante aumento delle povertà, con +2,8%. Segno non solo di una economia che non decolla, ma anche di un sistema di welfare che non tutela e non bilancia gli effetti sociali della crisi.

Secondo un trend ormai purtroppo consolidato, sono bambini e ragazzi under18 a essere maggiormente penalizzati: sono poveri nel 27,8% dei casi, oltre 3 punti in più del dato medio, con gli usuali picchi di Romania e Bulgaria (51% e 45%), ma anche con i dati di Ungheria (41,4%), Grecia (36,7%), Spagna (35,8%). I fattori che più espongono i minori alla povertà sono la posizione occupazionale dei genitori, il loro livello di istruzione, la numerosità del nucleo famigliare e l’accesso a misure di sostegno e servizi; in maggiore svantaggio anche i figli di immigrati.

Va meglio, rispetto alle medie nazionali, per gli over65, che nella UE28 hanno 10 punti in meno dei minori e oltre tre rispetto a tutta la popolazione; le variazioni nazionali dipendono prima di tutto dai diversi sistemi pensionistici e previdenziali. È invece generalizzato uno svantaggio di genere, le donne sono maggiormente esposte al rischio povertà (Eurostat, 2016).

 

Rischio povertà e poco lavoro, geografie disuguali nell’Europa dei 28

Osservando ognuna delle tre componenti degli indicatori europei, il rischio povertà (reddito al di sotto del 60% del reddito medio nazionale), calcolato dopo i trasferimenti sociali, riguarda il 17,2% della popolazione, un incremento rispetto sia al 2008 che al 2013 (+0,6%). Anche qui la geografia è a macchia di leopardo, ma sono ben 18 i Paesi membri che hanno registrato un peggioramento di questa variabile. I numeri, qui, vanno letti tenendo presente che il rischio povertà è misurato su una soglia di reddito nazionale che è mobile, e che in molti Paesi è andata abbassandosi con l’incedere della crisi: l’effetto distorce la realtà, perché accade che diminuisca il numero dei poveri solo in quanto il reddito si abbassa per tutti, e dunque capita che chi prima si trovava sotto la soglia della povertà, poi si ritrovi al di sopra, ma senza che la sua situazione e il suo reddito abbiano fatto passi avanti. Se si osserva poi lo scarto tra il rischio povertà prima e dopo i trasferimenti sociali (pensioni escluse), emerge che il welfare incide sensibilmente a livello medio UE28: prima la percentuale dei più poveri si attesta sul 26,1%, dunque ben 8,9 punti in più del rischio calcolato dopo l’intervento del welfare. Che fa la differenza: nel Regno Unito lo scarto è di 13 punti, in Svezia e Norvegia di circa 14, in Finlandia di 16; di contro, in Romania è di 3 punti, in Grecia di 4, in Italia di 5, in Polonia e Lettonia di 6. Segni della diversa efficacia dei sistemi di welfare.

La bassa intensità del lavoro (quando gli adulti nella fascia di età 18-59 anni lavorano meno del 20% del loro potenziale) riguarda l’11,1% della popolazione comunitaria, un dato in costante crescita dal 2008, con un range tra il 21% dell’Irlanda (e 17,2% della Grecia) e il 6,1% del Lussemburgo (e il 6,3% della Svezia); il trend è in crescita in 16 dei 28 Stati membri, Italia inclusa. (Eurostat, 2015 b).

 

Deprivazione materiale, il volto drammatico dell’Unione

Sebbene tra il 2013 e il 2014 la deprivazione materiale severa sia diminuita dello 0,6%, attestandosi al 9%, rimane alta rispetto all’anno 2008 (era l’8,5%) e soprattutto resta molto elevata in alcuni Stati: riguarda ben circa un terzo della popolazione in Romania (26,3%) e Bulgaria (33,1%), per raggiungere i valori minimi di Svezia (0,7%), Lussemburgo (1,4%) e Finlandia (2,8%) (il 12% in Italia). Gli indicatori di deprivazione materiale sono nove, diversi e di diversa natura: dal non potersi permettere una settimana di vacanza o un televisore, a non poter riscaldare la casa o essere in arretrato con il pagamento di mutui e bollette. La percentuale degli europei esposti a deprivazione varia sensibilmente con gli indicatori. Per esempio, il non potersi permettere una spesa imprevista (calcolata in 1/12 della soglia di povertà, dai 100 della Romania ai 1.700 del Lussemburgo, in Italia circa 500 euro) tocca ben il 38,9%, al top con oltre il 60% Ungheria e Croazia, al minimo – sotto il 24% – Belgio, Austria, Olanda. La Grecia è il Paese che ha conosciuto il maggiore incremento, con +4,7% in un anno.

Altri indicatori hanno una ricaduta diretta sulla salute delle persone, come quello relativo al cibo, il non potersi permettere un pasto adeguato dal punto di vista proteico almeno ogni due giorni. Nel 2014 (ultimo anno con dati certi) è in questa condizione il 9,5%, quasi un europeo ogni 10, con picchi del 39,5% in Bulgaria, del 27,7% in Ungheria, del 21% in Romania ma anche tassi significativi nei Paesi più ricchi, come il 12,6% in Italia o l’8% del Regno Unito. Anche il riscaldamento in casa ha evidenti effetti sulla salute, e il 10,2% degli europei ha case non o mal riscaldate (era il 9,4% nel 2010): succede soprattutto in Bulgaria (40,5%) anche se questo Paese ha molto migliorato, partendo da un 66,3% nel 2008; al contrario, la Grecia ha peggiorato, nel 2014 è il 32,9%, nel 2008 era il 15%

Anche i dati relativi alla deprivazione materiale (tutti i nove indicatori) disegnano mappe disuguali non solo per Paese ma anche per età. In media (dati 2013 e prime rilevazioni 2014), sono più afflitti i bambini, con un tasso del 10,7% rispetto al dato generale del 9%, in Grecia si arriva al 25,7%, ed era solo il 10,4% nel 2008, in Romania è il 28,9% ma è diminuito, era il 38,5% (l’Italia registra il 12,8%, era l’8,6% prima della crisi).

Anche la composizione del nucleo famigliare incide, ed evidenzia differenze di età e genere significative. Le famiglie monogenitoriali sono le più deprivate, per il 20,1% (fino al 60% in Bulgaria, sotto il 5% in Finlandia), e penalizzate sono anche le famiglie che hanno tre o più figli minori, l’11,4%, a fronte di chi ha un solo figlio (8,1%) o non ne ha nessuno (7,4%) (Eurostat, 2015 b).

 

Più miliardari, più poveri. La forbice si apre (ancora)

Come è noto, una distribuzione troppo disuguale del reddito nella popolazione rappresenta un freno allo sviluppo e all’economia. E rappresenta anche una delle fondamentali ragioni della povertà. Nel 2014 nella UE28 la differenza di reddito tra il quintile più ricco e il quintile meno ricco della popolazione è di 5,2 punti, con range tra 3,5 (Repubblica Ceca) e 7,2 (Romania), con un andamento crescente: era infatti in media 4,9 nel 2010 (Eurostat, 2015 a).

Secondo stime elaborate da Credit Suisse, l’1% più ricco della popolazione europea (non solo UE28) possiede circa il 30% della ricchezza del continente, e il 40% più povero nel complesso l’1% della ricchezza netta. Detto in altro modo, i 7 milioni di europei ricchi detengono una ricchezza equivalente a quella dei 662 milioni più poveri. Nel periodo post 2008, è l’austerità a determinare una maggior disuguaglianza, attraverso diversi dispositivi – quali tassazione regressiva e a carico del lavoro ben più che dei profitti, tagli al welfare, riduzione di salari e della qualità del lavoro – che di fatto scaricano sulle fasce più fragili il peso della crisi. È interessante osservare la curva del trend di crescita del numero dei miliardari in Europa: moderata ascesa fino al 2008, breve calo tra 2008 e 2009, dopo di che una salita senza sosta fino al 2012 e uno slancio deciso tra 2013 e 2015. Paese leader, la Germania.

Osservando le curve dell’aumento dei più ricchi e dell’aumento delle povertà, l’andamento è quello della progressione disuguale, cioè di una forbice che si divarica: proprio la Germania è un buon esempio di questo, nell’ultimo decennio la povertà è passata dal 12% al 16%, la ricchezza totale dei miliardari è cresciuta da 214 a 296 miliardi di dollari (Oxfam, 2015).

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