Dopo la Brexit. I territori sconosciuti della crisi

Il binario delle risposte alla crisi resta quello, sciagurato, dell’austerità espansiva. Un estratto dal primo capitolo del 14° Rapporto sui diritti globali

Roberto Ciccarelli, 14° Rapporto sui diritti globali • 4 Mar 17 • Contenuti in copertina, Rapporto 2016 • 400 Viste • Nessun commento su Dopo la Brexit. I territori sconosciuti della crisi

Meglio tardi che mai. Secondo Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, occorre mettere l’accento su misure di protezioni sociali, necessarie in caso di politiche di austerità. Dunque il problema è noto anche a Washington, ma la soluzione non contempla la possibilità di tornare indietro per ridiscutere l’intero impianto. Il binario resta infatti quello dell’austerità espansiva, la singolare teoria economica per cui una maggiore rigidità fiscale porta a una crescita economica. L’evidenza, in questi anni, ha dimostrato l’opposto.

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo ultimo volume, il 14°, giunto da poco in libreria, contiene un Focus di approfondimento proprio sul Jobs Act e le altre similari “riforme” del lavoro in corso e già varate in Francia e in Belgio, curato da Roberto Ciccarelli (vedi un estratto qui pubblicato nei giorni scorsi).

Nella sezione Il Contesto, invece, il capitolo approfondisce la disamina dello stato della crisi globale e delle politiche al riguardo da parte degli organismi finanziari internazionali, oltre che dei singoli governi.

Qui  sono scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

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«L’incertezza sarà la parola d’ordine per un certo periodo», ha detto la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, qualche giorno dopo l’esito del referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La crescita, già di per sé debole, è sempre di più sensibile agli eventi geopolitici e per la “Zona euro” ci sarà bisogno di un «immenso coraggio politico» per affrontarne le conseguenze. Le banche centrali, e in particolare la Banca Centrale Europea (BCE) sono intervenute per rilanciare la crescita, ma al prezzo di «misure estreme come i tassi negativi. Ci stiamo avviando su cammini ancora sconosciuti» (Chaperon, Kauffmann, Tonnelier, 2016).

Espressioni enigmatiche che indicano, ancora una volta, come la crisi giunta all’ottavo anno non abbia trovato una via d’uscita e che, all’orizzonte, si preparano altri periodi di incertezza. Il timore di Lagarde riguarda la tenuta della Zona euro davanti all’avanzata dei “populismi”. Non mette in dubbio la realtà delle “riforme” contro le quali i popoli europei non perdono occasione – quando viene accordata – di esprimersi. Al contrario, Lagarde sostiene che «i popoli europei dovranno appropriarsi delle riforme che accompagnano il progetto europeo, senza di queste non ne usciremo». Dunque, solo con il consenso per le riforme che in realtà sono contestate e i cui risultati hanno abbondantemente dimostrato il loro rovinoso fallimento, si uscirà da una crisi in buona parte indotta dalle stesse riforme.

Lo strano paralogismo indica la crisi cognitiva in cui si barcamenano istituzioni come il FMI. Lagarde, giunta al secondo mandato alla sua guida, è arrivata a sostenere di volere mettere l’accento su misure di protezioni sociali, necessarie in caso di politiche di austerità. Dunque il problema è noto anche a Washington, ma la soluzione non contempla la possibilità di tornare indietro per ridiscutere l’intero impianto. Il binario resta quello dell’austerità espansiva, la singolare teoria economica per cui una maggiore rigidità fiscale porta a una crescita economica. L’evidenza, in questi anni, ha dimostrato l’opposto. In questo caso si cerca di continuare con le stesse politiche calmierandone gli effetti con gli ammortizzatori sociali. Le riforme sono l’orizzonte insuperabile.

 

Il neoliberismo per il Fondo Monetario Internazionale

L’intenzione di Lagarde di sviluppare alcuni lavori di ricerca si è rispecchiata in una serie di pubblicazioni realizzate da tempo all’interno del FMI, in particolare quelle sull’impatto delle disuguaglianze, della riduzione delle classi medie o degli effetti del cambiamento climatico. Si può citare un paper pubblicato sulla rivista trimestrale del FMI, “Finance and Development”, che ha fatto molto discutere (Ostry, Loungani, Furceri, 2016).

La tesi è arcinota, ma va considerata rispetto all’ambiente in cui è nata. Si sostiene, tra l’altro, che “alcune” politiche neoliberiste non realizzano la crescita ma aumentano la disuguaglianza. Gli economisti si riferiscono, in particolare, alla rimozione delle restrizioni del movimento dei capitali oltre i confini degli Stati-Nazione e al consolidamento delle politiche fiscali chiamato “austerità”. I benefici in termini di crescita duratura non hanno riguardato un numero ampio di Paesi; i costi delle disuguaglianze accresciute sono evidenti e dimostrano la divisione tra la crescita e l’equità nell’agenda neoliberista. Le crescenti disuguaglianze danneggiano il livello e la sostenibilità della crescita – anche se la crescita, scrivono i ricercatori, è l’unico scopo dell’agenda neoliberista, è necessario che tale crescita presti più attenzione alla redistribuzione. L’obiettivo della ricerca resta quello di trovare il modo migliore per garantire una maggiore concorrenza attraverso la deregolamentazione e l’apertura dei mercati nazionali; si cerca, inoltre, di pensare il ridimensionamento del ruolo dello Stato attraverso le privatizzazioni e l’imposizione di regole severe ai deficit pubblici.

L’approccio limita il neoliberismo a una politica economica ed esclude la sua identificazione in quanto dispositivo politico e macchina per l’individuazione soggettiva, negando così la complessità del fenomeno che governa tanto gli individui quanto le istituzioni.

Il paper introduce alcuni elementi critici in un ambiente internazionale che considera “naturali” questo tipo di politiche e ignora il loro collegamento con la dimensione soggettiva e politica. Lo si può considerare una specie di avvenimento, in un dibattito arretrato e fondato su dogmi aggressivi e fanatici tesi a dimostrare l’inesistenza del dominio e la “normalità” e insuperabilità del neoliberismo.

Il paper prende posizione contro la tesi dell’austerità espansiva, già criticata nell’ambito degli studi del FMI. La riduzione della spesa pubblica non produce un aumento della domanda e del reddito. L’austerità produce contrazioni nella disoccupazione di lungo termine: un taglio dell’01% del PIL “produce” un peggioramento di 0,6% dell’occupazione. Una riduzione dell’1% del PIL in tagli e politiche fiscali restrittive peggiora l’indice di Gini di 1,5% nell’arco di un quinquennio. Questo significa che queste politiche incidono direttamente sui redditi e impediscono una redistribuzione.

Tra gli studi del Fondo Monetario pubblicati negli anni della crisi ne va segnalato uno del 2014 riconducibile all’ambiente accademico che ha prodotto l’analisi fin qui analizzata (Ostry, Berg, Tsangarides, 2014). Si analizzano le conseguenze del fallimento delle politiche neoliberiste sulla moderna economia marginalista. Vi si sostiene che le disuguaglianze non fanno bene alla crescita perché non creano gli incentivi al lavoro e all’investimento. Viene smentita, inoltre, la convinzione che ha portato alla teoria di Kuznets, secondo la quale l’accumulazione del capitale porta alla crescita della disuguaglianza solo in una prima fase. Una volta raggiunto lo sviluppo desiderato i salari salgono e i governi democratici sono spinti ad una generale redistribuzione. La crisi ha dimostrato esattamente l’opposto e, tra l’altro, ha messo in crisi anche i criteri utili per distinguere un governo “democratico” da uno oligarchico o addirittura autoritario.

Questo dibattito va confrontato con le politiche economiche reali sostenute dal FMI. L’ex capo economista di questa organizzazione, Olivier Blanchard, può essere considerato il “capostipite” delle reiterate ed esibite autocritiche. Le indicazioni sono state solo in parte applicate nel caso della Grecia, dove effettivamente il Fondo ha cercato di sostenere l’ipotesi di un taglio del debito. La coerenza tra l’elaborazione teorica e i fatti lascia a desiderare. Se consideriamo ancora il caso della Grecia, laboratorio delle politiche di austerità, dal 2009 al 2015 il FMI e le altre istituzioni europee hanno applicato proprio l’agenda economica che gli studi hanno criticato: le politiche deflattive hanno fatto crollare il salario nominale medio di circa il 15% e un crollo della spesa pubblica nominale del 30%. Lo stesso Blanchard ha sostenuto questo orientamento affermando la sua validità solo per il caso greco e per i Paesi periferici e dell’Europa del Sud. In questo modo ha compiuto tutti gli errori denunciati dagli studi che lui stesso aveva commissionato in qualità di capo economista del Fondo Monetario (Brancaccio, Saraceno, 2016).

 

I MEA CULPA DEL FONDO MONETARIO

La pubblicazione dello studio Errori previsionali di crescita e moltiplicatori fiscali, curato dal capo economista FMI Olivier Blanchard e da Daniel Leigh nel gennaio 2013, rappresentò una sorpresa nella comunità degli economisti e colpì il dibattito pubblico sulla necessità di continuare con le politiche di austerità nei termini paradossali dell’“austerità espansiva”. Proprio il gotha degli economisti “austerici” ammise un errore, dando seguito all’analisi critica con un Rapporto che apparve nell’ottobre 2012 nel World Economic Outlook del FMI. I piani di aggiustamento fiscale nella Zona euro avevano, già allora, avuto un impatto negativo sulla crescita nettamente superiore a quanto originariamente stimato, o meglio auspicato dagli economisti, dai governi e dalla cosiddetta Troika.

Lo sbalorditivo mea culpa del capo economista FMI sull’austerità, così lo definì al tempo il “Washington Post”, era basato sull’analisi del rapporto tra la riduzione del deficit pubblico e la crescita dell’economia. I modelli usati per i programmi di aggiustamento dei Paesi dell’Euro si basano su un moltiplicatore allo 0,5, stimando così che un taglio del deficit da un punto avrebbe portato ad una crescita inferiore di circa mezzo punto. Blanchard e Leigh hanno invece dimostrato che i moltiplicatori indicati da questa previsione erano sottostimati in media di circa un’unità. Questo significa che ogni taglio del deficit comprime la crescita in misura maggiore, all’incirca una volta e mezzo in più.

Un abbaglio colossale, dunque, che ha contribuito a consolidare la grande recessione che ha portato i tassi d’interesse quasi a zero, all’impossibilità di promuovere un’azione fiscale coniugandola con la politica monetaria. Negando prestiti, mutui, insomma la normale attività bancaria, la crisi finanziaria ha fatto crollare i consumi, inducendo così le famiglie a ricorrere alle loro riserve, e comunque al reddito a loro disposizione nell’immediato, invece di affidarsi anche al reddito futuro. Tutti questi fattori hanno fatto sbagliare i moltiplicatori e quindi le previsioni.

Blanchard non ha mai fatto un passo indietro sulla necessità di proseguire le politiche di austerità. A suo avviso, l’aggiustamento dei conti pubblici resta essenziale. Quello della crescita, sostiene, è solo uno dei fattori da considerare nel momento in cui l’obiettivo più importante resta quello del pareggio strutturale di bilancio, la bassa inflazione, e il libero mercato. Resta da allora immutata sul tavolo la simmetria tra i tagli alla spesa pubblica e soprattutto i tagli al costo del lavoro e la loro corrispondenza diretta con una prospettiva di crescita (Ciccarelli 2014).

 

Il Fondo Monetario e il caso greco

L’Independent Evaluation Office (IEO), un organismo indipendente che valuta le decisioni del FMI e interno all’istituto di Washington, ha pubblicato un Rapporto di 650 pagine in cui critica il suo operato sulla Grecia. Le critiche sono feroci: il Fondo ha ingannato il board, compiuto clamorosi errori di valutazione sull’economia greca e sui risultati delle ricette “austere” imposte al Paese dal 2010. Il giudizio riguarda anche i salvataggi del Portogallo e dell’Irlanda, a cui è stato concesso un prestito superiore al duemila per cento della quota versata da questi Paesi, pari all’80% dei prestiti erogati dal Fondo tra il 2011 e il 2014. Gli autori del Rapporto affermano anche di essere stati “boicottati”, giacché non hanno avuto accesso ad alcuni documenti chiave e sostengono che non sono stati messi in grado di «determinare chi ha preso certe decisioni o quali informazioni fossero disponibili», né di essere stati in grado «di valutare i ruoli giocati dal management e dallo staff del Fondo».

Il giudizio riguarda anche il sistema bancario europeo: «Il Fondo Monetario Internazionale è rimasto ottimista circa la solidità del sistema bancario europeo e la qualità della vigilanza bancaria nei Paesi dell’area dell’euro fino a dopo l’inizio della crisi finanziaria globale, a metà del 2007. Questo era in gran parte dovuto alla disponibilità del FMI di prendere per buone le rassicurazioni delle autorità nazionali e della zona euro», è scritto nel Rapporto.

Il risultato è stato quello di minimizzare i rischi legati ai crescenti deficit delle partite correnti e l’afflusso dei capitali dalla Grecia – e non solo – trascurando il pericolo di un arresto improvviso di tali flussi. Il FMI ha sottoscritto il primo bail-out della Grecia nel 2010, ma conosceva la situazione: il Paese non era in grado di offrire alcuna garanzia sulle capacità di quelle misure di mettere in sicurezza i debiti e di mettere il Paese sulla strada della ripresa. Il piano era destinato al fallimento e nessuno ha detto nulla. Il board del FMI, si sostiene, non è stato informato dei rischi di contagio sistemico provocati dal pacchetto di aiuti votati dallo stesso istituto. Una strana combinazione di manovre e contro-manovre che dimostrano l’inaffidabilità del FMI e il pericolo che rappresenta per i Paesi in crisi.

Dal Rapporto si deduce che la Grecia è stata sacrificata per salvaguardare il sistema bancario europeo e le dinamiche che premiano le banche dell’Europa del Nord. Atene ha dovuto subire un’austerità fiscale che ha fatto crollare il PIL dell’11% nei primi tre anni. Un caso di “waterboarding fiscale”, per come descritto dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis.

Il FMI impose una “svalutazione interna” pari al 20-30% del PIL attraverso la deflazione salariale. La base produttiva greca fu ridotta e aumentato il debito pubblico. Il Fondo sostenne che il moltiplicatore fiscale sarebbe stato pari a 0,5, mentre è stato cinque volte più alto. Il PIL nominale si è ridotto del 25% in più rispetto alle previsioni del Fondo, la disoccupazione è schizzata al 25%, invece del 15% previsto. I greci sono stati ripetutamente accusati di essere i colpevoli della loro disgrazia, mentre il Rapporto dimostra le responsabilità delle istituzioni internazionali e europee (IEO, 2016).

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