L’Ungheria cresce davvero? Intervista a László Kordás, presidente dei Sindacati Ungheresi

Intervista a László Kordás, presidente della Confederazione dei Sindacati Ungheresi (MASZSZ)

Osservatorio Sociale MittelEuropeo • 11/3/2017 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali • 626 Viste

 

Il governo ungherese ha tappezzato le città del paese di manifesti secondo i quali l’Ungheria cresce, diventa più forte. Le famiglie hanno ricevuto nelle loro cassette delle lettere degli opuscoli sul miglioramento della situazione paese dai punti di vista della crescita economica, dell’aumento degli stipendi e della crescita del settore pensionistico. Ma è proprio vero? Ne abbiamo parlato con László Kordás, presidente della Confederazione dei Sindacati Ungheresi (MASZSZ)

 

Secondo la propaganda governativa è aumentato il salario minimo della forza lavoro qualificata. Conferma questo dato?

È vero. C’è stato un aumento del salario minimo, ma in questo ambito siamo sempre tra gli ultimi in Europa. All’interno dell’Ue ci sono ventidue paesi che hanno una legge sul salario minimo e noi siamo al diciottesimo posto.  In pratica il governo cerca di recuperare gli aumenti non effettuati in passato. Quest’operazione ha delle motivazioni politiche; non dobbiamo dimenticare che l’anno prossimo si vota in Ungheria. Probabilmente questo aspetto ha spinto il governo ad accettare le proposte sindacali che riguardavano proprio l’aumento del salario minimo cui ricorrere per dar modo ai lavoratori dipendenti di far fronte alle spese che devono sostenere per vivere.

Nell’opuscolo diffuso dal governo si scrive poi di un aumento dello stipendio del personale infermieristico e degli insegnanti.

Lo stipendio dei dipendenti pubblici non cresce dal 2008. Oggi come oggi, se qualcuno inizia a lavorare come dipendente di un museo otterrebbe in partenza un salario di poco superiore a quello minimo, il che non è dignitoso. Questo significa che lo Stato non riconosce la professionalità di questo lavoratore. Ma si tratta solo di un esempio, perché il problema riguarda anche altre categorie di lavoratori, come quelle dei medici e degli infermieri. In pratica il governo non ha aumentato gli stipendi di tutti i lavoratori della pubblica amministrazione, ma solo di alcune categorie. Laddove, poi, è aumentato lo stipendio, la stessa cosa non è avvenuta per il reddito, ed è cresciuto il numero delle ore di lavoro degli insegnanti. Stiamo assistendo ad una situazione caotica. Gli aumenti sono stati concessi alle categorie che hanno dato luogo a rivendicazioni sul fronte salariale e questa disparità ha portato a determinare una certa tensione fra le varie categorie.

È vero che sono aumentate le agevolazioni fiscali a beneficio delle famiglie?

Il governo ha preso delle decisioni funzionali al miglioramento della situazione delle famiglie, questo è vero. Però bisogna considerare che le norme sul periodo di maternità non hanno conosciuto sostanziali cambiamenti per ciò che riguarda gli aspetti economici. Più che altro l’esecutivo ha agito sul fronte degli sgravi fiscali. Coloro i quali rientrano nelle fasce salariali più agevolate ottengono maggiori benefici dagli sgravi fiscali con i quali il governo fa gli interessi delle categorie più abbienti. Con questo sistema vengono premiate le famiglie benestanti, perciò noi diciamo che bisogna concentrarsi sull’aumento dei sussidi alle famiglie, più che sugli sgravi fiscali, per aiutare veramente chi ha più bisogno. Il problema che ho in questo campo, come dirigente sindacale, è che tali politiche impediscono alle persone economicamente svantaggiate di uscire dalla loro condizione precaria. In definitiva posso dire che il governo va incontro ai nuclei familiari benestanti e non aiuta i bisognosi.

La propaganda del governo sottolinea la crescita economica del paese. Qual è la sua opinione su questo argomento?

Si tratta di un’affermazione che fa discutere. Senza i fondi dell’Ue e quelli relativi alle transazioni del settore automobilistico l’economia ungherese sarebbe stagnante. Se confrontiamo la nostra situazione economica  con quella degli altri paesi del Gruppo di Visegrád (V4, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) o, comunque, con quella degli altri stati che sono entrati nell’Ue nel 2004, vediamo che noi ungheresi non stiamo poi così bene. Nel corso di questi anni ci sono stati anche dei periodi positivi ma l’ultimo quadrimestre, per esempio, si è concluso con un bilancio tutt’altro che soddisfacente. Gli altri paesi del V4 ci superano dai punti di vista della produttività e della crescita economica, anche la Romania ci sopravanza in termini di crescita. La Slovacchia sta davanti a noi nell’ambito del salario minimo. Non solo: da noi il salario medio è più basso della media del V4 nella misura del 30%. C’è molto da lavorare per migliorare l’economia del paese. I sindacati sono riusciti a convincere il governo che le politiche economiche del 2010, consistenti nell’apertura ai mercati orientali, non era valida in quanto portava al ribasso salariale. A causa di questa politica abbiamo perso nove posizioni nella scala della competitività internazionale. A nostro avviso occorre concentrarsi sull’aumento dei consumi interni, ma per questo non si può fare a meno di aumentare i salari. In effetti il governo ha finalmente cambiato orientamento però dovrebbe anche fare in modo che le piccole imprese possano investire in innovazione per diventare più produttive e competitive e questo invece, ora come ora, non succede. L’esecutivo preferisce investire in altri settori che possono portare a vantaggi a breve termine, ma non a lungo termine.

Il governo afferma, inoltre, di aver aumentato la fornitura di cibi gratis per l’infanzia…

È in corso una discussione anche su questo. A chi si devono garantire i pasti gratuiti? È ovvio che questo diritto spetta a chi ha più bisogno e ci sono coloro i quali sostengono che il governo dovrebbe stanziare più fondi per questo. Il problema è che sono le fondazioni vicine all’esecutivo a ricevere questi finanziamenti. Io ritengo che sia necessario investire maggiori risorse per combattere la povertà infantile e dei lavoratori giovani e migliorare le condizioni di vita di questa parte del paese.

Parliamo di pensioni, allora.

Il governo non rispetta i pensionati  e ha fatto delle scelte, nel 2010 e nel 2014, che hanno colpito direttamente la categoria. Ha soppresso, per esempio, la pensione anticipata. La filosofia del governo e quella del primo ministro Viktor Orbán, è che al di sotto dei 65 anni nessuno possa andare in pensione. L’unica concessione che è stata fatta riguarda le donne con quarant’anni di lavoro alle spalle. In pratica l’esecutivo ha irrigidito le sue posizioni in ambito pensionistico. Oggi come oggi ci sono molte persone che lavorano ma non sarebbero più in grado di farlo in quanto la loro salute si è deteriorata proprio per motivi legati al loro lavoro. Cosa possono fare queste persone quando raggiungono l’età di 61, 62 anni e si trovano in precarie condizioni di salute? In molte aziende mancano posti di lavoro specifici per questa tipologia di lavoratori, di conseguenza capita sovente che persone di oltre 60 anni di età perdano l’impiego senza avere di fronte la possibilità di reinserirsi nel mercato del lavoro. Resta la magra prospettiva dei lavori socialmente utili. Poi queste persone arrivano all’età pensionabile in condizioni psico-fisiche già compromesse. Coloro i quali sono già in pensione non se la passano molto meglio. L’anno scorso le pensioni sono cresciute dell1-1,5%. La pensione minima non aumenta dal 2008. Secondo i nostri calcoli un pensionato dovrebbe ricevere almeno 79.000 fiorini (poco più di 260 euro) che è la cifra minima con la quale poter far fronte alle spese ordinarie. Invece la pensione minima è di 28.500 fiorini. Abbiamo calcolato che oggi il 32% dei pensionati ungheresi riceve meno di 80.000 fiorini al mese, quindi non riesce a vivere dignitosamente e ad affrontare in modo agevole spese legate all’acquisto di medicinali, alimentari e di quant’altro sia necessario per vivere. A queste condizioni un pensionato non riesce a tirare avanti. Parliamo di 600.000 persone che si trovano in questa situazione. Per questo noi suggeriamo un intervento in due fasi: la prima consisterebbe nel portare la pensione minima da 28.500 fiorini a 50.000 fiorini, la seconda nell’arrivare a 80.000 fiorini. In Polonia la pensione minima è l’equivalente di circa 70.000 fiorini, in Slovacchia di 270 euro, ossia circa 83.000 fiorini. Quindi le nostre richieste sono realistiche. Bisogna far sì che chi ha lavorato per 40-45 anni non finisca a far la fame e che comunque non venga a trovarsi in una situazione nella quale non riesce a pagare le bollette.

 

In definitiva, l’Ungheria cresce davvero?

L’Ungheria che cresce è quella dei pochi, di quanti sono vicini al governo e che in questi ultimi anni sono diventati miliardari. Questa crescita non riguarda la maggioranza della popolazione che vive in una condizione per lo meno stagnante. Sempre in questi ultimi anni si è verificato un aumento della corruzione, fenomeno che uccide l’economia. Ci sono aziende valide, competitive, capaci di fornire servizi di qualità, che non hanno mercato perché non sono vicine al governo, e ce ne sono altre di livello molto più basso ma capaci di navigare in acque migliori perché sono nelle grazie dell’esecutivo e per questo ottengono fondi. C’è da aggiungere che il governo ha praticamente distrutto l’Ispettorato del Lavoro. Mi spiego: fino a qualche anno fa c’erano 870 ispettori, oggi ce ne sono poco più di 150. L’esecutivo ha davvero distrutto questa istituzione in modo consapevole e i risultati di questa operazione si vedono nella vita di tutti i giorni. I dipendenti hanno un maggior carico di lavoro e sono quindi più stressati e le aziende non rispettano le norme. La situazione dei lavoratori ungheresi è peggiorata considerevolmente, cosicché molti di loro hanno lasciato il paese per trovare altrove migliori e più dignitose condizioni di vita e di lavoro. In questo modo, però, è aumentato il carico di lavoro di chi è rimasto in Ungheria e si trova a dover fare di più proprio perché è diminuita la manodopera qualificata. Le aziende non rispettano gli orari di lavoro e lo Stato non controlla. Siamo in una situazione che comincia ad assomigliare a quella dei primi del ‘900, quando il proprietario di un’azienda disponeva a suo piacimento del personale dipendente. Più volte è capitato che siano stati licenziati dei sindacalisti, proprio perché tali. Tutto questo deteriora l’atmosfera esistente nei posti di lavoro e crea pesanti tensioni e divisioni fra gli stessi lavoratori dipendenti.

 

I testi dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo sono riproducibili alla condizione di citare la fonte

www.osmepress.wordpress.com

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