Populismo e controllo penale delle povertà in Europa

La penalizzazione e criminalizzazione dei poveri è basata sui fatti e sulle tendenze. Il Rapporto sui diritti globali 2015 le ha analizzate

Susanna Ronconi, 13° Rapporto sui diritti globali • 1/4/2017 • Contenuti in copertina, Rapporto 2015 • 671 Viste

Con buona pace di due tra gli obiettivi strategici della piattaforma comunitaria Europe 2020 – ridurre la povertà nell’Unione di 20 milioni di unità e raggiungere il 75% di occupazione entro il 2020 – la dimensione delle povertà in Europa rimane allarmante, e mediamente in crescita o, nelle migliori ipotesi, stabile, a seconda degli indicatori con la quale la si legge. La situazione che si registra nel 2015, nella fase di mid-term della strategia europea di sviluppo, è quella di un aperto fallimento: secondo il Rapporto 2015 dell’European Anti Poverty Network (EAPN), dal 2009 i poveri europei sono aumentati di 10 milioni, arrivando a 124 milioni nel 2012, un europeo su quattro, la diseguaglianza è in crescita costante e l’occupazione risulta in calo costante, dal 68,9% del 2009 al 68,4 del 2012 (EAPN, 2014 a).

Mentre dunque si espandono le povertà, parallelamente si intensifica il processo di criminalizzazione dei più poveri, che sta andando avanti in modo deciso in tutta Europa, a livello legislativo, amministrativo, del governo delle città, mediatico.

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo volume del 2015, il 13°, contiene come sempre un capitolo dedicato al tema delle politiche sociali, curato da Susanna Ronconi. Il Focus del capitolo nel 2015  è dedicato appunto alla criminalizzazione delle povertà.

Proponiamo qui un estratto della sezione del capitolo Il Contesto .

Qui  scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

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Se in Europa lo Stato penale subentra a quello sociale

Lo scenario abbozzato e i trend in atto nelle dinamiche e delle povertà e delle politiche comunitarie e nazionali, disegnano il rischio elevato che una quota non piccola della popolazione europea finisca in una povertà non transitoria, una sorta di buco nero sociale dove le povertà diventano a bassissima reversibilità. Mentre – come la realtà dei working poor dimostra – la mobilità dal relativo benessere alla povertà è un dispositivo sempre in moto, o meglio in agguato, quello della risalita, del recupero di una condizione dignitosa, vivibile e di pari opportunità appare per alcuni una danza immobile. Si cade in povertà ma anche si permane in povertà, a lungo e spesso come dimensione familiare, una sorta di destino sociale aggravato dalle citate povertà di minori e giovani. L’evidenza dimostrata dai dati dell’efficacia dei trasferimenti e dei benefit sociali nell’invertire la rotta delle biografie dei più poveri, da elemento di fiducia, com’era nel modello sociale europeo di welfare, in epoca di disinvestimenti e restrizioni selettive delle risorse si sta trasformando in profezia di cronicità. Al tempo stesso, tutto un processo socioculturale, potremmo dire di senso comune, si va innervando nelle scelte economiche liberiste e da queste attinge, producendo immagini di disvalore del welfare, dei suoi destinatari e delle sue politiche. A questo disvalore si rifanno spesso quelle che Zygmunt Bauman chiama le comunità complici, quelle che si alleano al proprio interno e guardano ai poveri (agli homeless, ai migranti e altri umani) come a nemici perfetti con cui ogni patto è rotto e verso cui ogni responsabilità è cancellata.

Questo doppio movimento – povertà non reversibili e società non coesa e non accogliente – senza più un patto sociale deve trovare una governance per queste minoranze. Gli USA ci insegnano che questa nuova governance ha tra i suoi dispositivi privilegiati quelli del controllo law&order, della criminalizzazione, e, quando ciò non è possibile, quelli di forme diverse di penalizzazione. Lo slittamento dallo Stato sociale allo Stato penale non è tema nuovo, a livello globale; in Europa è apparso evidente da quando ha preso consistenza il fenomeno delle migrazioni extracomunitarie, e lo statuto di cittadinanza europea è andato divaricandosi, portando alcuni a distinguere tra cittadini europei, da un lato, e non-persone, dall’altro. Oggi sono anche altri umani a entrare da non-persone in questo scenario.

La scelta di dedicare un Focus di questo Rapporto al tema della penalizzazione e criminalizzazione dei poveri è basata sui fatti e sulle tendenze.

Sui fatti: come ben evidenziato dal Rapporto e dalla Campagna Poverty is not a crime, curato dalla rete FEANTSA, il processo di criminalizzazione dei più poveri sta andando avanti in modo deciso in tutta Europa, a livello legislativo, amministrativo, del governo delle città, mediatico. È un fatto, e dobbiamo occuparcene come tale.

Sulle tendenze: è un fatto che va tenuto d’occhio, senza cullarsi nell’illusione che riguardi pochi e dunque resti nell’angolo delle (sopportabili) eccezioni in un contesto “sano”: è, al contrario, un fenomeno minoritario che porta in sé una tendenza strategica globale, che come tale può ricadere con esiti negativi sulla società intera. Questa l’ipotesi, questo il rischio da contrastare.

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