Per un reddito minimo “non lavorista”

L’urgenza del reddito minimo non condizionato. Dal Rapporto sui diritti globali

Susanna Ronconi, 13° Rapporto sui diritti globali • 3 Apr 17 • Contenuti in copertina, Rapporto 2015 • 441 Viste • Nessun commento su Per un reddito minimo “non lavorista”

Lo scenario abbozzato e i trend in atto nelle dinamiche e delle povertà e delle politiche comunitarie e nazionali, disegnano il rischio elevato che una quota non piccola della popolazione europea finisca in una povertà non transitoria, una sorta di buco nero sociale dove le povertà diventano a bassissima reversibilità. Mentre – come la realtà dei working poor dimostra – la mobilità dal relativo benessere alla povertà è un dispositivo sempre in moto, o meglio in agguato, quello della risalita, del recupero di una condizione dignitosa, vivibile e di pari opportunità appare per alcuni una danza immobile. Si cade in povertà ma anche si permane in povertà, a lungo e spesso come dimensione familiare, una sorta di destino sociale aggravato dalle citate povertà di minori e giovani.

Anche perciò il tema del reddito minimo è sempre più, e spesso drammaticamente, all’ordine del giorno

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo volume del 2015, il 13°, contiene come sempre un capitolo dedicato al tema delle politiche sociali, curato da Susanna Ronconi. Il Focus del capitolo nel 2015  è dedicato alla criminalizzazione delle povertà.

Qui sotto, invece, un estratto dalla sezione Il Contesto dello stesso capitolo.

Qui  scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

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Un reddito minimo “non lavorista”

Nello scontro europeo tra workfare restrittivo e difesa del welfare in funzione di lotta alla povertà, la misura di un reddito minimo universalistico, poi variamente integrato ad altre misure, continua a essere centrale. La grande maggioranza dei Paesi ha uno strumento di questa natura, ma il trend delle riforme post crisi e connessi imperativi del Fiscal compact è quello di una riformulazione restrittiva e selettiva. La Commissione Europea, del resto, continua a remare contro: le Country-Specific Recommendations (CSRs) inviate a ogni Stato membro per meglio perseguire gli obiettivi strategici di Europe 2020 solo raramente invitano ad adottare uno strumento simile (solo sei Stati sono stati invitati a considerare quest’opportunità), mentre molta enfasi viene messa sull’ancorare la misura alla cosiddetta attivazione, cioè a trovare e accettare un lavoro sempre e comunque, raccomandazione accompagnata da «ambigue affermazioni attorno alla necessità di evitare il rischio di “disincentivare” dal lavoro» (EAPN, 2015).

La Spagna viene caldamente invitata a “ottimizzare” il reddito minimo in funzione di una maggiore mobilità regionale, ma non si pensa minimamente a chiedere al governo iberico di migliorare la condizione dei tanti spagnoli esclusi da un benefit molto selettivo. Alla Francia si chiede di tagliare la sua spesa sociale anche “mirando” il reddito minimo a target specifici e attenuandone il carattere universalistico, mentre l’Irlanda dovrebbe minacciarne la revoca se non si accetta un lavoro. Quella che si chiama attivazione negativa, basata sulla minaccia di vedersi sottrarre benefici sociali, soprattutto sostegno al reddito, più che sulla positiva promozione della persona, cara al “vecchio welfare” e molto meno al nuovo workfare. EAPN valuta «negativamente il crescente appello a sempre nuove condizioni poste all’accesso al reddito minimo, che penalizzano i più poveri, li mettono in difficoltà ulteriori, enfatizzando il tema del rischio “disincentivo al lavoro” piuttosto che lavorare attivamente per efficaci strategie di inclusione e inserimento in lavori di qualità e nella partecipazione sociale». Estendere dunque il reddito minimo, ma anche difenderlo laddove tradizionalmente esiste. E farne ovunque uno strumento davvero efficace.

Non sempre è così, secondo la rete European Minimum Income Network (EMIN), che invoca una direttiva comunitaria per rendere meno arbitrario l’accesso alla misura, e chiede che diventi uno degli standard obbligatori nei Piani d’azioni nazionali: risulta infatti che tra il 20% e il 75% dei poveri europei che ne avrebbero bisogno non vi accedono, per selettività, vincoli non sostenibili, difficoltà burocratiche, e il reddito erogato a sostegno registra differenze vertiginose, ben oltre il variare del valore del denaro nei singoli Paesi, andando dai 22 euro della Bulgaria ai 1433 della Danimarca per una persona, e dai 100 euro in Polonia ai 3808 sempre in Danimarca per una coppia con due figli (EMIN, 2014).

Uno scenario critico, che porta a concludere che «che la capacità media delle misure di reddito minimo di contrastare la povertà è estremamente bassa: in media infatti colmano solo il 52% della soglia di povertà dei singoli Paesi» (Pizzuti, 2015).

In Italia, il dibattito su un reddito minimo, nelle sue diverse declinazioni più o meno legate al lavoro e più o meno universalistiche, è vivo nei movimenti e nel Terzo settore e morto nelle agende della politica istituzionale, qualsiasi siano i governi, e ancor più nei governi del dopo crisi, piegati ai tagli e alle logiche comunitarie. E non è una questione di risorse: diversi studi fanno oscillare il costo della misura tra 4 e 7 miliardi, a seconda delle formule, gli 80 euro di Renzi in busta paga ne sono costati 9 (Pizzuti, 2015).

L’esperienza pilota del 1997, quando si trattava in realtà di un reddito di inserimento (RMI) ancorato a percorsi lavorativi, non si è ripetuta, nonostante gli esiti non fossero negativi (più positivi laddove l’ente locale aveva integrato e cooperato). Le successive formulazioni nate anche dal confronto tra governi e Terzo settore – REIS, Reddito di Inclusione Sociale, SIA, Sistema d’Inclusione Attiva adottato dal governo Letta prima del suo decadere – non sono approdate a una riforma concreta. Il dibattito è segnato dalle diverse formulazioni in relazione al nodo del lavoro, visto sia come condizione pregressa per l’accesso che come approdo, con uno sforzo anche della parte più radicale – la rete Basic Income, che propone la formulazione più ampia, universalistica e disancorata dal lavoro – di superare una contrapposizione reddito-lavoro che crea conflitto non solo con accademici e politici ma anche con il sindacato (Sbilanciamoci!, 2013).

Nel dibattito italiano attuale si profila la possibilità che un reddito minimo universalistico possa incardinarsi al lavoro visto come garanzia, sia di reddito, ovviamente, che di maggior libertà dei singoli di poter “scegliere”, che, alla fin fine, come sostegno alla stessa occupazione e non suo competitor. È un ragionare sensato ma che resta fuori dai palazzi, dove, per ora, giacciono solo alcune proposte di legge, dal 2013: quella dei movimenti, cui hanno poi fatto seguito quelle di SEL, PD e M5S, molto tarate però queste ultime sui disoccupati poveri – dunque ancora e sempre ipotesi “lavoriste” – e poco o nulla sui poveri e basta, o sui lavoratori poveri.

 

Il reddito di base arriva nelle città olandesi

Prove tecniche – municipali – di reddito di base in Olanda: 30 Comuni stanno progettando di introdurre forme di reddito universalistiche, la città di Utrecth dovrebbe partire entro il 2015, seguita da Tilburg, Wageningen e Groningen. La caratteristica della misura sarà quella di non essere rigidamente ancorata al lavoro, e in questo senso integrerà le forme di reddito minimo già presenti nel welfare/workfare locale olandese. Secondo Sjir Hoeijmakers, il giovane economista che sta seguendo i Comuni nella progettazione – anche grazie ai fondi recuperati con un crowdfunding – i Comuni «sono alla ricerca di un’alternativa all’attuale sistema di sicurezza sociale e di reddito minimo garantito, che è percepito come uno strumento pressante di controllo sui beneficiari essendo legato in maniera troppo forte a obblighi stringenti». La sperimentazione sarà dunque limitata a una platea di beneficiari dell’assistenza sociale, e ruoterà attorno al nodo della selettività, cercando di mitigare tanto i dispositivi del means test, cioè la prova dei mezzi, che tiene conto della condizione anche del reddito familiare, quanto quelli dell’inserimento lavorativo. Non è certo il reddito di base incondizionato e universale ma imbocca una direzione che anche il movimento Basic Income olandese reputata interessante. Si dovrebbe partire con 5 gruppi da 50 persone e prevedere un reddito tra i 900 e i 1300 euro mensili (Basic Income Network Italia, 2015).

 

Le tante formule e sigle del reddito minimo

Difficile tener dietro alle sigle del reddito minimo, in Italia. Dopo RMI (decaduto), REIS (mai avviato) e SIA (morto con il governo Letta) arriverà il RIA? Può darsi, se il Piano nazionale per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale annunciato a inizio 2015 dal ministro Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, alle parti sociali e a Comuni e Regioni prenderà vita. Sarebbe una novità e un’inversione di tendenza, stante che all’esordio del governo Renzi la parola povertà non appariva nel programma politico.

[Ndr: Dopo il passaggio alla Camera dello scorso luglio 2016 è stato approvato dal Senato il 9 marzo 2017 la Legge delega sulla povertà , “Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”]

RIA sta per Reddito di Inclusione Attiva, e si prospetta come una misura di sostegno al reddito definita universalista e fortemente ancorata a un piano di inserimento lavorativo e di partecipazione alla vita della comunità locale.

Poletti prospetta di reperire le risorse sia dal vecchio Fondo a suo tempo stanziato da Letta per il SIA, sia dalla futura legge di stabilità, che dal Fondo Sociale Europeo, ferma restando la rituale cautela della compatibilità finanziaria. Proprio sulla certezza della copertura finanziaria hanno insisto i Comuni, ricordando come senza una continuità almeno triennale nessuna misura per quanto adeguata può incidere sui fenomeni e verificare la sua efficacia, tenendo conto che le povertà di cui è necessario occuparsi sono anche – o forse soprattutto – quelle di lunga durata (ANCI, 2015).

L’Alleanza contro la povertà in Italia, un cartello di 32 organizzazioni (da ACLI a CGIL-CISL-UIL, da Forum del Terzo settore a Regioni e Comuni), rilancia a Poletti la proposta del REIS, il Reddito di Inclusione Sociale, e critica l’approccio del futuro Piano, laddove si prospetta come l’ennesima sperimentazione triennale di misure incerte, mentre andrebbe con chiarezza e senza più i tentennamenti dei governi precedenti varato un insieme di misure stabili e coperte dalle necessarie risorse: «L’Alleanza giudica in modo negativo l’impianto strategico delineato nel documento. Vi si esplicita, infatti, l’intenzione di non avviare nel triennio 2016-18 – cioè sino alla scadenza attesa della legislatura – un percorso di riforma che introduca gradualmente la necessaria misura nazionale a sostegno della popolazione in povertà assoluta. L’avviamento di tale percorso, invece, è necessario e urgente poiché l’Italia ha recentemente vissuto un’amplissima diffusione dell’indigenza e rimane – unico Paese in Europa insieme alla Grecia – priva di una simile misura». Punto dirimente, poi, che dal momento in cui la misura del REIS vada a regime, essa deve rivolgersi a tutte le famiglie in condizione di povertà assoluta, senza restrizioni (Alleanza contro la povertà, 2015).

Anche la campagna promossa da Gruppo Abele e Libera, Miseria ladra, insiste su misure certe di reddito minimo, nel quadro di una maggior sicurezza delle risorse per il sociale, e di una coraggiosa inversione di tendenza politica, in direzione contraria a quella dell’austerità (Gruppo Abele e Libera, 2013).

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