Gli Stati Uniti e l’America Latina

Le nuove relazioni diplomatiche e politiche tra USA e Cuba in realtà sono appena all’inizio e hanno di fronte una strada in salita

Orsola Casagrande, 13° Rapporto sui diritti globali • 15 Apr 17 • Contenuti in copertina, Rapporto 2015 • 369 Viste • Nessun commento su Gli Stati Uniti e l’America Latina

Barack Obama ha deciso di chiudere il suo mandato con un paio di decisioni piuttosto “pesanti”. Si tratta dell’accordo con l’Iran sul programma di sviluppo nucleare (luglio 2015), che era stata preceduta (dicembre 2014) dall’annuncio della ripresa delle relazioni USA-Cuba, dopo oltre 55 anni di una politica fallimentare americana. Quest’ultimo annuncio, anche se limitato nelle sue ripercussioni pratiche e materiali, ha senza dubbio una dimensione simbolica internazionale molto più vasta.

 

Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo volume del 2015, il 13°, contiene come sempre un capitolo dedicato ai temi internazionali, delle guerre e dei diritti umani, curato da Orsola Casagrande. Il Focus del capitolo nel 2015  è dedicato al dramma di profughi e rifugiati.

Qui sotto, invece, un estratto dalla sezione Il Contesto dello stesso capitolo.

Qui  scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.

Il Rapporto integrale può essere acquistato in libreria o richiesto all’editore Ediesse

 

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Cuba, da frutto proibito a incognita

L’annuncio congiunto dei presidenti di Cuba, Rául Castro, e degli USA, Barack Obama – arrivato dopo un anno e mezzo di negoziati mantenuti segreti – della normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi ha colto senza dubbio di sorpresa molti, a sinistra come a destra; diversi governi, di qua e di là dell’Atlantico, sono rimasti spiazzati. A partire da questo annuncio si possono fare molte letture e ancor più domande. L’agenda dei temi affrontabili fin da subito è chiara: emigrazione, lotta al traffico di stupefacenti e di persone, sicurezza regionale, misure per facilitare viaggi e scambi a vari livelli. Chiare anche alcune decisioni concrete: apertura di ambasciate, esclusione di Cuba dalla lista USA dei Paesi che appoggiano il “terrorismo”, iniziative USA per eliminare gli ostacoli per chi vuole visitare Cuba e facilitazioni per l’invio di denaro all’isola per svariati motivi (invio di risorse a familiari da parte del milione e più di cubani-americani residenti negli USA, o invio facilitato a imprese di alimenti, medicine, servizi di comunicazione). Per dare un’idea delle ripercussioni sociali di questa lista, basti un solo dato: il denaro inviato a Cuba nei primi otto mesi del 2015 è triplicato rispetto alle rimesse dell’intero 2014.

Le autorità cubane hanno davanti la sfida di un cambio di generazione politica imminente per ragioni di età, una società segnata da diseguaglianze sociali ed economiche crescenti, un tessuto produttivo inefficace e impossibile da comprendere per via della doppia moneta e perché fa oggettivamente acqua da tutte le parti, oltre a essere terreno fertile per una corruzione molto alta. Cuba è una società con strumenti consumati, vecchi, quando si parla di politica e comunicazione, abituata a vivere e riprodursi senza confronto né critica, come se fosse un pianeta differente. L’embargo economico, finanziario e commerciale imposto dagli USA a Cuba, come sofisticata ragnatela, rimarrà probabilmente ancora per qualche tempo, anche se è indubbia una sua reinterpretazione, di fatto già in atto, che andrà a favorire nuove dinamiche sociali e ripercussioni economiche. La Rivoluzione cubana, per parte sua, ha di fronte anche il compito di evitare che queste nuove relazioni, con le implicazioni che esse comportano, si traducano in uno “sbarco” che ottenga, attraverso abbracci e dimostrazioni di pelosa amicizia, quanto non riuscì a ottenere in 55 anni di aggressione aperta e illegale.

Le nuove relazioni diplomatiche e politiche tra USA e Cuba in realtà sono appena all’inizio e hanno di fronte una strada in salita. Il governo cubano ha reiterato di voler costruire queste nuove relazioni sulla base di uguaglianza e sovranità (cosa che dipenderà in certa misura anche dalla stessa stabilità interna di Cuba), mentre gli alti funzionari americani continuano a parlare del loro obiettivo fondamentale, che rimane il rovesciare, dal suo interno, il regime cubano.

 

Gli Stati Uniti e i suoi alleati locali all’offensiva in America Latina

L’annuncio relativo alle nuove relazioni USA-Cuba ha un effetto che va al di là dei meri interessi bilaterali. Il simbolismo racchiuso nella resistenza di Cuba all’imperialismo è più che evidente. Da anni ormai gli Stati Uniti erano isolati nella loro ostinata volontà di continuare con una politica (e soprattutto un embargo) verso Cuba fallimentare per loro stessa ammissione. Così l’annuncio di Obama è anche un messaggio apparentemente positivo verso tutta l’America Latina e la comunità di Paesi dei Caraibi. Tuttavia, questo annuncio nasconde altre intenzioni e avviene in un momento che si potrebbe definire di offensiva delle destre oligarchiche e pro-nordamericane nella regione. Un attacco aggressivo e simultaneo in diversi Paesi, che ignora le regole democratiche nel tentativo di destabilizzare e far cadere, per mano di golpe civico-sociali, governi e processi progressisti. Una sorta di versione creola della “rivoluzione di colori” di moda in Europa.

La stessa candidata democratica alla presidenza, Hillary Clinton, il 30 luglio 2015 dichiarava in un incontro elettorale a Miami (sede principale della “industria controrivoluzionaria” cubano-americana): «Come Segretaria di Stato ho potuto comprendere che la nostra politica di isolare Cuba stava rafforzando il potere dei Castro, invece che indebolirlo. E questo pregiudica il nostro tentativo di ristabilire la leadership degli Stati Uniti in tutto l’emisfero» (Clinton, 2015). La confessione di questa perfetta rappresentante dell’establishment nordamericano sulle vere intenzioni USA trova conferma e si concretizza in numerosi eventi e processi di destabilizzazione messi in marcia da élite e oligarchie locali che sono tradizionali alleati degli USA.

Esempi di quest’offensiva reazionaria contro alcuni processi progressisti e rivoluzionari sono le azioni ben organizzate, che mescolano mobilitazione sociale e violenza destabilizzante nelle azioni delle cosiddette “opposizioni”, in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Argentina e Brasile. Opposizioni di destra che non sono in grado di vincere i processi elettorali e pertanto ricorrono ad altre modalità, con l’appoggio dei loro amici nordamericani. Quest’offensiva parte, tra l’altro, da un fatto economico fondamentale, la diminuzione costante dei prezzi internazionali di materie prime e alimenti, che costituiscono la base economica principale di questi Paesi e che permettono ai governi progressisti le politiche sociali di distribuzione della ricchezza che stanno portando avanti, almeno fino a questo momento.

Oggi l’America Latina e i Caraibi sono una regione in cui continuano a esistere processi di integrazione importanti, ma sono anche una regione divisa a metà: da una parte l’America neoliberale e pro-nordamericana che gravita attorno all’Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Cile, Perú) e che senz’altro condivide l’obiettivo espresso da Hillary Clinton a Miami. Dall’altra, l’America Latina che trova la sua espressione nell’ALBA (fondata dall’ex presidente venezuelano Hugo Chávez) e che comprende Venezuela, Cuba, Nicaragua, Ecuador, Bolivia. A questa America Latina si possono aggiungere (almeno fino a questo momento, per quel che riguarda numerosi temi strategici) anche due Paesi di peso, come Argentina e Brasile.

 

Dal Brasile all’Estremo Oriente, passando per i BRICS

Il Brasile, Paese di 200 milioni di abitanti e un’estensione geografica immensa, è tenuto sotto stretto controllo dagli organismi economici internazionali che prevedono una recessione del 2% per il prossimo anno. Una battuta d’arresto dopo aver goduto di una crescita tra il 4% e il 6% negli ultimi quindici anni. Questo Paese latinoamericano è membro molto attivo dei cosiddetti BRICS (Russia, India, Cina, Sud Africa, oltre lo stesso Brasile). L’Occidente freme, “contento” per aver finalmente trasferito almeno una parte della crisi al “sud”. La realtà è che il Brasile (e la sua presidente Dilma Rousseff, rieletta nel 2014) si trova a dover far fronte a una destabilizzazione politica e mediatica permanente, che ha come obiettivo un insieme di cose, dal contesto economico internazionale, a gravi politici di corruzione interna, a un crescente malessere sociale delle classi medie e basse (proprio quelle che furono beneficiate proprio dall’anteriore governo Rousseff e da quello ancora precedente del suo compagno di partito, Luiz Inácio da Silva, “Lula”.

Il malessere e l’instabilità brasiliane sono trasferibili ad altri contesti e regioni, per esempio la Cina, altro Paese BRICS, che nell’estate 2015 sembra aver sofferto una battuta d’arresto nel suo peculiare – e predatore – modello di sviluppo. Se è vero che i prezzi di importazione delle materie prime e alimenti si abbassano, è altrettanto vero che si abbassano anche i ricavi delle esportazioni. Le previsioni economiche parlano di recessione per la Cina, così come per il resto dei BRICS. Ad agosto 2015 la Banca Centrale di Cina ha svalutato la sua moneta del 2,5% rispetto al dollaro. Dollaro nordamericano che sembra essere il gran vincitore, per quel che concerne gli aspetti economici, in questo finale del 2015.

Rimanendo in Asia, un paio di “pennellate”. Il Giappone ha riaperto nell’estate del 2015, in maniera silenziosa e discreta, le sue centrali nucleari. Dopo Fukushima, una dimostrazione in più che gli interessi delle grandi società valgono più della vita e la sicurezza delle persone. Nel frattempo una marea di persone, abbandonate al loro triste destino, continua ad arrivare alle coste australiane. Migliaia di persone di tutte le età e condizione che giungono dal Pakistan, Myanmar, Afghanistan, Bangladesh… viaggiano su imbarcazioni precarie – come quelle che solcano il Mediterraneo –, in cerca di qualcosa migliore delle loro terre martoriate. Non riceveranno il benvenuto, in Australia. La maggior parte di questi migranti, infatti, viene rinchiusa in centri di detenzione in isole perdute e deserte.

Storie di emigrazione. Storie che non fanno dormire. E che costituiscono il Focus di questo capitolo.

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