Salvare gli agnelli. La Pasqua diventa veg

Malgrado tutto, però, sono 800 mila gli agnelli che finiscono nei piatti degli italiani durante le festività pasquali

Fabrizio Caccia, Corriere della Sera • 10 Apr 17 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Buone pratiche e Buone notizie • 171 Viste • Nessun commento su Salvare gli agnelli. La Pasqua diventa veg

«Meglio la quinoa scottadito dell’abbacchio», ne è convinta Elena dal Forno, nota raw chef vegano-crudista, che ha accolto con entusiasmo l’iniziativa di Silvio Berlusconi e Michela Vittoria Brambilla: salvare gli agnelli dalla brace pasquale («Io che non ho mai votato per lui — chiosa allegra la chef — ora mi trovo a dire: Grazie Silvio!»). E mentre i social si scatenano sui cinque agnellini sottratti al banchetto — un diluvio di commenti, ieri, su Twitter — ecco che Donatella Prampolini, presidente della Fida-Confcommercio (la federazione nazionale dettaglianti alimentari) ammette che a sei giorni dalla data fatidica «l’effetto Berlusconi si fa sentire». In che modo? «Sarà che la Pasqua quest’anno cade più avanti — spiega lei — e, visto che fa caldo, frena il consumo di carne, ma stiamo registrando il 20-30 per cento in meno di prenotazioni di agnelli, abbacchi e capretti nei nostri negozi».

Magari non tutti seguiranno le indicazioni di Elena dal Forno, consulente delle scuole di cucina Mind di Roma e Funny Vegan di Milano, che domenica a tavola esibirà «una colomba vegana crudista (fatta con gli scarti dell’estratto di carote, ndr ) oltre a dei ravioli di rape rosse ripieni di formaggio di noci di macadamia al rosmarino», ma di certo qualcosa sta cambiando. Lo chef pluristellato friulano-milanese Andrea Berton rispetta da sempre la tradizione e ha «in carta» comunque una spalla d’agnello cotta sottovuoto, ma nel suo menù primaverile spicca quest’anno «l’uovo di quaglia marinato in una riduzione di barbabietole e abbinato all’asparago verde arrostito sulla griglia». Addirittura, Dario Cecchini, il mitologico macellaio di Panzano in Chianti, dice che lui, pur restando fedele al suo antico motto «Viva la ciccia e chi la stropiccia», da anni «per scelta etica» a Pasqua non vende né cuoce abbacchi, «ma solo animali adulti che hanno avuto vita lunga e felice».

Malgrado tutto, però, sono 800 mila gli agnelli che finiscono nei piatti degli italiani durante le festività pasquali — è il calcolo fatto da Giorgio Apostoli, responsabile del settore allevamenti della Coldiretti — e pure quest’anno i volumi saranno rispettati. «La domanda tiene», giura Maurizio Arosio, presidente di Federcarni. Anche i prezzi rimarranno stabili. «L’abbacchio a Pasqua fa parte del nostro patrimonio gastronomico e per questo va tutelato — aggiunge Prampolini di Confcommercio —. Io, poi, sono contraria a ogni forma di demonizzazione e d’integralismo, specie a tavola. E sono pure emiliana: perciò vegana stammi lontana…».

«È facile ora parlare di “strage degli innocenti” — aggiunge Giorgio Apostoli, in rappresentanza degli allevatori —. L’Italia ha un gregge di 6 milioni di pecore e un milione di capre, ma è un gregge essenzialmente da latte, non da carne. Noi cioè alleviamo per produrre il latte da cui poi scaturiranno i celebri formaggi, dal pecorino al fiore sardo, che sono un’altra eccellenza del sistema Italia. Ma per fare latte, bisogna ingravidare le pecore e ci servono arieti. E basta un ariete per 40 pecore. Ecco perché gli agnelli maschi in gran parte li cediamo al mercato e finiscono nei macelli». Insomma, se venissero tutti adottati come i 5 di Berlusconi, si salverebbero in massa. «Potremmo anche non cederli più — conclude Apostoli — ma allevarli ci costerebbe un occhio e dovremmo poi vendere i formaggi a prezzi stellari. È un discorso economico, non siamo gente senza cuore…».

Fabrizio Caccia

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