Sei più sei più sei. Una proposta per i rifugiati

La straordinaria storia di una famiglia del trevigiano che di fronte alle tragedie del Mediterraneo decide di raddoppiare, da sei a dodici, il numero degli abitanti della loro casa

Una città, Pao­la Sab­ba­ta­ni e Le­lia Ser­ra • 9/5/2017 • Buone pratiche e Buone notizie • 533 Viste

Intervista a Antonio Silvio Calò
da Una città maggio 2017, realizzata da Paola Sabbatani, Lelia Serra

La straordinaria storia di una famiglia del trevigiano che di fronte alle tragedie del Mediterraneo decide di raddoppiare, da sei a dodici, il numero degli abitanti della loro casa; l’incredulità dei funzionari delle istituzioni e, poi, l’ostilità iniziale del vicinato; i sei giovani “rifugiati” che non bighellonano mai, che vanno a scuola e al doposcuola pomeridiano, che aiutano i vicini nel sabato, che fanno un tirocinio lavorativo; un “modello” che funziona. Intervista ad Antonio Silvio Calò.

An­to­nio Sil­vio Ca­lò, in­se­gnan­te di scuo­la me­dia su­pe­rio­re, spo­sa­to con quat­tro fi­gli, vi­ve a Ca­ma­lò, in pro­vin­cia di Tre­vi­so. La sua espe­rien­za di ac­co­glien­za è di­ven­ta­ta fa­mo­sa an­che ol­tre i con­fi­ni na­zio­na­li.

Ci pia­ce­reb­be che rac­con­tas­se dal­l’i­ni­zio co­me la vo­stra fa­mi­glia è ar­ri­va­ta a pren­de­re que­sta de­ci­sio­ne di ac­co­glie­re ri­fu­gia­ti.
Nel 2015, mar­zo, apri­le, si so­no ve­ri­fi­ca­ti una se­rie di even­ti mol­ti tra­gi­ci uno die­tro l’al­tro; il 18 ce n’è sta­to uno mol­to dram­ma­ti­co a Lam­pe­du­sa con cen­ti­na­ia di mor­ti. Di fron­te a que­ste im­ma­gi­ni, ma an­che al­le pre­ce­den­ti, de­vo es­ser sin­ce­ro, quel gior­no, il 18, lo ri­cor­do co­me fos­se ades­so, ho det­to no, ba­sta, dob­bia­mo fa­re qual­co­sa. Ora non è che noi ab­bia­mo tan­te co­se. Ab­bia­mo la ca­sa. Ho pro­po­sto, met­tia­mo a di­spo­si­zio­ne la no­stra ca­sa. Mia mo­glie era d’ac­cor­dis­si­mo, ho con­sul­ta­to an­che tut­ti i fi­gli per­ché non avrei mai pre­so una de­ci­sio­ne di que­sto ge­ne­re, che com­por­ta­va un ta­le cam­bia­men­to nel­la con­di­vi­sio­ne de­gli spa­zi del­la ca­sa, sen­za il lo­ro con­sen­so.
Il 20 apri­le o il 21, non ri­cor­do, pri­ma di re­car­mi in pre­fet­tu­ra ho det­to a mia mo­glie: “Ve­drai che ci sa­ran­no al­tre fa­mi­glie che han già fat­to que­sta scel­ta quin­di po­tre­mo crea­re una re­te, ci po­tran­no con­si­glia­re su co­sa fa­re e non fa­re”. Quan­do so­no sta­to da­van­ti al fun­zio­na­rio del­la pre­fet­tu­ra su­bi­to c’è sta­to un qui pro quo: lo­ro pen­sa­va­no che noi aves­si­mo una se­con­da o ter­za ca­sa in cui ospi­tar­li. Quan­do ho chia­ri­to che sa­reb­be­ro ve­nu­ti a sta­re a ca­sa no­stra, la ri­spo­sta è sta­ta: “Ma lei è fuo­ri com­ple­ta­men­te!”. E quan­do ho det­to: “Ma ci sa­ran­no al­tre si­tua­zio­ni co­me la no­stra…”, l’i­spet­tri­ce mi ha ri­spo­sto: “No, guar­di, non c’è nes­su­na si­tua­zio­ne di que­sto ge­ne­re, né qui né a Tre­vi­so o nel Ve­ne­to… Io cre­do che lei sia il pri­mo in Ita­lia che fa que­sto ti­po di ac­co­glien­za”. A quel pun­to ci so­no ri­ma­sto an­che ma­le, ave­vo im­ma­gi­na­to una si­tua­zio­ne ben di­ver­sa. An­che per­ché quel­lo vo­le­va di­re che non c’e­ra nep­pu­re una le­gi­sla­zio­ne in ri­fe­ri­men­to al­l’ac­co­glien­za fa­mi­lia­re.
C’e­ra­no i cen­tri di ac­co­glien­za ma non c’e­ra la pos­si­bi­li­tà di ac­co­glie­re im­mi­gra­ti per i pri­va­ti?
Per i pri­va­ti so­lo in ca­so di emer­gen­za, co­me in quei gior­ni, poi è di­ven­ta­to tut­to mol­to più dif­fi­ci­le. Ci do­ve­va­mo ap­pog­gia­re a qual­cu­no. Su­bi­to mi ven­ne in men­te una coo­pe­ra­ti­va di un ex pro­fu­go ma­roc­chi­no, ora ita­lia­no, ve­nu­to in Ita­lia 23 an­ni fa, che in quel mo­men­to sta­va co­min­cian­do a far ser­vi­zio pres­so la pre­fet­tu­ra per i pro­fu­ghi. Que­sta per­so­na, un ca­ris­si­mo ami­co con cui ab­bia­mo fat­to tan­te espe­rien­ze in­sie­me, com­pre­so un viag­gio in Ma­roc­co, mi ha det­to su­bi­to che ci sa­rem­mo po­tu­ti ap­pog­gia­re a lo­ro, man­te­nen­do la mas­si­ma li­ber­tà per fa­re quel­lo che ci sem­bra­va più op­por­tu­no. Que­sto è sta­to ad apri­le. Poi a mag­gio il no­stro par­ro­co ha aper­to la pro­pria ca­no­ni­ca a tren­ta­due ra­gaz­zi. Era una si­tua­zio­ne di emer­gen­za e mia mo­glie an­da­va pra­ti­ca­men­te tut­ti i gior­ni a in­se­gna­re un po’ di ita­lia­no. Io an­da­vo ap­pe­na po­te­vo, so­prat­tut­to la se­ra, per ca­pi­re com’e­ra or­ga­niz­za­ta la co­sa. Di­scu­te­vo con lo­ro, cer­ca­vo an­che di com­pren­de­re so­prat­tut­to le mo­ti­va­zio­ni ma an­che le aspet­ta­ti­ve che li spin­ge­va­no a in­tra­pren­de­re que­sti viag­gi in­cre­di­bi­li. E quel­lo ci è ser­vi­to mol­to.
Co­sì ab­bia­mo da­to la di­spo­ni­bi­li­tà al­la pre­fet­tu­ra da due a un mas­si­mo di sei per­so­ne. Ri­cor­do che mia mo­glie dis­se che a quel pun­to, vi­sto che ci era­va­mo de­ci­si a quel sal­to, po­te­va­mo of­fri­re la pos­si­bi­li­tà al­le ra­gaz­ze so­prat­tut­to, per­ché le ra­gaz­ze, co­me pur­trop­po si sa, pa­ti­sco­no co­se non di po­co con­to. Ag­giun­se: “Guar­da, an­che se ar­ri­va­no già in­cin­te, le pren­dia­mo lo stes­so per­ché in fa­mi­glia è tut­ta un’al­tra co­sa ri­spet­to a cer­ti cen­tri d’ac­co­glien­za”. A Tre­vi­so, pe­rò, in quei me­si, di ra­gaz­ze non ne so­no pro­prio ar­ri­va­te. L’8 giu­gno del 2015 la pre­fet­tu­ra mi ha te­le­fo­na­to per dir­mi che ave­va­no bi­so­gno dei po­sti che ave­va­mo of­fer­to per­ché ar­ri­va­va­no sei ra­gaz­zi. La chia­ma­ta era sta­ta ver­so le 12, al­le 19 di se­ra era­no già tut­ti qua. Quin­di ab­bia­mo do­vu­to pre­pa­ra­re tut­to: i let­ti, che so­no ar­ri­va­ti con­tem­po­ra­nea­men­te a lo­ro, e tut­to il re­sto. È sta­to ve­ra­men­te un mo­men­to par­ti­co­la­ris­si­mo: la no­stra stra­da, co­me ave­te vi­sto, è chiu­sa e ci si è in­fi­la­ta que­sta cor­rie­ra che pro­ve­ni­va dal­la Si­ci­lia, con 50 per­so­ne, die­tro c’e­ra la po­li­zia, e ne so­no sce­si que­sti sei con il lo­ro sac­chet­to ne­ro del­l’im­mon­di­zia do­ve ave­va­no un cam­bio. È sta­to un mo­men­to par­ti­co­la­re. Tut­to il quar­tie­re si era af­fac­cia­to, gli sguar­di di gran par­te di lo­ro era­no un po­co tru­ci, osti­li…
Di do­ve era­no i ra­gaz­zi? E co­me è sta­to l’im­pat­to?
I pri­mi sei, di­co pri­mi e do­po spie­ghe­rò per­ché, era­no due dal Gam­bia, due dal Gha­na, due dal­la Ni­ge­ria. Sì, l’i­ni­zio non è sta­to fa­ci­le per nien­te. Per­ché ab­bia­mo avu­to mi­nac­ce, of­fe­se pe­san­ti dal quar­tie­re e i pri­mi 15 gior­ni i ra­gaz­zi so­no ri­ma­sti chiu­si in ca­sa, non si so­no nean­che af­fac­cia­ti al­l’u­sci­ta. E chia­ra­men­te pe­rò è ini­zia­ta tut­ta una or­ga­niz­za­zio­ne del­la ge­stio­ne per­ché era giu­gno, e io e mia mo­glie co­mun­que do­ve­va­mo in­se­gna­re, i miei fi­gli an­da­va­no a scuo­la, chi an­da­va a la­vo­ra­re, qual­cu­no do­ve­va re­sta­re qua. Al­lo­ra ab­bia­mo pen­sa­to a una si­gno­ra, Va­len­ti­na, che ave­va­mo in­con­tra­to in par­roc­chia du­ran­te quel­l’e­spe­rien­za di ac­co­glien­za, una vo­lon­ta­ria, che tra l’al­tro ave­va per­so il la­vo­ro da po­co, mam­ma di due fi­gli. Io ho chie­sto al­la coo­pe­ra­ti­va che ve­nis­se as­sun­ta a tem­po de­ter­mi­na­to con tut­ti i san­ti cri­smi.
Que­sto pe­rio­do che va da giu­gno ad ago­sto è sta­to co­me un tem­po in­ter­me­dio, una fa­se per po­ter gua­ri­re le fe­ri­te, spes­so gra­vis­si­me. E cer­ca­re an­che di far ca­pi­re ai ra­gaz­zi do­ve era­no, in che mon­do era­no ar­ri­va­ti, co­sa vo­le­va di­re vi­ve­re a Tre­vi­so, in pro­vin­cia, e in Ita­lia. Te­ne­te pre­sen­te che gli afri­ca­ni han­no mol­tis­si­mi dia­let­ti e non riu­sci­va­no a co­mu­ni­ca­re nean­che fra di lo­ro. La se­ra, che era il mo­men­to in cui ci tro­va­va­mo tut­ti, ve­ni­va an­che da ri­de­re per­ché per riu­sci­re a co­mu­ni­ca­re tra di noi po­te­va­mo met­ter­ci an­che mez­z’o­ra so­lo per di­re una co­sa a tut­ti.
Co­mun­que l’i­ni­zio, co­sì dif­fi­ci­le per tan­ti ver­si, è sta­to an­che in­te­res­san­te per­ché, per al­tri ver­si, spon­ta­nea­men­te ci si so­no af­fian­ca­te al­tre per­so­ne per dar­ci una ma­no: un gior­no si è pre­sen­ta­to un ex gior­na­li­sta che non co­no­sce­vo di­cen­do: “Vo­glio fa­re qual­co­sa per voi, non vo­glio nul­la”.
Ave­va in­se­gna­to per tan­ti an­ni ita­lia­no in Ame­ri­ca, co­sì si fer­ma­va qua per ore al po­me­rig­gio con i ra­gaz­zi per in­se­gna­re lo­ro la lin­gua ita­lia­na, ma an­che per in­tro­dur­li al­la vi­ta, ai co­stu­mi e al­le tra­di­zio­ni ita­lia­ni. È sta­to uti­lis­si­mo l’a­iu­to di Gio­van­ni. Un pen­sio­na­to che abi­ta qui vi­ci­no, Val­ter, mi ha det­to: “Pro­fes­so­re, mi per­met­te di fa­re qual­co­sa?”, “Guar­di, qual­sia­si co­sa può es­se­re uti­le”, e co­sì ha mes­so su in po­co tem­po, in­sie­me ai ra­gaz­zi, un or­to straor­di­na­rio nel giar­di­no.
I sei ra­gaz­zi so­no sem­pre ri­ma­sti gli stes­si?
In­tor­no ad ago­sto ho mes­so avan­ti una que­stio­ne. Gli ho det­to che se vo­le­va­no sta­re qua con noi c’e­ra un pro­get­to da ri­spet­ta­re. Sta­re qua sen­za sen­so, no, non ci an­da­va be­ne. A mag­gior ra­gio­ne vi­sto che il con­te­sto è quel­lo di una fa­mi­glia. Al­la de­scri­zio­ne di que­sto pro­get­to tre han­no ri­spo­sto su­bi­to con en­tu­sia­smo, e tre han­no co­min­cia­to a nic­chia­re, a pren­de­re tem­po. A quel pun­to gli ho da­to una da­ta per sa­pe­re la lo­ro ri­spo­sta. La psi­co­lo­ga, Giu­lia, di gran­dis­si­mo aiu­to fin dal­l’i­ni­zio, mi ave­va già se­gna­la­to che c’e­ra­no al­cu­ne que­stio­ni tra di lo­ro, non tan­to sul fat­to di sta­re in fa­mi­glia. Tre di lo­ro era­no cat­to­li­ci e tre mu­sul­ma­ni e due di lo­ro, i ni­ge­ria­ni, ave­va­no un at­teg­gia­men­to un po’ pre­po­ten­te e di do­mi­nio nei con­fron­ti de­gli al­tri afri­ca­ni, qua­si di su­pe­rio­ri­tà, del ti­po: “Noi sia­mo noi e voi sie­te al­tro”. Un at­teg­gia­men­to che si ri­per­cuo­te­va nel­la col­la­bo­ra­zio­ne. La psi­co­lo­ga stes­sa mi con­si­gliò di “an­da­re al dun­que” con lo­ro, per­ché quel­le per­so­ne sa­reb­be­ro po­tu­te di­ven­ta­re un gra­ve ele­men­to di di­stur­bo, ad­di­rit­tu­ra di­strut­ti­vo.
Co­sì quan­do è ar­ri­va­to il gior­no sta­bi­li­to, lo­ro mi han­no det­to che non ac­cet­ta­va­no di re­sta­re, che era tro­po im­pe­gna­ti­vo e che pre­fe­ri­va­no tor­na­re ai cen­tri di ac­co­glien­za.
Ma in co­sa con­si­ste que­sto pro­get­to?
Il pro­get­to è quel­lo che è sta­to chia­ma­to mo­del­lo “sei più sei”. In­tan­to da set­tem­bre c’e­ra l’ob­bli­go del­la scuo­la. Ho det­to ai ra­gaz­zi che non po­te­va­no re­sta­re in que­sto pae­se sen­za la co­no­scen­za del­la lin­gua, as­so­lu­ta­men­te. Quin­di l’ob­bli­go del­la scuo­la, ma ob­bli­go ve­ro, non che uno va un gior­no e l’al­tro no. Que­sta è la pri­ma co­sa. Poi ave­vo or­ga­niz­za­to tut­ta la set­ti­ma­na e co­sì è sta­to: lu­ne­dì, mar­te­dì, mer­co­le­dì e gio­ve­dì quat­tro ore di scuo­la, dal­le 9 al­le 13.
Que­sto do­ve?
Al­la scuo­la me­dia di Tre­vi­so. So­no sta­ti in­se­ri­ti a va­ri li­vel­li per­ché due di lo­ro era­no anal­fa­be­ti. In quan­to mu­sul­ma­ni ave­va­no fre­quen­ta­to le scuo­le co­ra­ni­che, ave­va­no im­pa­ra­to a me­mo­ria le su­re del Co­ra­no ma non era­no in gra­do di scri­ve­re in ara­bo. Era pro­prio tut­to im­pa­ra­to a me­mo­ria, una di­men­sio­ne oran­te co­me d’al­tron­de è oran­te la lo­ro lin­gua. Non è che esi­sto­no i vo­ca­bo­la­ri dei sin­go­li dia­let­ti o del­le lin­gue in Afri­ca. E quin­di lo­ro fa­ce­va­no quat­tro ore di scuo­la, di cui una di geo­gra­fia e sto­ria, una di ma­te­ma­ti­ca, una di in­gle­se e una di ita­lia­no. Il lu­ne­dì e il mer­co­le­dì, al po­me­rig­gio, ve­ni­va sem­pre Gio­van­ni, l’in­se­gnan­te di cui ho par­la­to pri­ma, che ri­pren­de­va le que­stio­ni sco­la­sti­che, ri­met­te­va in mo­to un po’ tut­to e ap­pro­fon­di­va. Poi il mar­te­dì po­me­rig­gio ave­va­no cin­que ore con la psi­co­lo­ga. Tre ore di te­ra­pia di grup­po e due ore per i sin­go­li, poi lei si fer­ma­va qua a ce­na­re con noi e co­sì è di­ven­ta­ta una di fa­mi­glia, com’è suc­ces­so an­che con Gio­van­ni.
Poi ab­bia­mo pen­sa­to che fos­se im­por­tan­te iscri­ver­li an­che ad at­ti­vi­tà spor­ti­ve, quin­di il gio­ve­dì po­me­rig­gio due fre­quen­ta­va­no gli al­le­na­men­ti del­le squa­dre di cal­cio do­ve gio­ca­va­no an­che i miei fi­gli, men­tre due fa­ce­va­no pa­le­stra qua. Il ve­ner­dì mat­ti­na li ho sem­pre la­scia­ti an­da­re in mo­schea, per­ché poi i tre ra­gaz­zi cri­stia­ni (i due ni­ge­ria­ni e un ter­zo) se n’e­ra­no an­da­ti via, e lo stes­so gior­no la Que­stu­ra ce ne ave­va man­da­ti al­tri tre, mu­sul­ma­ni an­che lo­ro.
Quin­di ora so­no sei mu­sul­ma­ni…
E il grup­po da al­lo­ra è ri­ma­sto lo stes­so, dal­l’a­go­sto del 2015.
Il ve­ner­dì po­me­rig­gio e il sa­ba­to lo­ro era­no a di­spo­si­zio­ne del­la fa­mi­glia per tut­ta una se­rie di at­ti­vi­tà ca­sa­lin­ghe, ma an­che a di­spo­si­zio­ne del­le fa­mi­glie del­la co­mu­ni­tà del quar­tie­re, nel sen­so che se c’e­ra bi­so­gno di spo­sta­re mo­bi­li o an­da­re a ta­glia­re la le­gna, o aiu­ta­re per il giar­di­no; qua ci so­no tan­te sa­gre, bi­so­gna met­te­re su i ca­pan­no­ni e lo­ro so­no ra­gaz­zi gio­va­ni e for­ti… La do­me­ni­ca in­ve­ce ri­po­so per tut­ti.
Que­sto ha si­gni­fi­ca­to ac­com­pa­gnar­li ed è sta­to ve­ra­men­te straor­di­na­rio. Noi sia­mo di­ven­ta­ti fa­mi­glia nel sen­so più glo­ba­le del ter­mi­ne: i miei fi­gli con­di­vi­do­no tut­to con lo­ro, ve­sti­ti, mu­tan­de, scar­pe, giac­che, cra­vat­te, tut­to. Vi­ven­do co­sì in­sie­me, han­no ac­qui­si­to un mi­ni­mo di lin­gua, an­che se non al­lo stes­so mo­do. Tre di lo­ro par­la­no ab­ba­stan­za be­ne l’i­ta­lia­no, e si fan­no ca­pi­re, al­tri tre han­no più pro­ble­mi, cer­ta­men­te, pe­rò, in­som­ma, ades­so ci ca­pia­mo, la lin­gua co­mu­ne è pro­prio l’i­ta­lia­no. Ma poi la co­sa bel­la è che du­ran­te una set­ti­ma­na co­sì or­ga­niz­za­ta, il vi­ci­na­to pra­ti­ca­men­te non li ve­de­va mai. E non li ve­de­va so­prat­tut­to bi­ghel­lo­na­re, ma­ga­ri con il cel­lu­la­re in ma­no, im­ma­gi­ni che spes­so e vo­len­tie­ri so­no mo­ti­vi di gran­de po­le­mi­ca. Que­sti ra­gaz­zi non han­no mai bi­ghel­lo­na­to. Que­sto se­con­do me è im­por­tan­tis­si­mo.
Poi in que­sto an­no sco­la­sti­co chia­ra­men­te so­no ve­nu­te fuo­ri tut­te le lo­ro pro­ble­ma­ti­che e la pri­ma è pro­prio il per­ché so­no ve­nu­ti qua. La ri­spo­sta è per la­vo­ra­re. Le fa­mi­glie se­le­zio­na­no quel­lo che ce la può fa­re. Lo man­da­no in que­sta av­ven­tu­ra co­sì du­ra, e una vol­ta che è ar­ri­va­to qui lo­ro de­ve la­vo­ra­re e man­da­re i sol­di a ca­sa. Se tor­na in­die­tro sen­za un la­vo­ro può ad­di­rit­tu­ra ve­ni­re ri­fiu­ta­to dal­la fa­mi­glia; que­sti ra­gaz­zi ven­go­no vi­sti ma­lis­si­mo, per­ché su di lo­ro so­no sta­ti in­ve­sti­ti tut­ti i ri­spar­mi.
Quin­di a giu­gno, quan­do è fi­ni­ta la scuo­la, ci sia­mo ado­pe­ra­ti per ga­ran­ti­re lo­ro un fu­tu­ro la­vo­ra­ti­vo. Com’è giu­sto che sia, nei con­fron­ti di tut­te le per­so­ne.
Apro una pa­ren­te­si, lo di­co con tri­stez­za qui nel mio pic­co­lo stu­dio, ma cer­ta­men­te pen­so e cre­do di aver ra­gio­ne: l’a­fri­ca­no si sen­te in­fe­rio­re al bian­co. Do­po cin­que­cen­to an­ni di schia­vi­smo, co­lo­niz­za­zio­ne po­li­ti­ca, eco­no­mi­ca, l’a­fri­ca­no nei con­fron­ti del bian­co ha uno sguar­do di­ver­so, non si sen­te al­la pa­ri. In que­sti due an­ni ab­bia­mo cer­ca­to sem­pre di far ca­pi­re lo­ro che so­no ugua­li a noi e che tut­ti noi ab­bia­mo do­ve­ri e di­rit­ti, tut­ti noi dob­bia­mo agi­re in un cer­to mo­do, as­so­lu­ta­men­te, ma c’è una gran­dis­si­ma dif­fi­col­tà. Que­sto per­so­nal­men­te mi ha fat­to ri­flet­te­re mol­to. È sta­ta ed è un’in­cre­di­bi­le espe­rien­za di ti­po so­cia­le, cul­tu­ra­le, an­tro­po­lo­gi­co. Io la di­ver­si­tà la ve­do co­me una ric­chez­za, noi tut­ti qua la vi­via­mo co­me una ric­chez­za, pe­rò la di­ver­si­tà c’è e ha dei vol­ti mol­to par­ti­co­la­ri. Per esem­pio, nel con­cre­to, lo­ro so­no an­che ca­pa­ci di fa­re cer­te co­se, ma le fan­no ap­pun­to al­l’a­fri­ca­na. Im­ma­gi­na­re di in­se­ri­re un’o­pe­ra­ti­vi­tà di ti­po afri­ca­no in un con­te­sto “nor­de­st tre­vi­gia­no”, sen­za te­ner con­to del­le di­ver­si­tà, vor­reb­be di­re fal­li­men­to si­cu­ro e im­me­dia­to.
Quin­di mi so­no mes­so in te­sta che ci do­ve­va es­se­re un pe­rio­do di al­me­no sei me­si in cui lo­ro po­tes­se­ro fa­re un ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te e ho cer­ca­to un en­te cer­ti­fi­ca­to­re. Ho tro­va­to l’A­scom, l’as­so­cia­zio­ne com­mer­cian­ti, che è sta­ta gen­ti­lis­si­ma, si è ado­pe­ra­ta e ci ha ga­ran­ti­to que­sto cer­ti­fi­ca­to. Noi, da par­te no­stra, sia­mo an­da­ti al­la ri­cer­ca del­le azien­de. An­che qua il par­ro­co e gli ami­ci, tut­te le per­so­ne che ci han­no ac­com­pa­gna­to di vol­ta in vol­ta nel­la no­stra espe­rien­za, ci han­no da­to una gros­sa ma­no. Ab­bia­mo mes­so due con­di­zio­ni fon­da­men­ta­li al­le azien­de. La pri­ma è che quel ti­ro­ci­nio non an­das­se a por­ta­re via al­cun ti­po di pos­si­bi­li­tà a un ita­lia­no. Se ac­cet­ta­va­no il ti­ro­ci­nan­te no­stro era per­ché non c’e­ra nes­sun ita­lia­no che avreb­be po­tu­to o vo­lu­to far­lo. E la se­con­da co­sa fon­da­men­ta­le, che quel ti­ro­ci­nio non an­das­se a oc­cu­pa­re spa­zi con­ve­nien­ti a quel­l’a­zien­da, del ti­po cas­sin­te­gra­ti, di­soc­cu­pa­zio­ne, co­se di que­sto ge­ne­re. E co­sì nel gi­ro di po­chis­si­mo tem­po, nel gi­ro di un me­se, tut­ti i ra­gaz­zi so­no par­ti­ti con un ti­ro­ci­nio. An­che qui apro una pa­ren­te­si mol­to im­por­tan­te: ci so­no tan­tis­si­mi la­vo­ri che gli ita­lia­ni non vo­glio­no fa­re as­so­lu­ta­men­te. Que­sto va sot­to­li­nea­to per­ché tan­te vol­te sen­tia­mo di­re che ci por­ta­no via il la­vo­ro. No, non è ve­ro. Due di lo­ro so­no sta­ti im­pie­ga­ti co­me la­va­piat­ti e non si tro­va­va un la­va­piat­ti da nes­su­na par­te. Tre, in­ve­ce, so­no sta­ti ac­cet­ta­ti al­l’in­ter­no di una coo­pe­ra­ti­va bio­lo­gi­ca or­ti­co­la, e an­che là, spor­car­si le ma­ni con la ter­ra, pie­ga­ti ot­to ore, con il fred­do e com­pa­gnia bel­la, non tro­va­va­no nes­su­no. Quin­di, an­che qui, li han­no pre­si più che vo­len­tie­ri. E un al­tro, in­ve­ce, è en­tra­to in una fa­le­gna­me­ria: que­sto ti­po di la­vo­ro era un po’ co­me sta­re a una ca­te­na “di mon­tag­gio”, per ta­glia­re tut­ta una se­rie di pez­zi par­ti­co­la­ri e oc­cor­re­va es­se­re pre­ci­si, pe­rò era un po’ ri­pe­ti­ti­vo, e an­che là non c’e­ra nes­su­no che lo vo­les­se fa­re.
So­no sta­te tut­te espe­rien­ze mol­to bel­le, tol­to quel­la del­la fa­le­gna­me­ria per­ché poi c’è un sta­to un con­flit­to, c’e­ra qual­cu­no del­l’a­zien­da che non ac­cet­ta­va pro­prio la pre­sen­za di uno di co­lo­re e lui, da par­te sua, è sta­to trop­po ri­gi­do e in­ca­pa­ce di adat­tar­si. Pe­rò tut­te le al­tre cin­que espe­rien­ze so­no fi­ni­te co­sì be­ne che quan­do è ter­mi­na­to il ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te gli han­no ri­la­scia­to un cer­ti­fi­ca­to in cui si at­te­sta­va­no le com­pe­ten­ze ac­qui­si­te e han­no an­che det­to che li avreb­be­ro as­sun­ti mol­to vo­len­tie­ri.
In cin­que han­no ora un con­trat­to di la­vo­ro?
Sì, ma an­che il se­sto per­ché nel frat­tem­po ave­va­mo tro­va­to la di­spo­ni­bi­li­tà di una ti­po­gra­fia den­tro una coo­pe­ra­ti­va. Co­sì an­che il ra­gaz­zo che ave­va la­scia­to la fa­le­gna­me­ria si è in­se­ri­to be­ne e do­po è sta­to as­sun­to. Al mo­men­to tut­ti e sei so­no sot­to con­trat­to di la­vo­ro a tem­po de­ter­mi­na­to.
Ma se­con­do lei quin­di è un mo­del­lo che si può dif­fon­de­re?
Il no­stro ten­ta­ti­vo è far ca­pi­re che l’I­ta­lia po­treb­be ela­bo­ra­re un mo­del­lo di ac­co­glien­za che poi è espor­ta­bi­le in tut­ta Eu­ro­pa e che non di­co ri­sol­ve­reb­be il pro­ble­ma, per­ché non vo­glio es­se­re pre­sun­tuo­so, ma cer­ta­men­te con­tri­bui­reb­be no­te­vol­men­te a ri­sol­ver­lo. La fa­mi­glia è l’ec­ce­zio­ne che con­fer­ma la re­go­la. E la re­go­la so­no dei nu­clei di sei per­so­ne che ven­go­no in­se­ri­te in mo­do tra­spa­ren­te nel tes­su­to di un pae­se e di una cit­tà (per l’I­ta­lia la pro­po­sta è sei per ogni cin­que­mi­la abi­tan­ti). Se noi pen­sia­mo che poi que­sti sei si in­se­ri­sco­no nel­la so­cie­tà e la­scia­no l’ap­par­ta­men­to in cui pos­so­no an­da­re a vi­ve­re al­tri sei, e co­sì via, vien da chie­der­si: “Si­gno­ri, do­v’è l’e­mer­gen­za?”. Avrem­mo tut­ta una strut­tu­ra per­fet­ta ca­pa­ce di es­se­re pron­ta per l’ac­co­glien­za e per l’e­mer­gen­za. Quan­do poi il fe­no­me­no sto­ri­co vie­ne me­no si di­smet­to­no le va­rie strut­tu­re, ed è fi­ni­to.
La do­man­da che fac­cio è: co­sa vo­le­te fa­re di que­ste per­so­ne? Una vol­ta che li ave­te ac­col­ti nel­la fa­se di pri­ma ac­co­glien­za co­sa vo­le­te fa­re? Do­man­da sem­pli­cis­si­ma, ma nes­su­no mi ha mai ri­spo­sto.
Quin­di lei pro­po­ne un mo­del­lo ti­po ca­sa fa­mi­glia?
Sì, sa­reb­be ti­po ca­sa fa­mi­glia, con un’é­qui­pe che se­gue i sei ri­fu­gia­ti -psi­co­lo­go, me­di­co, un av­vo­ca­to, l’as­si­sten­te so­cia­le, e de­gli ope­ra­to­ri/me­dia­to­ri, un in­se­gnan­te- esat­ta­men­te co­me ab­bia­mo fat­to noi.
Pe­rò io ho im­ma­gi­na­to che un’é­qui­pe di que­sto ge­ne­re pos­sa fa­re ser­vi­zio a sei nu­clei.
6×6 per un to­ta­le di 36 per­so­ne…
Esat­to. In que­sto mo­do su un pia­no eco­no­mi­co, l’e­qui­pe si au­to­so­stie­ne.
Un’e­qui­pe a tem­po pie­no, che si oc­cu­pa di sei real­tà e i cui com­po­nen­ti so­no sti­pen­dia­ti, ov­via­men­te re­go­lar­men­te, dal­le sei real­tà…
Que­sta è la pro­po­sta che ho fat­to e che ho pre­sen­ta­to al Par­la­men­to ita­lia­no ed eu­ro­peo. Mi so­no ac­cor­to, cioè, che i sol­di che ar­ri­va­no so­no suf­fi­cien­ti per po­ter­lo fa­re e lo di­mo­stro con le ci­fre e i fat­ti.
Im­ma­gi­nia­mo che sia­mo di fron­te a un bi­lan­cio mol­to sem­pli­ce da fa­re, per­ché so­no tren­ta eu­ro a per­so­na, al gior­no. Tren­ta per sei per­so­ne, per tren­ta gior­ni, to­ta­le: 5.400 eu­ro. Ora, io il bi­lan­cio di sei per­so­ne ce l’ho già in ca­sa: io, mia mo­glie e quat­tro fi­gli. E io non ho 5.400 eu­ro al me­se, per­ché noi sia­mo due in­se­gnan­ti, e quan­do ar­ri­via­mo a 1.750 eu­ro a te­sta è già tan­to. Par­lia­mo­ci chia­ro e non pren­dia­mo­ci in gi­ro: ci so­no mar­gi­ni per fa­re tut­ta una se­rie di ope­ra­zio­ni per ar­ri­va­re al­l’op­ti­mum in tut­ti i sen­si. Al­lo­ra noi ab­bia­mo di­vi­so: mil­le eu­ro van­no per le spe­se ali­men­ta­ri. Cioè per la sus­si­sten­za vi­va. Per­ché in­tan­to so­no gio­va­ni, que­sti, e man­gia­no, ec­co­me se man­gia­no. Se poi la­vo­ra­no… Quin­di, mil­le eu­ro van­no di si­cu­ro per il ci­bo. Di­vi­si in tren­ta gior­ni so­no cin­que eu­ro al gior­no a per­so­na, che mi sem­bra una ci­fra mi­ni­ma, in­fat­ti ab­bia­mo mes­so a bi­lan­cio tra i mil­le e i mil­le­due­cen­to eu­ro al me­se.
Lei sta fa­cen­do un bi­lan­cio sul­le sei per­so­ne?
Sì. Per­ché do­po io pos­so ap­pli­ca­re le ci­fre al mo­du­lo e mol­ti­pli­car­lo per sei.
Lei di­ce che co­sì si crea an­che la­vo­ro…
Noi ab­bia­mo un’o­pe­ra­tri­ce, Va­len­ti­na, ve­nu­ta fin dal­l’i­ni­zio, che ha fat­to un la­vo­ro straor­di­na­rio e ha cu­ra­to tut­ta la que­stio­ne giu­ri­di­ca e quel­la sa­ni­ta­ria. Pa­ren­te­si: so­no sta­ti ac­cu­sa­ti di es­se­re por­ta­to­ri di ma­lat­tie par­ti­co­la­ri, ad­di­rit­tu­ra. Non po­te­va­no nean­che usci­re di ca­sa per­ché ci avreb­be­ro de­nun­cia­ti. Ab­bia­mo fat­to tut­ta la pro­fi­las­si pos­si­bi­le e im­ma­gi­na­bi­le, tut­te le vac­ci­na­zio­ni del ca­so, og­gi so­no più sa­ni di noi.
Quin­di c’è una si­gno­ra che c’è sta­ta per tut­to il pri­mo an­no tut­ti i gior­ni, poi quan­do i ra­gaz­zi han­no co­min­cia­to il ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te, chia­ra­men­te era­no fuo­ri per mol­te ore du­ran­te il gior­no e non ave­va più sen­so che stes­se qui tut­to il gior­no. Que­sta per­so­na era pa­ga­ta 1.400 eu­ro al me­se, che co­pri­va­no an­che i con­tri­bu­ti. Quin­di era pro­prio re­go­la­re. Tra l’al­tro, al­la fi­ne del­l’e­spe­rien­za che ha fat­to nel­la no­stra ca­sa è sta­ta as­sun­ta a tem­po in­de­ter­mi­na­to nel­la coo­pe­ra­ti­va per­ché mol­to bra­va e que­sto m’ha fat­to un enor­me pia­ce­re.
Poi 450 eu­ro van­no per la pa­ghet­ta, per­ché 2,5 eu­ro al gior­no ven­go­no da­ti ai ra­gaz­zi. Ades­so non ri­ce­vo­no più nien­te per­ché nel mo­men­to in cui ven­go­no as­sun­ti esco­no fuo­ri dal si­ste­ma. Ma fin­ché ci so­no den­tro, ri­ce­vo­no 2,5 eu­ro al gior­no (dei fa­mo­si tren­ta eu­ro). Noi, per una que­stio­ne di cor­ret­tez­za, ab­bia­mo sem­pre pen­sa­to di dar­gli 25 eu­ro ogni die­ci gior­ni, in mo­do ta­le da dar lo­ro la pos­si­bi­li­tà di fruir­ne al me­glio. Te­ne­te pre­sen­te, pre­ci­sa­zio­ne fon­da­men­ta­le, che noi non ab­bia­mo mai ri­ce­vu­to sol­di di­ret­ta­men­te. I sol­di ar­ri­va­no tut­ti al­la coo­pe­ra­ti­va. Que­sto bi­so­gna dir­lo. Noi non li ab­bia­mo mai ri­ce­vu­ti. Io va­do ogni vol­ta in coo­pe­ra­ti­va, al­l’i­ni­zio del me­se, e di­co, ho bi­so­gno di que­sta ci­fra. Di so­li­to oscil­la tra i 2.000 e i 1.500 eu­ro.
Tut­to il re­sto lo pa­ga­no di­ret­ta­men­te lo­ro, è un rap­por­to tra la coo­pe­ra­ti­va e le per­so­ne che of­fro­no que­sti ser­vi­zi.
As­so­lu­ta­men­te. Al­lo­ra, 450 eu­ro van­no in pa­ghet­ta. L’u­ni­ca co­sa che la fa­mi­glia ha chie­sto è che le ven­ga pa­ga­to il rad­dop­pio del­le bol­let­te. Di fat­to, il co­sto di lu­ce, ac­qua, gas, im­mon­di­zia, si è rad­dop­pia­to pro­prio. Ab­bia­mo chie­sto so­lo que­sto. Lo­ro nel bi­lan­cio han­no mes­so 450 eu­ro che van­no per bol­let­te e spe­se nel­la ca­sa. Poi, 300 eu­ro van­no al­la coo­pe­ra­ti­va per l’or­ga­niz­za­zio­ne, il com­mer­cia­li­sta, le que­stio­ni, di­cia­mo co­sì, bu­ro­cra­ti­co-am­mi­ni­stra­ti­ve. Poi ci so­no 300 eu­ro che van­no per le spe­se sa­ni­ta­rie straor­di­na­rie, cioè lo­ro, co­me tut­ti i cit­ta­di­ni ita­lia­ni, han­no una co­per­tu­ra x, e do­po pe­rò cer­te spe­se se le de­vo­no pa­ga­re, pro­ble­mi con i den­ti o al­tro. Co­me suc­ce­de a noi. Poi c’è un’as­si­cu­ra­zio­ne, poi ne­ces­si­tà di va­rio ti­po, tra que­ste an­che l’at­ti­vi­tà spor­ti­va, che, al­la fi­ne, per quat­tro per­so­ne co­sta co­me mi­ni­mo 1.200, 1.500 eu­ro al­l’an­no. Quin­di vuol di­re sol­di. Iscri­zio­ne in una squa­dra di cal­cio, e la tu­ta, ecc., e que­ste so­no spe­se che se­con­do me pe­rò so­no im­por­tan­ti per­ché lo sport è im­por­tan­te. Poi 200 eu­ro van­no per l’u­so del­l’au­to e la ben­zi­na. Noi ab­bia­mo mes­so a di­spo­si­zio­ne una mac­chi­na no­stra, in più pa­ga­va­mo Va­len­ti­na che li por­ta­va in gi­ro da tut­te le par­ti. Era im­pen­sa­bi­le fa­re l’ab­bo­na­men­to al pull­man per sei, una spe­sa enor­me, quin­di li ve­ni­va a pren­de­re in mac­chi­na. Poi c’e­ra­no 500 eu­ro che an­da­va­no al­l’in­se­gnan­te, a Gio­van­ni, nei 500 eu­ro ci so­no i sol­di ef­fet­ti­vi e chia­ra­men­te an­che i con­tri­bu­ti per­ché an­che lui era as­sun­to in re­go­la (poi lui non ha vo­lu­to un sol­do, ma que­sta è un’al­tra sto­ria). Stes­sa co­sa per la psi­co­lo­ga. Dal bi­lan­cio ve­ni­va­no mes­si 700 eu­ro per lei, pa­ga­ta co­me pro­fes­sio­ni­sta e quin­di in re­go­la. Ri­ma­ne­va­no 300 eu­ro. Ab­bia­mo im­ma­gi­na­to che po­tes­se­ro es­se­re uti­liz­za­ti in va­ri mo­di. Ci so­no le spe­se per l’av­vo­ca­to, pur­trop­po bi­so­gna pa­ga­re an­che quel­lo, con tut­te que­ste cau­se, ri­cor­si, ec­ce­te­ra. Even­tual­men­te, se re­sta qual­co­sa, lo met­tia­mo via per quan­do se ne an­dran­no, quel pic­co­lo aiu­to che ma­ga­ri gli pa­ga due o tre af­fit­ti di ca­par­ra. Que­sto è. Se fa­te i con­ti so­no 5.400 eu­ro.
Ha ra­gio­ne, ma ci do­vreb­be­ro es­se­re sei real­tà co­sì…
Lei pro­vi a pen­sa­re, 6+6+6; quan­ta gen­te po­treb­be la­vo­ra­re! Com’è pos­si­bi­le che non si ac­col­ga que­sta idea? Vi ren­de­te con­to, tut­ta gen­te gio­va­ne, o che per­de il la­vo­ro, che ha fa­mi­glia, che ha bi­so­gno… pos­sia­mo fa­re tan­to, qua! Eh, io poi di­ven­to fu­rio­so quan­do ve­do dei ra­gaz­zi co­me lo­ro che mi chie­do­no i sol­di da­van­ti ai su­per­mer­ca­ti. Sa­pen­do be­ne, per­ché poi pur­trop­po lo so, che que­sti so­no den­tro una strut­tu­ra che ha i sol­di. Ma nes­su­no li im­pe­gna in nul­la.
So­no par­cheg­gia­ti…
È uno scan­da­lo, non ho pau­ra di dir­lo. Ec­co co­me ho co­min­cia­to a ca­pi­re che c’e­ra un im­bro­glio o co­mun­que un van­tag­gio a non far­gli fa­re nul­la. Ag­giun­go un al­tro aspet­to che non è un par­ti­co­la­re da po­co, so­prat­tut­to se ri­fe­ri­to a un ter­ri­to­rio di un cer­to ti­po. Tut­te le spe­se che an­da­va­mo a fa­re le ab­bia­mo fat­te con im­pre­se a chi­lo­me­tro ze­ro.
Quin­di ab­bia­mo mos­so l’e­co­no­mia in­tor­no a noi. Cioè, uno ven­de for­mag­gi, sia­mo sem­pre an­da­ti da lui, lo stes­so per il ver­du­ra­io e per il frut­ti­ven­do­lo, e vi ga­ran­ti­sco che ogni vol­ta che an­dia­mo so­no cen­ti­na­ia di eu­ro. An­che que­sto è muo­ve­re l’e­co­no­mia. Al­lo­ra io mi do­man­do: per­ché un si­mi­le mo­del­lo non si può esten­de­re non so­lo in Ita­lia ma an­che in Eu­ro­pa? Si cree­reb­be­ro cen­ti­na­ia di po­sti di la­vo­ro, al­tro che “por­tar­ne via”.
Ades­so co­me so­no con­si­de­ra­ti lo­ro giu­ri­di­ca­men­te?
Ades­so il pro­get­to per me è con­clu­so per­ché ar­ri­va­re a un la­vo­ro vuol di­re au­to­no­mia. Pur­trop­po pe­rò c’è la que­stio­ne giu­ri­di­ca, che è gra­ve. Io mi ap­pel­lo a Min­ni­ti, al Pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca per­ché non è pos­si­bi­le che per­so­ne co­me lo­ro (e io con­fi­do che ce ne sia­no tan­te al­tre che han­no fat­to co­mun­que un per­cor­so di­cia­mo di buon li­vel­lo, che so­no qua per va­ri mo­ti­vi, da due o tre an­ni), per­so­ne su cui si so­no im­pe­gna­ti tan­ti sol­di per sal­var­li, giu­sta­men­te, su cui si è in­ve­sti­to per ac­co­glier­li, giu­sta­men­te, sui qua­li si so­no in­ve­sti­ti tan­tis­si­mi sol­di per pro­va­re a in­se­rir­li al­l’in­ter­no di una strut­tu­ra, do­po tre an­ni pren­dia­mo e li ri­spe­dia­mo via? Ma che sen­so ha tut­to ciò?
Vi di­co que­sto per­ché, pur­trop­po, at­tual­men­te so­lo uno dei miei ra­gaz­zi ha avu­to fi­nal­men­te una “uma­ni­ta­ria”. Sa­pe­te che c’è la “po­li­ti­ca”, l’”uma­ni­ta­ria”, e la co­sid­det­ta “eco­no­mi­ca”. “Eco­no­mi­ca” è re­spin­gi­men­to, tra vir­go­let­te. L’”uma­ni­ta­ria” dà la pos­si­bi­li­tà di sta­re due an­ni, nel­la “po­li­ti­ca” ci so­no va­ri li­vel­li, da tre a cin­que an­ni. Que­sto ra­gaz­zo fi­nal­men­te ha ot­te­nu­to l’u­ma­ni­ta­ria, do­po un an­no e mez­zo fi­nal­men­te è sta­to ascol­ta­to da una com­mis­sio­ne. Il col­mo dei col­mi è che poi que­sta com­mis­sio­ne non sta a Tre­vi­so, ma da tut­t’al­tra par­te (nel no­stro ca­so a For­lì). Va beh, non vo­glio en­tra­re nel me­ri­to per­ché sa­reb­be lun­ga la co­sa, ma al­me­no uno dei miei ra­gaz­zi ora ha un ri­co­no­sci­men­to giu­ri­di­co e può par­ti­re con un suo per­cor­so che sa­rà lun­go, pe­rò con si­cu­rez­ze com­ple­ta­men­te di­ver­se. Uno è sta­to re­spin­to e quin­di de­ve fa­re il pri­mo ri­cor­so. Gli al­tri so­no già sta­ti re­spin­ti an­che nel pri­mo ap­pel­lo e ades­so han­no l’ul­ti­mo.
Ma ades­so che han­no un la­vo­ro?
Sì, pe­rò il la­vo­ro lo han­no so­lo da mar­zo. Pri­ma sta­va­no fa­cen­do un ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te, che è di­ver­so. Ades­so man­ca an­co­ra uno, che do­po un an­no e mez­zo non è sta­to an­co­ra chia­ma­to, e spe­ro che sia chia­ma­to per il pri­mo in­con­tro in com­mis­sio­ne. Nel mo­men­to in cui do­ves­se­ro es­se­re re­spin­ti con l’ul­ti­mo ap­pel­lo, lo­ro di­ven­te­reb­be­ro clan­de­sti­ni o ir­re­go­la­ri, e a quel pun­to avreb­be­ro un me­se o ven­ti gior­ni di tem­po, di­pen­de da co­me vie­ne for­mu­la­ta la co­sa, per an­dar­se­ne via au­to­no­ma­men­te. Non è che noi li pren­dia­mo e li por­tia­mo in­die­tro. Ora, spes­so e vo­len­tie­ri, que­sto va det­to, die­tro a que­ste per­so­ne non c’è uno Sta­to, non han­no nes­su­no die­tro, non c’è un’am­ba­scia­ta, non c’è un con­so­la­to, non ci so­no dei rap­por­ti giu­ri­di­ci che per­met­ta­no di di­fen­der­li. Nes­su­no si in­te­res­sa a lo­ro. Ma se que­sti pro­fu­ghi fos­se­ro fran­ce­si, te­de­schi, spa­gno­li, un­ghe­re­si, noi ci com­por­te­rem­mo co­sì? Que­sta è una do­man­da che do­vrem­mo far­ci. Ci com­por­te­rem­mo co­sì? Non cre­do pro­prio! Quin­di ap­pro­fit­tia­mo del fat­to che que­sti non han­no nul­la. E poi co­sa fac­cia­mo, pren­dia­mo que­sta gen­te e la ri­man­dia­mo nel nul­la? Ec­co, que­sto è il di­scor­so che con one­stà do­vrem­mo fa­re. Quin­di la que­stio­ne giu­ri­di­ca è com­ples­sa, ma non c’è sta­to nes­su­no sfor­zo, da par­te del­l’I­ta­lia, di da­re va­lo­re a una co­sa che po­treb­be aiu­ta­re sul pia­no uma­no. Io so­no con­tro la di­stin­zio­ne del pro­fu­go in se­rie A, B, C, uno è pro­fu­go e ba­sta, inu­ti­le pren­der­si in gi­ro. E quan­do ar­ri­va gli do­vrem­mo fa­re una pro­po­sta se­ria al­l’in­ter­no di un pro­get­to uni­co che va­le per tut­ta Ita­lia. Non può es­se­re che se ven­go­no da me vi­vo­no nel­l’in­fer­no e se van­no da un al­tro vi­vo­no nel pa­ra­di­so. Ci vuo­le un pro­get­to uni­co che poi chia­ra­men­te si può adat­ta­re se­con­do le si­tua­zio­ni, pe­rò è uni­co. E lo si pre­sen­ta a que­ste per­so­ne. Chi ac­cet­ta fa un per­cor­so che è quel­lo che ab­bia­mo de­scrit­to. Un mo­del­lo del ge­ne­re è sta­to te­sta­to, si è rea­liz­za­to, è fat­ti­bi­le.
Per­ché non è pre­so in con­si­de­ra­zio­ne?
Per gli in­te­res­si in gio­co. Guar­da­te che sul bu­si­ness de­gli im­mi­gra­ti c’è gen­te che ci fa af­fa­ri. Io non ho più pau­ra, cer­te co­se le di­co fuo­ri dei den­ti, le ho scrit­te. Se tu le ve­di, non puoi sem­pre vol­tar­ti dal­l’al­tra par­te. Ho scrit­to a Ren­zi quand’e­ra pre­mier, ho scrit­to al­la Ser­rac­chia­ni, al­l’An­ci, quan­do c’e­ra Fas­si­no, nes­su­no mi ha ri­spo­sto. In­ve­ce mi han­no ri­spo­sto Schul­tz, Jun­ker e la Mer­kel. So­no an­da­to a par­la­re al­l’I­sti­tu­to ita­lia­no di Stra­sbur­go di que­sto mo­del­lo e quan­do so­no tor­na­to qual­cu­no mi ha an­che det­to: “Lei non può per­met­ter­si di an­da­re a par­la­re in gi­ro di que­ste co­se”. Io non pos­so par­la­re? Ma stia­mo scher­zan­do?
Un mio ami­co gior­na­li­sta mi ha an­che det­to un’al­tra co­sa: “Pro­fes­so­re, lei e la sua fa­mi­glia rom­pe­te. Ha ca­pi­to? ”. “Per qua­le mo­ti­vo?”, ho chie­sto: “Lei rom­pe per­ché fun­zio­na”. Ec­co, io pen­so che ci stia­mo bru­cian­do una pos­si­bi­li­tà.
Ma co­sa do­vreb­be fa­re il go­ver­no?
Sem­pli­ce, il go­ver­no, con una for­te do­se di co­rag­gio, lo am­met­to, per­ché in bal­lo ci so­no sem­pre i vo­ti, fac­cia un de­cre­to leg­ge che im­pon­ga ai co­mu­ni in­fe­rio­ri ai 5.000 abi­tan­ti, che so­no la stra­gran­de mag­gio­ran­za de­gli 8.000 e pas­sa co­mu­ni ita­lia­ni, di ave­re so­lo sei ri­fu­gia­ti. At­ten­zio­ne, ogni 5.000 so­lo sei per­so­ne. Quel­li che han­no 10.000 abi­tan­ti, ne avran­no do­di­ci, e avan­ti co­sì in pro­por­zio­ne. Noi ri­te­nia­mo che il mo­del­lo 6+6 sia il più va­li­do per­ché es­sen­do po­chi, il bi­lan­cio è mol­to sem­pli­ce e non dà mar­gi­ni se non per gua­da­gna­re one­sta­men­te, per crea­re po­sti di la­vo­ro an­che, ma non per ar­ric­chir­si. E c’è an­che la pos­si­bi­li­tà quin­di di un con­trol­lo e di una tra­spa­ren­za as­so­lu­ti.
Ci di­ce­va che ha un al­tro pro­get­to. Per­ché è scon­for­ta­to?
No, no, pro­prio in for­za di que­sto. È lo stes­so pro­get­to ma che si apre ul­te­rior­men­te. C’è una gran­de so­li­tu­di­ne nel mon­do di og­gi e ci vor­reb­be­ro luo­ghi che per­met­ta­no di in­con­trar­si, di con­di­vi­de­re un per­cor­so, una stra­da in­sie­me ad al­tre per­so­ne. Le più di­spa­ra­te, non sol­tan­to i pro­fu­ghi. Ci so­no due ele­men­ti fon­da­men­ta­li nel­la so­cie­tà di og­gi, l’e­goi­smo e la so­li­tu­di­ne. Com­bat­te­re que­sti due ele­men­ti lo pos­sia­mo fa­re so­lo ri­crean­do uno spi­ri­to co­mu­ni­ta­rio. E il pro­get­to sa­reb­be que­sto, crea­re dei luo­ghi do­ve po­ter con­di­vi­de­re e dar­si una ma­no. Tan­tis­si­ma gen­te è pro­prio so­la, ab­ban­do­na­ta da tut­to e da tut­ti. E far ca­pi­re che c’è un qual­cu­no che ti ac­co­glie co­mun­que e sem­pre, non è una co­sa da po­co.
(a cu­ra di Pao­la Sab­ba­ta­ni e Le­lia Ser­ra)

UNA CITTÀ n. 239 / 2017 maggio

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