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Inps. Con il Jobs Act aumentano licenziati e contratti a termine

Inps. Con la fine degli incentivi alle imprese boom del precariato: crescono anche l’apprendistato e le attività in somministrazione

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 19/5/2017 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 196 Viste

Nei primi tre mesi del 2017 calano del 7,4 per cento le assunzioni a «tutele crescenti» rispetto al 2016. Rispetto a due anni fa è un crollo. Camusso (Cgil): “L’abolizione dell’articolo 18? Una scelta sciagurata. Ha sdoganato i comportamenti illegittimi e le ritorsioni contro i lavoratori”

Cambiare tutto per non cambiare niente. Il motto del Gattopardo è perfetto per il Jobs Act di Renzi. L’Osservatorio sul precariato dell’Inps ha dimostrato, una volta di più, che a marzo 2017, il mercato del lavoro era precario e lo resta ancora oggi. Con gli incentivi pubblici alle imprese agli sgoccioli, le assunzioni a tempo indeterminato calano ancora e aumentano i licenziamenti disciplinari. Il mercato del lavoro non solo è stagnante, ma la poca occupazione esistente è il prodotto del boom dei contratti a termine a cui un decreto Poletti ha cancellato la «causale», dell’apprendistato e persino dei contratti di somministrazione. Tutto, tranne il contratto a tempo indeterminato sbandierato da Palazzo Chigi quando era il momento di dare fiato alle trombe e si sparava ai «gufi».

UN’OCCHIATA AI DATI diffusi ieri è utile per capire cosa sta succedendo in questo infelice paese. Nel primo trimestre 2017 le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono state 398 mila con un calo del 7,4% sul 2016. Questo dato va analizzato attentamente perché non è composto da contratti di lavoro stabili, come di solito viene fatto credere. Da questa cifra vanno sottratte le trasformazioni da contratto a tempo determinato a tempo indeterminato, incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti: sono 89 mila, con una riduzione del 6,8% rispetto allo stesso periodo del 2016. Vanno poi esclusi 40 mila contratti di apprendistato e, soprattutto 315 mila contratti precari, inclusi quelli stagionali. I contratti a tempo indeterminato veri e propri sono 22 mila. L’Inps sottolinea che le cessazioni dei contratti sono state 381 mila. Il saldo è di 17.537 unità per di più in calo rispetto al primo trimestre del 2016 quando il saldo era di 41 mila unità e gli sgravi erano a pieno regime. Rispetto allo stesso periodo del 2015 c’è un abisso: il saldo era di oltre 214 mila unità.

QUESTO ANDAMENTO decrescente del mercato del lavoro attesta il fallimento del Jobs Act di Renzi che aveva scommesso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato all’interno di una strategia – più annunciata che reale – di risubordinazione del lavoro precario senza i diritti come l’articolo 18 riconosciuto al lavoro dipendente assunto prima del 7 marzo 2015, giorno in cui è entrata in vigore la «riforma». Così, evidentemente, non è stato. Ma questa considerazione non basta per spiegare la ragione di fondo di un’impresa così costosa per le casse pubbliche. I 18 miliardi di euro destinati dal governo Renzi al finanziamento degli sgravi alle imprese per i neo-assunti sono serviti a occultare il dato strutturale del mercato del lavoro italiano: il lavoro precario con il contratto a termine, l’iceberg del continente sommerso del lavoro precario, intermittente o grigio. A questo proposito l’analisi della dinamica dei flussi è esplicita. Tra gennaio e marzo le assunzioni sono state complessivamente oltre 1 milione e 439 mila. Sono aumentate del 9,6% rispetto allo stesso periodo del 2016.

MA COSA, DI PRECISO, è aumentato? Il lavoro precario, quello che Renzi e il Pd hanno cercato inutilmente di nascondere mobilitando un’immensa quantità di denaro pubblico direttamente nelle casse delle imprese. L’assistenzialismo di stato al capitale non può oggi nascondere che il maggior contributo all’aumento dell’occupazione è stato dato dagli apprendisti (+29,5%), ovvero da coloro che dopo il periodo di prova o di formazione professionale potrebbero essere non confermati sul posto di lavoro. Dopo di loro ci sono i tempi determinati (+16,5%). mentre calano i contratti “fissi” del 7,6%. I settori dove crescono i contratti sono quelli del commercio, turismo e ristorazione, lì dove la rotazione della forza lavoro a basso tasso di competenze e produttività è più alta.

NEGLI STESSI SETTORI l’Inps ha registrato un boom di un’altra forma di precariato che la lunga stagione renziana ha provveduto a strutturare sin dalle scuole superiori con il progetto «alternanza scuola-lavoro»: le assunzioni in apprendistato sono aumentate del 35% ed è significativa la crescita dei contratti di somministrazione (+14%). Si tratta del vecchio «lavoro interinale» che passa dalle agenzie private che selezionano il personale alla bisogna. Tutte queste forme non sono «stabili» né «a tempo indeterminato», diversamente da quanto annunciato.

L’INPS CONFERMA anche un’altra tendenza, ormai nota da mesi: crescono i licenziamenti per motivi disciplinari (giusta causa o giustificato motivo soggettivo) tra i dipendenti a tempo indeterminato nelle aziende oltre i 15 dipendenti. L’abolizione dell’articolo 18 voluta da Renzi è coincisa con un aumento in un anno del 14,4% da 16.004 a 18.349. Rispetto al 2015 sono aumentati del 44%. Nei primi tre mesi di quest’anno le aziende hanno licenziato 143 mila persone con un aumento del 2,8 rispetto al 2016. Un dato che conferma un altro aspetto della riforma: il cosiddetto «contratto a tutele crescenti».

PURISSIMO CONIO RENZIANO, questa espressione è un paradosso in termini: l’unica cosa che cresce con il Jobs Act è la libertà di licenziare. «Una scelta sciagurata che aumenta le ritorsioni contro i lavoratori» sostiene Susanna Camusso (Cgil).

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