Carlin Petrini: «Alle multinazionali tutto è concesso, altri scandali se non rilanciamo le Dop»

Intervista a Carlin Petrini. Il fondatore di Slow Food: «Sei uova non possono costare un euro, il consumatore lo deve sapere»

Massimo Franchi • 12/8/2017 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Diritti consumatori & utenti, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 244 Viste

«Soia, tonno e pomodori rischiano di essere i prossimi. L’Europa ha spalancato le porte al libero scambio rinnegando la salvaguardia delle eccellenze e il rispetto degli agricoltori»

Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, aveva mai sentito parlare di Fipronil, l’insetticida che sta causando lo scandalo globale delle uova contaminate?
Assolutamente no. Il caso delle uova contaminate è la dimostrazione di come siano trattate diversamente le produzioni agricole di massa, quelle delle multinazionali che stanno dentro ai grandi accordi internazionali, a cui si permette tutto per poi scoprire che sono meno sicure dell’agricoltura di scala, a cui invece vengono imposte regole sanitarie iperigienistiche e coercitive. Perché una grande azienda produttrice di uova può usare un insetticida in dosi massicce mettendo a rischio la salute di milioni di persone e invece ai contadini che producono un formaggio di fossa viene imposto di piastrellare le malghe? In questo paradosso è spiegato il cambiamento della produzione agricola in Europa.

Per lei dunque la causa di questo scandalo risiede nel cambiamento nella strategia politica dell’Europa in fatto di agricoltura? Come e perché è cambiata?
L’intera situazione alimentare è sotto schiaffo. Io sono esterrefatto per come l’Unione europea ha portato avanti caparbiamente un’apertura al mercato che ha completamente sconfessato la politica che invece ci portò ad essere all’avanguardia come modello alternativo con la salvaguardia delle Denominazioni di origine protette che ridiedero orgoglio all’agricoltura di base. Ora invece siamo la retroguardia mondiale: i trattati di libero scambio, per ultimo il Ceta con il Canada, hanno aperto la porta alla deambulazione delle merci che favoriscono le grandi aggregazioni globali avvenute in maniera impressionante negli ultimi anni nel settore alimentare. Giganti economici che producono in scala industriale non rispettando la salute degli animali – e gli allevamenti intensivi per produrre uova sono fra i peggiori – e la dignità dei contadini a cui viene sottratta la possibilità di accedere ai mercati, anche locali. Qua di «libero scambio» non c’è niente: c’è la libertà delle volpi di azzannare le galline.

Se siamo in questa situazione è anche perché i controlli sono saltati e Belgio e Olanda stanno giocando allo scaricabarile sulle colpe.
Ci si chiede cosa ci stia a fare l’Agenzia europea di controllo. Il danno che questo scandalo avrà nei prossimi mesi è incalcolabile e, sebbene certamente ci saranno colpe più in uno Stato che in un altro, sarà tutta l’Europa a pagare, in primis con la salute. Noi per fortuna in Italia abbiamo ancora un livello di controlli più alto della media e potremmo salvarci. Ma se non cambiamo direzione immediatamente tornando a tutelare le produzioni locali che, a differenza di quanto si crede, sono molto più controllate delle grandi produzioni, non stupiamoci se avremo nuovi scandali a breve.

Uova a parte ci sono altre produzioni a rischio concreto? Si possono ipotizzare quali prodotti vanno tenuti sotto controllo dai consumatori?
Non so se avranno impatti sulla salute come questo delle uova, ma di sicuro ci sono alimenti sui quali si stanno giocando partite economiche spaventose a danno dei produttori e dei consumatori. Pensiamo solamente alla soia: l’aumento della domanda globale dovuto ai nuovi stili alimentari, ha portato a produzioni di soia trangesenica che invade il mondo. Passando alla pesca, il tonno è un alimento in condizioni simili, mentre per legarsi anche alla questione della migrazione, il caso dei pomodori cinesi è l’esempio peggiore di come «aiutare i migranti a casa loro»: tonnellate di pomodori cinesi vengono trattati in Italia e fanno dumping all’agricoltura africana. E così i giovani africani scappano e li troviamo trattati come schiavi nelle nostre campagne.

Dal punto di vista di un consumatore però trovarsi al supermercato sei uova con la dicitura «allevate a terra» a meno di un euro è allettante. Specie in uno scenario di crisi economica che perdura e spinge a ridurre i consumi alimentari. Come spezzare questo circolo vizioso?
La crisi non può essere la scusa per accettare questa situazione. Un consumatore avveduto e cosciente deve sapere che sei uova non possono costare un euro e che comprandole può mettere a rischio la sua salute. Prezzi così bassi sono insostenibili per remunerare il lavoro agricolo, esistono solo in una economia di massa che si basa su produzioni su scala industriale. Facciamo tante specule sugli alimenti e intanto il telefonino che teniamo in tasca ci toglie soldi senza che noi ce ne accorgiamo.

Lei parla di produzioni da salvaguardare ma intanto arriva la notizia che la Russia ha aggirato le sanzioni economiche che le proibiscono di importare beni europei producendo in casa sua mozzarelle e formaggi…
Distinguerei fra l’origine della materia prima e il savoir faire. Non mi stupisco che le mozzarelle possano essere fatte in Russia – così come la produzione del miele s’è diffusa in tutto il mondo – ma i russi non potranno mai chiamarle «mozzarelle di bufala campane» perché il latte è diverso. E noi dobbiamo salvaguardare le produzioni anche per evitare casi come le uova contaminate.

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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