Dall’Egitto alla Libia. Il triangolo Italia-el Sisi-Haftar

Giulio Regeni. Il governo Gentiloni ha archiviato il caso del ricercatore italiano torturato e assassinato al Cairo e normalizzato le relazioni con l’Egitto

Michele Giorgio • 17/8/2017 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 84 Viste

Roma spera che Abdel Fattah el Sisi agisca per favorire gli interessi italiani in Libia. Una scommessa che rischia di perdere

«I tentativi dell’Italia di esercitare pressione sull’Egitto per la brutale uccisione del ricercatore Giulio Regeni sono ostacolati dalla concorrente preoccupazione per la sicurezza nazionale: ottenere la cooperazione del Cairo in Libia». I colleghi del Guardian già il 16 maggio del 2016, in un articolo dal titolo «Realpolitik hinders hunt for killer of Italian researcher in Egypt», ci raccontavano il finale al quale abbiamo assistito tre giorni fa del film della crisi diplomatica tra Italia ed Egitto. Una crisi culminata nel richiamo del nostro ambasciatore al Cairo e segnata dai rozzi tentativi di depistaggio messi in piedi dai servizi segreti egiziani indicati da più parti come i responsabili di quel crimine. Protagonista del finale di questo film non poteva che essere Angelino Alfano, notoriamente avvezzo a ogni compromesso e cambio di casacca e perciò il più idoneo ad ignorare, in nome degli «interessi nazionali», le aspettative della famiglia Regeni e ad archiviare le pressioni dei tanti italiani che chiedono verità e giustizia per Giulio. E infatti il Guardian spiegava che «L’Italia e i suoi alleati che sostengono il governo di Fayez el-Sarraj in Libia appoggiato dall’Onu, sono impantanati in una lotta complessa in cui l’alleanza dell’Egitto è vista come chiave del successo del nuovo governo libico». «Il ministero degli esteri dell’Italia – aggiungeva il quotidiano britannico – ha rifiutato di commentare il presunto appoggio dell’Egitto alle forze di Tobruk», guidate dal generale Khalifa Haftar, «ma lo scontro (in Libia) incarnerà i passi successivi che Roma prenderà sulla questione di Regeni». Il Guardian vedeva lontano.

Da allora di cose ne sono accadute in Libia e il potere di Khalifa Haftar, appoggiato sin da subito dal presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi (e da alcune monarchie del Golfo), si è fatto persino più decisivo, fino al punto da rivolgere minacce dirette alla soluzione italiana volta a fermare le partenze di gommoni e battelli con a bordo i migranti diretti verso l’Europa. Agli occhi dell’Italia el Sisi è in grado di orientare le scelte di Haftar e di persuaderlo a non ostacolare i piani del governo Gentiloni. Pesano e non poco anche le elezioni politiche in Italia nel 2018. Angelino Alfano ha fatto il lavoro sporco però la responsabilità della normalizzazione delle relazioni con el Sisi è di tutto il governo, a partire dal presidente del consiglio.

Messo da parte l’assassinio di Giulio Regeni, adesso Roma si attende che el Sisi cominci a favorire in Libia i disegni italiani oltre a quelli dell’Egitto. Il Cairo, non si dovesse raggiungere l’unità nazionale in Libia punta in alternativa alla creazione di un protettorato egiziano in Cirenaica da affidare all’uomo forte Haftar disposo a combattere contro jihadisti e milizie islamiste armate e impegnato a garantire la stabilità lungo i 1.200 chilometri di frontiera condivisa tra i due Paesi, a cominciare dallo stop al traffico di armi diretto agli affiliati dell’Isis nel Sinai. Stabilità che vorrebbe dire anche il ritorno massiccio di lavoratori egiziani in Libia, o in parte di essa, con le loro rimesse sarebbero in grado garantire la sopravvivenza di parecchie decine di migliaia di famiglie in patria, come avveniva nell’era Gheddafi. Per questo il Cairo da tempo riversa tutto il suo appoggio militare e diplomatico su Haftar e garantisce il flusso dei finanziamenti al generale libico dagli Emirati e da altre petromonarchie.

Un interrogativo è d’obbligo. El Sisi, dopo aver incassato la fine della crisi diplomatica e il ritorno al Cairo dell’ambasciatore italiano, sarà davvero disposto a fare in Libia ciò che si attende Roma? È una grande scommessa considerando il personaggio e il governo Gentiloni rischia di perderla dopo aver sacrificato la verità su Giulio Regeni.

FONTE: Michele Giorgio, IL MANIFESTO

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