«No Raila no peace». Elezioni contestate in Kenya

Presidenziali contestate. Odinga non accetta la quarta sconfitta: «Risultati hackerati». Kenyatta al 54%. Primi scontri nelle roccaforti dell’opposizione malgrado gli appelli alla calma: almeno tre morti

Fabrizio Floris • 10/8/2017 • Internazionale • 112 Viste

NAIROBI. C’è una vecchia legge del giornalismo che suona più o meno così: «Il primo che dà la notizia ha ragione, gli altri devono provare a smentirla».

È QUELLO CHE HA FATTO ieri mattina sotto il cielo grigio di Nairobi il leader dell’opposizione Raila Odinga, convocando una conferenza stampa a conteggio ancora in corso per rifiutarne l’esito. Il netto vantaggio del presidente uscente Uhuru Kenyatta (54% dei voti contro il 44% di Odinga: una differenza di oltre 1,4 milioni di voti) deriva secondo lui dal fatto che «il sistema di voto è stato hackerato usando le credenziali di Chris Musando», il funzionario responsabile del voto elettronico ucciso il 28 luglio in circostanze su cui ancora si indaga. In pratica qualcuno sarebbe entrato nel sistema della commissione elettorale modificando le percentuali di voto, ha spiegato Raila: «Non sono state elezioni ma una truffa, è un attacco alla democrazia».

Per il momento, ha detto il suo “vice”  «chiediamo ai nostri sostenitori di stare tranquilli, ma verrà il momento in cui chiederemo a tutti di manifestare». Odinga si è rifiutato di indicare la fonte, spiegando che è suo dovere proteggerla. Poi ha aggiunto: «Non controllo il popolo».

IL PRESIDENTE della commissione elettorale Wafula Chebukati assicura che prima della proclamazione dei risultati «i candidati potranno aver accesso alle verifiche sulle schede cartacee» e smentisce «che chiunque possa accedere al nostro sistema come sostiene dal Nasa». Stesso concetto espresso in tarda serata da dall’amministratore della commissione elettorale Ezra Chiloba: «Il nostro team ha esaminato il sistema e ha stabilito che non ci sono state interferenze prima, durante o dopo il voto».

Resta il fatto che non ci sono solo i voti «elettronici», ma anche le schede e poi ci sono i risultati di voto dei governatori locali che danno ulteriori indicazioni: nella maggioranza delle regioni hanno vinto i candidati del partito del presidente, pertanto, se le contestazioni hanno un fondamento, significa che gli elettori hanno optato in massa per il voto disgiunto, Jubilee di Kenyatta a livello locale e Nasa di Odinga a livello nazionale, oppure l’hacker è stato in grado di modificare i risultati di tutto il Paese.

DAI DATI OCCORRE PASSARE alla psicologia per comprendere un uomo di 72 anni alla sua quarta sconfitta elettorale che non ha preparato una successione politica, non ha fatto crescere altri leader piazzando qua e là nelle alte cariche amici e parenti e che non ha eredi da destinare al suo incarico perché deceduti (un figlio) e malati (gli altri).

Ora l’atteggiamento  potrebbe mandare la propria gente (i Luo) e il Paese al macello. I i giovani hanno iniziato a scendere in strada in modo spontaneo a Kibera, baraccopoli feudo di Raila, Huruma, Ngomongo, Kawangware e Mathare Valley (dove sono morte due persone), ma sono stati dispersi dalla polizia: il ministro degli Interni Matiang’i ha invitato  a riprendere le normali attività, a tornare al lavoro perché la situazione è sotto controllo.

CONTESTAZIONI si sono verificate anche a Kisumu, dove i giovani dello slum di Kondele hanno intonato il vecchio slogan «no Raila no peace», bruciato gomme di auto e interrotto la circolazione. Proteste anche a Muriango, dove negli scontri tra manifestanti e polizia un uomo è morto.

Secondo MamanJeri, cuoca in un ristorante sulla Ngong road, quanto sostenuto da Raila è vero. Le amiche continuano a chiamarla dicendole di non uscire perché quando «la gente sente le parole di baba (papà. ndr) diventa cattiva». Se baba parla è perché «ha le prove, lui sa quello che dice». Per Jomo, studente di Kisumu, Raila Odinga è il prossimo presidente, ballots or bullets (o con il voto o con i proiettili): «Se il primo fallisce, i secondi sono inevitabili».

INUSUALMENTE DESERTE, le strade della capitale, negozi e supermercati chiusi, banche (al momento fino a venerdì) e pochissime auto, solo qualche matatu. (taxi collettivo). Alla fine racconta Peter, community worker nel quartiere di Dandora «ci sarà la legge suprema della natura, ma sarebbe meglio per il leader dell’opposizione uscire onorevolmente senza incitare e seminare veleni: a un certo punto bisogna lasciare». Ritornate all’ufahamu(consapevolezza) spiega il vecchio Warui di Saba Miles ai giovani, «siate liberi, decidete voi su voi stessi, non permettete alle circostanze esterne di avere il comando su voi stessi: è il tempo di una nuova consapevolezza».

FONTE: Fabrizio Floris, IL MANIFESTO

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