Carceri e Giustizia

SOVRAFFOLLAMENTO, VIOLENZE, IMMOBILISMO: IL COLLASSO DELLE PRIGIONI ITALIANE

Un anno di denunce e condanne contro l’Italia

Una cosa è certa: sulle condizioni di detenzioni nelle nostre carceri nessuno potrà dire di non sapere. La «questione di prepotente urgenza» di cui il presidente uscente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva parlato nell’estate 2011 è diventata conclamata, come dimostra il fatto che, esattamente a un anno di distanza, il presidente sia tornato a dichiarare che il degrado delle nostre prigioni mette «in gioco il prestigio e l’onore dell’Italia». È una situazione ormai nota perché gli appelli si sono ripetuti, perché a quelle dichiarazioni ne sono seguite autorevoli altre, perché i giudici hanno condannato perfino i vertici dello Stato, perché il diritto sovranazionale ha bacchettato la nostra Italia in modo martellante.

È bene riconoscere fin da subito che l’anno che abbiamo alle spalle ha avuto il tratto della denuncia, portando all’opinione pubblica la coscienza di uno stato di cose disumano e non più tollerabile.

Sono state emesse sentenze importanti, come quella del tribunale di Asti che, nel gennaio 2012, ha affermato l’improcedibilità nei confronti degli agenti di custodia imputati esclusivamente perché nel nostro codice penale non è prevista una norma che punisce il reato commesso: tortura. I quattro poliziotti che hanno massacrato il giovane Federico Aldrovandi la sera del 25 settembre 2005 a Ferrara, invece, sono stati tutti condannati in via definitiva dalla Corte di cassazione a tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo. I vertici della polizia che hanno partecipato alla «macelleria messicana» della Scuola Diaz durante il G8 di Genova 2001 sono stati portati a sentenza di condanna per falso aggravato e sospesi dai pubblici incarichi.

Gocce nel mare, in cui affondano tante altre storie meno conosciute ma ugualmente atroci. Sono – questi citati – tutti casi in cui si è avvertita pesantemente l’assenza della previsione del reato di tortura nel nostro ordinamento, che, se fosse stato previsto, avrebbe certo portato a una punizione più severa dei crimini accertati. Ma, come la storia delle inadempienze italiane ci insegna, l’ennesimo tentativo che ha qualificato la XVI legislatura di introdurre la fattispecie nel codice penale è fallito ancora una volta, nonostante la commissione Giustizia della Camera fosse riuscita a licenziare un testo all’unanimità dei voti dei suoi membri.

D’altra parte, gli ultimi dodici mesi hanno visto recapitarci anche severe condanne dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). È del febbraio 2012 la prima sentenza di quest’anno contro l’Italia per la detenzione ingiusta di un detenuto nel carcere di Parma al quale non sono state garantite cure adeguate.

Un effetto dirompente lo ha avuto il più recente caso Torreggiani e altri contro Italia, conclusosi l’8 gennaio 2013 con la sanzione, comminata dall’Europa allo Stato italiano, del risarcimento di oltre 96 mila euro ai sette ex detenuti ricorrenti e con la presa di posizione di condanna da parte della giurisprudenza europea nei confronti del sovraffollamento carcerario: tre metri quadrati di spazio per detenuto, in celle che ospitano tre o quattro persone alla volta, costituisce – a detta della Corte europea – un trattamento inumano e degradante, tale da imporre alle autorità italiane il tempo massimo di un anno entro cui risolvere il problema.

Altre condanne, questa volta di tipo morale, sono state espresse da fonti istituzionali. La Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica ha prodotto il Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti di pena e nei centri di accoglienza per i migranti in cui viene aspramente criticato il modello di penalità prevalentemente repressivo adottato nel nostro Paese, l’assenza del reato di tortura e trattamenti inumani, e la mancanza di un Garante nazionale dei detenuti che possa avere accesso autonomo ai luoghi di privazione della libertà personale.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha dedicato un gruppo di lavoro misto allo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza, proponendo soluzioni normative all’«emergenza nazionale» delle nostre prigioni che «rende in radice vana ogni possibilità di indirizzare l’azione penale verso il fine rieducativo che, per vincolo costituzionale, deve connotarla».

Il 19 settembre 2012, Nils Muiznieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, pubblicando un Rapporto basato sui dati raccolti nel corso della sua visita in Italia nel luglio scorso, afferma che «l’eccessiva lunghezza dei processi è un problema di lunga durata in Italia, che si ripercuote sull’economia nazionale. È tempo di trovare soluzioni durevoli, che siano sostenute da tutti i soggetti interessati. In tempi di crisi economica questo dato dovrebbe essere un incentivo per trovare delle soluzioni atte ad invertire la rotta».

Tutti i consessi istituzionali, nazionali e sovranazionali, si sono espressi duramente nei confronti dello stato dei penitenziari e della giustizia italiani, facendo vacillare bruscamente l’assunto per cui il riconoscimento della forma democratica dello Stato sia garanzia sufficiente per vedervi rispettati i diritti umani fondamentali dei suoi cittadini.

 

Sovraffollamento e detenzione preventiva, anomalie italiane

Le 206 carceri italiane ospitano in media 140 detenuti ogni 100 posti disponibili in base alla capienza regolamentare, ma in alcuni istituti si supera anche quota 300. I detenuti al primo gennaio 2013 sono 65.701 mentre i posti disponibili superano di poco le 45 mila unità. Soltanto 38.656 sono reclusi a seguito di una condanna definitiva, mentre il 40% è dentro in misura cautelare. Si comprende subito che quest’ultima circostanza, che riguarda la carcerazione preventiva, costituisce la prima causa dell’affollamento degli istituti e delle connesse difficoltà di gestione degli ingressi brevi e brevissimi che caratterizzano l’anomalia delle cosiddette «porte girevoli».

A fronte di un tasso di criminalità tra i più bassi d’Europa, l’Italia sconta anzitutto un ricorso alla custodia cautelare esorbitante, senza paragoni nei Paesi di tradizione democratica. Per molti la custodia cautelare è diventata una necessaria anticipazione di pena, un antidoto alla lunghezza dei processi nel nostro Paese. In generale, in Europa, la percentuale di detenuti in custodia cautelare è ampiamente sotto il 30%, con l’evidente eccezione dell’Italia.

Nel 2012, poi, dietro il muro di cinta sono avvenuti 60 suicidi documentati, mentre sarebbero stati 1.300 i tentativi di togliersi la vita. Le morti in carcere, in qualsiasi modo siano rubricate, sono almeno 97. Pare opportuno mettere in connessione questi numeri con il tasso di sovraffollamento poiché, anche se esistono elementi individuali determinanti in qualsiasi processo autolesivo, la riduzione dello spazio vitale si trasforma in un supplemento di pena che offende e calpesta la dignità e la salute delle persone.

I dati sulle uscite dal regime detentivo in cella sono allarmanti almeno quanto l’abuso della custodia cautelare in carcere. Le misure alternative, la probation e le altre misure non custodiali sono un aspetto chiave delle politiche penali. Secondo il Consiglio d’Europa, costituiscono la migliore soluzione contro il sovraffollamento, da preferirsi alla costruzione di nuove carceri. Tuttavia, il trend europeo è abbastanza conforme e in tutti i Paesi le misure alternative alla detenzione sono concesse con il contagocce. In Italia, Spagna, Polonia, Portogallo in modo particolare.

Comparata alla situazione di sovraffollamento dei nostri vicini europei, quella italiana vanta livelli ben superiori. Infatti, in controtendenza rispetto a quanto avvenuto nelle altre democrazie, in Italia il sovraffollamento carcerario è cresciuto sensibilmente dall’inizio di questo secolo; negli altri Paesi, invece, è rimasto stabile o è addirittura diminuito. Nei nostri istituti di pena in un paio d’anni si è tornati ai livelli affollamento precedenti all’indulto che, nel 2006, aveva dato un po’ di respiro a una situazione già compromessa.

Quest’effetto è dovuto all’entrata in vigore di leggi incriminatrici di condotte poco o affatto lesive di beni giuridici, come quella che modifica il testo unico sull’immigrazione. Ciò che è accaduto dopo il 2006 si può agevolmente spiegare con l’avvento della legislazione “di sicurezza”. A più ondate, la legge cosiddetta ex Cirielli, i Pacchetti sicurezza del 2008 e 2009 sull’immigrazione, la legislazione contro le droghe (cosiddetta Fini-Giovanardi) hanno di fatto impedito l’accesso alle misure alternative proprio a quei soggetti che maggiormente avrebbero beneficiato di questo modello di rieducazione. Rispetto a quella stagione, non vi è stata alcuna significativa inversione di rotta.

 

Semiotica di un governo di tecnici

Eppur qualcosa si è mosso, in quest’anno governato dall’esecutivo tecnico. I provvedimenti che sono stati intrapresi hanno inciso poco sul numero delle persone ristrette in carcere, ma hanno certamente bloccato lo sconfinamento. Le carceri restano sovraffollate oltre l’inverosimile, con alcuni istituti in cui si arriva addirittura a contare un tasso di affollamento del 300 per cento. Tuttavia, si è agito sui flussi in entrata con una limitazione alla carcerazione preventiva e sui flussi in uscita, con l’incentivo alla detenzione domiciliare per i detenuti con un residuo di pena inferiore ai 18 mesi. Se non sono state intraprese strade in discontinuità con il modello dell’incarcerazione di massa, certamente è cambiato il linguaggio. Va riconosciuto, infatti, che il governo a guida Mario Monti ha se non altro ammesso il fenomeno del sovraffollamento. Si è iniziato a parlare delle condizioni disumane di detenzione con una appropriatezza terminologica a cui eravamo stati disabituati dai governi precedenti. Il tema, insomma, non è stato rimosso, anche se questo non si è tradotto nell’adozione di provvedimenti adeguati né tanto meno risolutivi.

Un secondo aspetto dell’azione del governo tecnico è racchiuso nel rigore con cui ha risposto ai richiami internazionali. Molti adempimenti sono rimasti sulla carta, e altrettante occasioni di riscatto sono state perse, ma un’attenzione semiotica alle comunicazioni che sono venute dalle sedi sovranazionali ha riportato l’Italia a un ruolo di interlocutore nelle sedi internazionali.

È accaduto, per esempio, con la ratifica del Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura, che dal 2003 attendeva l’atto di definitiva assunzione da parte dello Stato italiano. Il ministro della Giustizia, Paola Severino, in più occasioni ha visitato gli istituti di pena e risposto all’urgenza di prendersi carico dello stato delle carceri. La terminologia attenta, solidale con le vittime di Stato quanto rigorosa nei confronti delle manifestazioni criminali, ha presentato un governo non insensibile alla questione carceraria.

La nuova penalità detentiva inaugurata in poco più di un anno di esecutivo, tuttavia, è stata dimessa e orientata a una politica di riduzione del danno. Ne è un esempio l’adozione della cosiddetta Carta dei diritti e dei doveri del detenuto, un’operazione meritevole di cogliere le ampie difficoltà dei nuovi giunti, ma al contempo uno stratagemma, a detta di alcuni escogitato con finalità di mera comunicazione, spauracchio di un’amministrazione lontana dalla realtà che sopravvive dietro il muro di cinta. Ancorata a provvedimenti di facciata che non si sono tradotti in provvedimenti risolutori, questa politica ha dunque prodotto piccoli interventi, minimi accorgimenti che non solo non hanno risolto l’emergenza conclamata, ma hanno consentito di fatto di occuparsi del sovraffollamento carcerario nell’ottica della creazione di nuovi spazi. Tali considerazioni, infatti, possono essere avanzate sia per il cosiddetto decreto, al solito del tutto impropriamente definito dai media “svuota carceri”, del novembre 2011, che in realtà ha svuotato ben poco proprio perché non sono stati sciolti i nodi delle leggi responsabili della carcerazione di massa (in primis la criminalizzazione dei migranti e dei consumatori di sostanze stupefacenti), sia per il Piano carceri, sbandierato dal governo Berlusconi come la magica soluzione dell’annosa questione del sovraffollamento e rilanciato dal governo tecnico, seppur nell’ottica della riduzione di spesa.

L’unico disegno di legge che avrebbe potuto effettivamente rappresentare un cambio di tendenza, vale a dire quel testo sulle misure alternative che introduceva, tra le altre cose, la misura della messa alla prova anche per gli adulti, è naufragato con la fine della legislatura. L’emergenza carceri è stata prorogata fino a dicembre 2013 e nemmeno la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, prevista per legge, ha visto la luce. La proroga della loro esistenza fino al primo aprile 2014 è uno degli ultimi atti che la XVI legislatura ha emanato in tema di giustizia.

 

Il pressing delle associazioni

In questi mesi la società civile non ha ceduto il passo. Sono moltissime le iniziative intraprese a livello politico; ancor più numerose quelle realizzate all’interno degli istituti di pena. Bisogna sapere che senza l’apporto delle associazioni e del volontariato, in carcere si vivrebbe ancora peggio. In alcuni istituti la stessa possibilità di svolgere attività di recupero è affidata al Terzo settore.

Al 31 dicembre 2012, il numero di educatori ufficialmente in servizio era di 1.428, di cui 397 assunti nel 2012, per una popolazione detenuta di 66.009: perciò un educatore ogni 47 detenuti. Molto peggio va per gli psicologi, figure previste dall’articolo 80 del’ordinamento penitenziario e preposte al contatto diretto con i detenuti e alla gestione degli eventi critici. L’intervento psicologico durante il 2012 ha segnato il rapporto di 28 minuti di assistenza per detenuto. Sono stati ridotti i budget per le attività culturali, ricreative e sportive; nemmeno un euro è stato finora stanziato per le politiche di tossicodipendenza. Con la spending review del governo si prevedono riduzioni di personale dirigente e l’accorpamento di alcuni penitenziari. I tagli di spesa imposti dal ministero di Giustizia acuiscono i disagi della detenzione, con particolare riferimento alle opportunità formative, lavorative e ricreative che consentono ai detenuti di non restare chiusi in cella 20 ore al giorno, come invece avviene con maggiore frequenza. Pesa, soprattutto, la riduzione delle opportunità di lavoro per i detenuti.

Sulla prospettiva politica, invece, le associazioni combattono battaglie a volte sotterranee, a volte manifeste. L’attività di pressione è stata rivolta a far approvare leggi importanti, come l’emendamento alla legge di Stabilità che il governo ha reinserito in extremis, recuperando il budget per il lavoro all’esterno previsto dalla legge Smuraglia, o per spingere al miglioramento di iniziative, come quella sulla legge anticorruzione, che avrebbero necessitato di modifiche sostanziali.

D’altra parte, è sul terreno della società civile che le organizzazioni non governative hanno dato un importante contributo, sensibilizzando l’opinione pubblica su un tema su cui è difficile confrontarsi. L’ultima campagna, che chiede l’approvazione di tre leggi di iniziativa popolare che possano riportare alla legalità le nostre prigioni, sta coinvolgendo migliaia di cittadini con la raccolta delle firme necessarie.

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