2013

Economia e Lavoro, i Numeri

LE PREVISIONI DEL FMI

  • Secondo le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) nell’aggiornamento del World Economic Outlook, la crescita economica globale è più graduale di quanto previsto a ottobre 2012, e restano rischi al ribasso significativi che richiedono un’azione urgente da parte delle autorità. I rischi identificati dal Fondo includono nuove battute d’arresto nell’area euro e rischi di un eccessivo risanamento fiscale di breve termine negli Stati Uniti. Nonostante ciò, la crescita globale si rafforzerà progressivamente nel 2013, poiché i vincoli sull’attività economica iniziano ad allentarsi. Ma la ripresa sarà lenta, e il FMI ha sottolineato che le politiche devono indirizzare al ribasso i rischi per sostenere la crescita.
  • Per la crescita globale si prevede un rafforzamento al 3,5% per quest’anno, dal 3,2% osservato nel 2012, una revisione al ribasso di appena 0,1 punti percentuali rispetto al report Word Economic Outlook di ottobre 2012. Il FMI ha declassato la sua previsione a breve termine per l’area dell’euro, e per la regione è ora previsto un leggero calo nel 2013. Dopo il -0,4% del 2012, nel 2013 il FMI prevede un -0,2% sul PIL complessivo dei Paesi che aderiscono all’euro, da un +0,2% iniziale. La crescita tornerà nel 2014, quando il PIL si espanderà dell’1% (-0,1 punti rispetto alle stime di ottobre). Il FMI osserva che, nonostante alcune azioni politiche abbiano ridotto i rischi e migliorato le condizioni finanziarie per i governi e le banche nelle economie periferiche, non siano ancora migliorate le condizioni di finanziamento per il settore privato.
  • Per l’Italia il PIL è atteso in calo dell’1% nel 2013, ovvero di 0,3 punti in più rispetto a quanto stimato in ottobre. Invariata la stima per il 2014, quando l’economia italiana si espanderà dello 0,5%.
  • Per gli Stati Uniti il Fondo stima una crescita del 2% nel 2013 (-0,1 punti rispetto a ottobre) e un +3,0% l’anno successivo. Un ambiente di sostegno ai mercati finanziari e l’inversione di tendenza del mercato immobiliare sosterranno la crescita dei consumi.
  • Le prospettive a breve termine per il Giappone rimangono invariate, nonostante questo Paese stia scivolando in recessione, in quanto il pacchetto di stimolo e un ulteriore allentamento monetario favoriranno la crescita. Per i mercati emergenti e le economia in fase di sviluppo si prevede una crescita del 5,5% quest’anno, in generale, come previsto nel Word Economic Outlook di ottobre (FMI, 2013).

IL LAVORO MINORILE NEL MONDO

  • Nel mondo sono 215 milioni i ragazzi e le ragazze tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile: 115 milioni sono quelli che svolgono mansioni pericolose. In ambito urbano, la forma di lavoro minorile più frequente è quella dell’impiego domestico presso terzi, non di rado in condizioni di pesante sottomissione fisica, psicologica e sessuale. Inoltre, sono decine di milioni i bambini che vivono e lavorano sulla strada.
  • Nel mondo 74 milioni di bambini sono impiegati in varie forme di lavoro pericoloso, come il lavoro in miniera, a contatto con sostanze chimiche e pesticidi agricoli o con macchinari pericolosi. È il caso dei bambini impiegati nelle miniere in Cambogia, nelle piantagioni di tè nello Zimbabwe o che fabbricano bracciali di vetro in India.
  • Tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti qui bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latinoamericane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare o vendendo cibo e bevande. Nella sola città di Dakar, capitale del Senegal, sono 8 mila i bambini che vivono come mendicanti.
  • Si stimano in 2,5 milioni le vittime di tratta nel mondo, mentre sono 20,9 milioni le vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo, di cui 5 milioni e 500 mila sono i minori. In Italia questo fenomeno ha alla radice la povertà delle famiglie e comunità d’origine di questi minori, gravi fenomeni di emarginazione sociale, ma anche conflitti, persecuzioni o condizioni di instabilità politico-economica tali da far sì che migliaia di giovanissimi e giovanissime siano condotti nel nostro Paese con l’abbaglio di migliori condizioni di vita o per la ricerca di protezione. È questo il caso di tante ragazze dei Paesi dell’Est o di giovani nigeriane – giunte fra il 2011 e l’agosto 2012 via mare – ma la convinzione di trovare migliori condizioni di vita o protezione ha attratto anche migliaia di giovani migranti non accompagnati: come i circa 1.300 afgani e i circa 900 egiziani giunti in Italia tra il 2011 e il 2012 (UNICEF, 2012).

IL LAVORO FORZATO NEL MONDO

  • Sono quasi 21 milioni nel mondo le vittime del lavoro forzato.
  • Un Rapporto dell’ILO fornisce le stime sulle tipologie di lavoro forzato: 18,7 milioni di individui (il 90% sul totale considerato) vengono sfruttati nell’economia privata da individui o imprese. Di questi, 4,5 milioni (22%) sono vittime di sfruttamento sessuale e 14,2 milioni (68%) sono vittime di sfruttamento lavorativo in attività economiche come l’agricoltura, le costruzioni, il lavoro domestico e l’industria manifatturiera.
  • 2,2 milioni (10%) sono sottoposti a forme di lavoro forzato imposte dallo Stato, ad esempio in carcere, in condizioni che violano le norme dell’ILO, oppure da eserciti nazionali o da forze armate ribelli. Per quanto riguarda l’età, 5,5 milioni (26%) dei lavoratori forzati hanno meno di 18 anni. Il tasso di prevalenza, cioè il numero di lavoratori forzati per 1.000 abitanti, è più elevato in Europa centrale e sudorientale e nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), con un rapporto di 4,2 per 1.000 abitanti, e in Africa con un rapporto di 4 per 1.000 abitanti. Il tasso è più ridotto, 1,5 per 1.000 abitanti, nelle economie industrializzate e nell’Unione Europea. La prevalenza relativamente alta in Europa centrale e sudorientale e nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) deriva dal fatto che la popolazione è meno numerosa rispetto, ad esempio, all’Asia mentre, allo stesso tempo, risultano essere numerosi nella regione i casi di tratta (trafficking) per lavoro e per sfruttamento sessuale e casi di lavoro forzato imposto dalla Stato.
  • La regione Asia-Pacifico conta il maggior numero di lavoratori forzati nel mondo, 11,7 milioni (56%) del totale mondiale. Al secondo posto, l’Africa con 3,7 milioni (18%), seguita dall’America Latina con 1,8 milioni di vittime (9%).
  • I Paesi sviluppati e l’Unione Europea contano 1,5 milioni (7%) di lavoratori forzati, mentre i Paesi dell’Europa centrale e sudorientale e della CSI ne contano 1,6 milioni (7%). Si stimano in 600 mila le vittime nel Medio Oriente.
  • Migrazioni e lavoro forzato. Le statistiche permettono anche di valutare il numero di persone che si trovano intrappolate nel lavoro forzato a seguito di una migrazione.
  • Sono 9,1 milioni (44% del totale) le vittime che si sono spostate sia all’interno del proprio Paese o al di là dei confini. La maggior parte, 11,8 milioni (56%), è sottoposto al lavoro forzato nella regione di origine o di residenza. I movimenti transfrontalieri sono molto spesso associati allo sfruttamento sessuale forzato. Al contrario, la maggioranza dei lavoratori forzati in altre attività, e quasi tutti quelli sottoposti al lavoro forzato dallo Stato, non si è allontanata dalla regione di origine (ILO, 2012 b).

LE DONNE NEL MONDO DEL LAVORO

  • Nel periodo tra il 2002 e il 2007, il tasso di disoccupazione femminile era del 5,8%, rispetto al 5,3% degli uomini. La crisi ha aumentato questa differenza dallo 0,5% allo 0,7%, e ha di fatto distrutto 13 milioni di posti di lavoro delle donne.
  • La differenza di genere nel rapporto impiego-popolazione è diminuita leggermente prima della crisi, ma rimane elevata a 24,5 punti. La riduzione è stata particolarmente significativa in America Latina e Caraibi, nelle economie avanzate, in Africa e Medio Oriente.
  • La differenza nella partecipazione alla forza lavoro si è ridotta negli anni Novanta, ma negli ultimi dieci anni non è stato registrato alcun progresso. Nell’ultimo decennio, sia i tassi di partecipazione delle donne sia quelli degli uomini hanno subito un calo, in parte a causa dell’istruzione, dell’invecchiamento e dell’effetto “lavoratori scoraggiati”.
  • Nel 2012, la percentuale di donne in impieghi vulnerabili (lavori familiari non remunerati e lavori in proprio) era del 50% rispetto al 48% di uomini. Ma, queste differenze sono più ampie in Nordafrica (24%) e in Medio Oriente e Africa subsahariana (15%).
  • L’indicatore della segregazione per settore economico indica che le donne hanno scelte occupazionali limitate. Questa forma di segregazione è aumentata nel corso del tempo, con le donne che lasciano l’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo o passano dall’industria ai servizi nei Paesi industrializzati.
  • Nelle economie avanzate, l’occupazione femminile nell’industria si è dimezzata, raggiungendo una presenza dell’85% nel settore dei servizi, soprattutto nell’insegnamento e nella sanità.
  • L’indicatore della segregazione professionale mostra che le donne continuano a essere confinate in particolari tipologie di professioni. Si è registrato un calo di questa tendenza nel corso degli anni Novanta, mentre negli ultimi dieci anni la situazione si è stabilizzata (ILO, 2012 c).

IL LAVORO DOMESTICO NEL MONDO

Il lavoro domestico rappresenta nel mondo uno dei settori a più bassa protezione sociale e i lavoratori domestici sono tra quelli che godono meno tutele. Tra il 1990 e il 2010, nel mondo, il loro numero è aumentato di oltre 19 milioni, tra i quali molti sono migranti.

  • Il totale lavoratori dei lavoratori domestici nel mondo è di 52,6 milioni;
    •  la percentuale delle donne è dell’83%;
    • il lavoro domestico rappresenta il 7,5% dell’occupazione femminile dipendente nel mondo
    • il 29,9% dei lavoratori domestici è escluso dalla legislazione nazionale sul lavoro;
    • il 45% non ha diritto al riposo settimanale o al congedo annuale retribuito;
    • oltre un terzo delle lavoratrici domestiche non gode della protezione della maternità;
    • in Asia e Pacifico si concentrano 21,4 milioni di lavoratori domestici;
    • nell’America Latina e nei Carabi i lavoratori domestici sono 19, 6 milioni;
    • in Africa sono 5,2 milioni;
    • nel Medio Oriente sono 2,21 milioni;
    • le legislazioni nazionali non stabiliscono alcun limite all’orario lavorativo settimanale, per oltre la metà dei lavoratori domestici nel mondo;
    • poco più della metà dei lavoratori domestici del mondo ha diritto a uno stipendio minimo equivalente a quello degli altri lavoratori (ILO, 2013 b).

GLI EFFETTI DELLA CRISI IN ITALIA

La crisi del sistema economico trova numerose testimonianze nei principali indicatori del lavoro e del benessere sociale degli individui.

  • La Cassa Integrazione Guadagni (CIG), il più importante ammortizzatore sociale a favore degli individui in via di espulsione dal mercato del lavoro per lo stato di crisi in cui versano le aziende presso cui operano ha intrapreso un sentiero di rapida crescita passando da 183,7 milioni di ore alla vigilia della nel 2007, a 227,7 milioni nel 2008, 913,6 milioni nel 2009, 1.197,8 milioni nel 2010, 973,2 milioni nel 2011 e 1.090,7 milioni nel 2012.
  • Le difficoltà sul mondo delle imprese si ripercuotono nelle scelte di ricerca di lavoro degli individui che riscoprono lavori lasciati agli immigrati come le collaborazioni domestiche. I lavoratori italiani impegnati come collaboratori domestici fino al 2007 mostrano una crescita assai lenta (circa 117 mila persone). Dal 2008, invece, gli effetti della crisi spingono molti lavoratori italiani nel campo delle collaborazioni domestiche: 119,9 mila nel 2008, 129,1 mila nel 2009, 139,9 mila nel 2010 e 140,4 mila nel 2011. Di questi, gli italiani fra i 45 e i 49 anni, ovvero età in cui è estremamente difficoltoso trovare una nuova occupazione sul mercato del lavoro tradizionale, sono circa 19,6 mila unità nel 2007 e 25,2 mila nel 2011.
  • Con la crisi riscuotono maggior successo anche le forme di lavoro precario più flessibili e meno garantite come il lavoro con i voucher, che nel 2008 riguardava solo 24,7 mila lavoratori, passati a 68,3 mila nel 2009, 149,1 mila nel 2010 e 208,9 mila nel 2011.
  • La percentuale di occupati in lavori a termine da almeno 5 anni (per 100 dipendenti a tempo determinato e collaboratori) rimane costante negli anni: 18,3% nel 2008 e 19,2% nel 2011. Muta invece significativamente la percentuale di lavori instabili che vengono convertiti in lavori stabili nel corso di un anno: ogni 100 occupati in lavori instabili solo il 20,9% nel 2011 smettono di essere precari, contro il 25,7% del 2008, denotando la minore capacità del tessuto economico di stabilizzare l’occupazione data anche una prospettiva di crescita incerta.
  • L’incidenza di occupati sovraistruiti, ovvero i lavoratori con qualifiche superiori a quelle richieste dalle mansioni svolte, è in crescita e passa dal 18% del 2007 al 21,1% del 2010, a testimonianza di un’accresciuta difficoltà nel reperire un lavoro adeguato da parte della manodopera qualificata e dell’effetto spiazzamento che si verifica per i lavoratori con minori competenze.
  • Fra il 2008 e il 2011 resta costante invece la percentuale dei lavoratori con una bassa retribuzione: 10,2% nel 2008 e 10,5% nel 2011.
  • Le difficoltà sul mercato del lavoro aumentano l’incidenza di persone che vivono in famiglie senza occupati: queste passano dal 5,1% del 2007 al 7,2% nel 2011. Di conseguenza, la mancanza di redditi certi in un numero maggiore di famiglie porta a un disagio economico più diffuso evidenziato dall’indice di valutazione soggettiva di difficoltà economica cha passa da un valore pari a 100 nel 2004 a 121,8 nel 2011 (INPS, ISTAT, Ministero del Lavoro, 2012).

DISOCCUPAZIONE DI LUNGA DURATA: LE REGIONI ITALIANE E IL CONTESTO EUROPEO

La persistenza degli individui nello stato di disoccupazione per più di dodici mesi non solo costituisce un grave problema sociale, ma rappresenta anche un segnale del distorto funzionamento del mercato del lavoro. Un medesimo livello di disoccupazione può infatti coesistere con differenti durate medie della stessa, comportando diverse implicazioni sociali e di policy.

  • In Italia, la permanenza di un ciclo economico poco favorevole ha comportato nel 2011 un incremento della disoccupazione di lunga durata, la cui incidenza sul totale dei disoccupati è passata dal 48,5% del 2010 al 51,3%, il livello più alto raggiunto nell’ultimo decennio. Il sensibile incremento dell’incidenza dei disoccupati di lunga durata nel nostro Paese interessa sia la componente femminile (la cui quota passa dal 49,9% nel 2010 al 51,9% nel 2011) sia soprattutto quella maschile, cresciuta di oltre tre punti percentuali e attestatasi nella media 2011 al 50,7%.
  • La ripartizione geografica che segnala l’incremento maggiore è il Nord-Est, in cui l’incidenza dei disoccupati da almeno un anno sul totale dei disoccupati passa dal 35,8% del 2010 al 42,0% del 2011. Anche l’incremento registrato dal Nord-Ovest è stato significativo: l’indicatore è infatti aumentato nel corso dei dodici mesi, passando dal 43,7% al 46,6%. Più contenuti sono stati invece i rialzi osservati per il Centro e il Mezzogiorno; nelle regioni del Sud, tuttavia, si continua a segnalare la quota più elevata della disoccupazione di lunga durata che riguarda il 56,9% dei disoccupati.
  • Nel 2011 il tasso minimo osservato è quello del 25,2% del Trentino-Alto Adige e il più elevato quello del 61,1% della Campania. Nell’area settentrionale l’incidenza della lunga durata risulta particolarmente elevata in Piemonte (50,9%), mentre in Lombardia e Friuli-Venezia Giulia supera di poco la soglia del 45%. Nel Centro il Lazio presenta i valori più elevati, superiori alla media nazionale. Se si esclude l’Abruzzo, tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un’incidenza della disoccupazione di lunga durata ben superiore al 50%. Data la sostanziale equidistribuzione del fenomeno a livello nazionale tra i due generi, all’interno delle singole regioni i differenziali maggiori si riscontrano in Abruzzo e Sicilia a favore della componente maschile, in Sardegna e Calabria a favore di quella femminile.
  • Nel corso del 2011, la tendenza alla crescita della disoccupazione di lunga durata ha riguardato, oltre l’Italia, tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea. Nella media dell’UE l’incidenza della disoccupazione di lunga durata sul totale dei disoccupati, ha sfiorato il 43%, segnando un incremento di tre punti percentuali rispetto al 2010. Il Paese con la quota più elevata è la Repubblica Slovacca, dove oltre due disoccupati su tre si trovano in questa condizione (67,8%). Un discreto numero di Paesi, tra i quali l’Italia come abbiamo visto, presenta un’incidenza superiore al 50% del totale dei disoccupati. La portata della componente di lunga durata risulta invece più limitata nell’area dei Paesi scandinavi e a Cipro. In particolare, in Svezia l’incidenza resta al di sotto del 20% (ISTAT, 2012).

LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

I giovani rappresentano da sempre una delle categorie più vulnerabili e negli ultimi anni, alla luce degli effetti della persistente crisi economica, la loro condizione nel mercato del lavoro appare ancora più critica.

  • Secondo l’ILO: «I giovani restano particolarmente colpiti dalla crisi, con 73,8 milioni di loro attualmente senza lavoro in tutto il mondo, ed è probabile che il rallentamento nell’attività economica spinga un altro mezzo milione di giovani tra i disoccupati entro il 2014 […] il tasso di disoccupazione giovanile, già cresciuto al 12,6% nel 2012, è previsto salga al 12,9% entro il 2017».
  • Per il Rapporto Global Employment Trends 2013 dell’ILO, «La crisi ha ridotto in modo drammatico le prospettive lavorative dei giovani, con molti di loro che restano disoccupati per lungo tempo sin dal loro ingresso nel mercato del lavoro, una situazione che non era mai stata osservata nei precedenti rovesci economici ciclici». «Attualmente il 35% dei giovani disoccupati sono rimasti senza lavoro per sei mesi o più nelle economie avanzate; nel 2007 erano il 28,5%». Di conseguenza, «un numero crescente di giovani sono diventati scoraggiati e hanno lasciato il mercato del lavoro». «Nei Paesi europei, dove questo problema È particolarmente grave», sottolinea l’ILO, «il 12,7% dei giovani risulta non occupata, né impegnata in attività di studio o formazione, un tasso salito di quasi due punti dall’inizio della crisi».
  • Nel 2012 il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è pari al 35,3%, valore più elevato di oltre 6 punti percentuali rispetto a quello registrato nell’anno precedente, il più alto dell’ultimo decennio. Nel 2002, infatti, questo dato si attestava al 22%. Nel 2011, dopo un breve periodo di attenuazione, si inverte la tendenza e tornano a rafforzarsi le differenze di genere: nel 2012 il tasso di disoccupazione giovanile delle donne italiane (37,5%) supera quello maschile di 4 punti percentuali (33,5%). Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro nel 2011 sono 611 mila (ILO, 2013 a; ISTAT, 2013).

MIGRANTI E LAVORO

  • In Italia tra il 2007 e il 2011 la perdita di un milione di posti di lavoro è stata in parte compensata da 750 mila assunzioni di stranieri in settori e mansioni non ambiti dagli italiani. Nel 2011, mentre gli occupati nati in Italia sono diminuiti di 75 mila unità, 170 mila persone in più nate all’estero sono risultate occupate. Attualmente gli occupati stranieri, incluse anche le categorie non monitorate dall’indagine campionaria dell’ISTAT, sono circa 2,5 milioni e rappresentano un decimo dell’occupazione totale. Anche tra gli stranieri è aumentato però il numero dei disoccupati (310 mila, di cui 99 mila comunitari) e il tasso di disoccupazione (12,1%, quattro punti più in più rispetto alla media degli italiani), mentre il tasso di attività è sceso al 70,9% (9,5 punti più elevato che tra gli italiani).
  • Nell’attuale congiuntura, la forza lavoro immigrata continua a svolgere un’utile funzione di supporto al sistema economico-produttivo nazionale per la giovane età, la disponibilità e la flessibilità (caratteristiche che, purtroppo, spesso si traducono in forme più o meno gravi di sfruttamento). Gli immigrati sono concentrati nelle fasce più basse del mercato del lavoro e, ad esempio, mentre tra gli italiani gli operai sono il 40%, la quota sale all’83% tra gli immigrati comunitari e al 90% tra quelli non comunitari.
  • Gli immigrati iscritti ai sindacati sono oltre 1 milione, con una incidenza dell’8% sul totale dei sindacalizzati e del 14,8% sulla sola componente attiva. Gli archivi dell’INAIL attestano che essi sono maggiormente soggetti al rischio infortunistico: tra i lavoratori nati all’estero, in controtendenza con l’andamento generale, gli infortuni sono infatti cresciuti, raggiungendo un’incidenza media del 15,9% sugli infortuni complessivi a fronte del 15% dell’anno precedente. Le ispezioni condotte nel 2011 hanno riscontrato in situazione irregolare il 61% delle aziende sottoposte a verifica, in circa la metà dei casi per lavoro nero, condizione che accresce l’esposizione dei lavoratori al rischio di infortunio sul lavoro.
  • Il Rapporto 2012 sul mercato del lavoro degli immigrati, curato dal Ministero del Lavoro, attesta che il peso dei lavoratori non comunitari (per i comunitari non sono stati riportati i dati) sulle prestazioni previdenziali e assistenziali dell’INPS non è eccessivamente elevato: 10,2% per la cassa integrazione ordinaria e 6,9% per quella straordinaria; 5,1% per l’indennità di mobilità; 11,8% per l’indennità di disoccupazione ordinaria non agricola, 7,7% per quella con requisiti ridotti e 8,8% per quella agricola; 0,2% per pensioni di invalidità, vecchiaia e ai superstiti; 0,9% per le pensioni assistenziali; 8,1% per le indennità di maternità; 5,1% per i congedi parentali e 10,8% per gli assegni per il nucleo familiare.
  • La categoria più numerosa tra gli immigrati è quella dei collaboratori familiari (poco più di 750 mila quelli nati all’estero assicurati presso l’INPS) che svolgono un ruolo fondamentale in un contesto che soffre l’invecchiamento della popolazione. A loro volta, gli infermieri stranieri (un decimo del totale) assicurano un apporto indispensabile al servizio sanitario nazionale e a molte strutture private. Anche il settore agricolo, scarsamente attrattivo nei confronti degli italiani, per molti immigrati costituisce una prospettiva di inserimento stabile (allevamenti e serre) o un’opportunità limitata a determinati periodi dell’anno (lavoro stagionale) o quanto meno al momento dell’ingresso, al punto che l’agricoltura è stato il solo settore ad aver registrato, per gli immigrati, un saldo occupazionale positivo.
  • Altri settori per i quali il contributo degli immigrati continua a risultare fondamentale sono l’edilizia, i trasporti e, in generale, i lavori a forte manovalanza: dai dati messi a disposizione dalle organizzazioni delle cooperative, risulta che gli immigrati incidono per oltre un sesto nelle cooperative di pulizie e per oltre un terzo in quelle che si occupano della movimentazione merci (Caritas-Migrantes, 2012).

IL CUNEO FISCALE

  • Il cuneo fiscale è la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta che viene erogata al lavoratore. Nella nota dell’OCSE diffusa a marzo 2013 che anticipa i risultati del Rapporto sulla tassazione del lavoro, l’Italia risulta al sesto posto tra i 34 Paesi membri dell’organizzazione per l’entità del cuneo fiscale, con una retribuzione percepita da un single senza figli pari al 47,6% dei costi sostenuti dall’impresa nel 2012.
  • Al primo posto della classifica troviamo il Belgio (56%), seguito dalla Francia (50,2%) e dalla Germania (49,7%). Il Regno Unito è nella parte bassa della classifica, con il 32,3%. All’ultimo posto troviamo il Cile (con il 7%), mentre la media OCSE è del 35,6%.
  • Tra il 2000 e il 2012 il cuneo fiscale italiano sale dello 0,5%, mentre in ambito OCSE si registra in media una flessione dell’1,1%. La situazione italiana peggiora considerando una coppia monoreddito con due figli: in questo elenco comparativo l’Italia è quarta, con un cuneo fiscale pari al 38,3% contro il 26,1% medio dei Paesi OCSE. Il calo è di un punto percentuale tra il 2000 e il 2012 (-1,6% la media OCSE) e c’è un aumento dell’1,4% tra il 2009 e il 2012 (+1,1% nell’OCSE).
  • Da un punto di vista generale il prelievo medio è cresciuto in 19 Paesi ed è diminuito in 14. Ma tra il 2010 e il 2012 la pressione fiscale è salita in 26 Paesi e scesa in sette, invertendo l’andamento che era stato registrato tra 2007 e 2010 (OCSE, 2013 b).

 

GLI EFFETTI DELLA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO

  • Il sistema Informativo sulle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro che monitora gli avviamenti per Contratti a tempo determinato, indeterminato, a progetto e di apprendistato, ha registrato un calo consistente nel periodo tra giugno e novembre 2012 con oltre 100 mila attivazioni in meno.
  • Fra le tipologie sotto monitoraggio, spicca la caduta dei contratti a progetto negli ultimi mesi del 2012 (ad agosto è stato registrato un calo del 19,2%; a settembre del 28,7%; a ottobre del 34,2%; a novembre del 37,1%). Crolla anche il ricorso al lavoro intermittente in tutti i mesi del 2012; in particolare a ottobre sono calati del 41,7% e a novembre del 45,1%. Nel quadro di riduzione generalizzata va meglio per i contratti a tempo determinato e indeterminato che registrano riduzioni tendenziali mensili sempre inferiori al 10%.
  • Nel mese di novembre 2012 la maggior parte degli avviamenti sono a tempo determinato, il 65,8% sul totale dei contratti seguiti da quelli a tempo indeterminato (pari al 19%), parasubordinati (6,2%) e dalle altre tipologie contrattuali tutte inferiori al 5%. Il quadro che ne scaturisce mostra la tendenza a preferire nuove forme flessibili di contratto (in totale oltre il 75% dei nuovi contratti), con una predilezione per il lavoro dipendente a tempo determinato e l’apprendistato. Si osserva invece una contrazione per alcune forme contrattuali che avevano riscosso molto successo negli ultimi cinque anni come il contratto di lavoro parasubordinato. Bisogna però osservare che proprio il quarto trimestre del 2012 ha registrato i segni più evidenti dello scenario recessivo in corso e che quindi la redistribuzione fra tipologie contrattuali è decisamente influenzata da un quadro economico congiunturale negativo (ISFOL, 2013).

IL LAVORO PRECARIO IN ITALIA

  • In numero assoluto i precari italiani sono 3.315.580 unità: lo stipendio è mediamente di 836 euro netti al mese (927 euro mensili per i maschi e 759 euro per le donne), solo il 15% è laureato, la Pubblica Amministrazione è il suo principale datore di lavoro e nella maggioranza dei casi lavora nel Mezzogiorno (35,18% del totale).
  • Per quanto riguarda il titolo di studio, il 46% ha un diploma di scuola media superiore, il 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media e solo il 15,1% è in possesso di una laurea.
  • La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel Pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella Pubblica Amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del Pubblico (praticamente uno su tre). Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379).
  • È il Sud l’area geografica che ne conta il numero maggiore. Se oltre 1.108.000 precari lavorano nel Mezzogiorno (pari al 35,18% del totale), le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l’incidenza percentuale di questi lavoratori sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).
  • Su un totale di oltre 3 milioni 315 mila lavoratori senza un contratto di lavoro stabile quasi 1 milione 289 mila, pari al 38,9% del totale, non ha proseguito gli studi dopo aver terminato la scuola dell’obbligo. Questi dati smentiscono un luogo comune che identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio. Per questo è necessario pensare anche a questi lavoratori con un basso livello professionale che con la crisi rischiano di essere spazzati via dal mercato del lavoro.
  • L’esercito dei lavoratori atipici è costituito da: i dipendenti a termine involontari; i dipendenti part time involontari; i collaboratori che presentano tre vincoli di subordinazione (monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell’azienda e imposizione dell’orario di lavoro); i liberi professionisti e lavoratori in proprio (le cosiddette Partite Iva) che presentano in anch’essi in contemporanea i tre vincoli di subordinazione descritti nel punto precedente (CGIA, 2012).

LA CRISI NEL MEZZOGIORNO

  • La crisi degli ultimi anni ha allargato il divario Nord-Sud. Tra il 2007 e il 2012 nel Mezzogiorno il PIL si è ridotto del 10% in termini reali a fronte di una flessione del 5,7% registrata nel Centro-Nord. Nel 2007 il PIL italiano era pari a 1.680 miliardi di euro, cinque anni dopo si era ridotto a 1.567 miliardi. Nella crisi abbiamo perso quindi 113 miliardi di euro, quanto l’intero PIL dell’Ungheria, un Paese di quasi 9 milioni d’abitanti. Di questi, 72 miliardi di euro si sono persi al Centro-Nord e 41 miliardi (pari al 36%) al Sud.
  • Negli ultimi decenni il PIL pro capite meridionale è rimasto in modo stabile intorno al 57% di quello del Centro-Nord, testimoniando l’inefficacia delle politiche di sostegno allo sviluppo messe in atto, che non hanno saputo garantire maggiore occupazione, nuova imprenditorialità, migliore coesione sociale, modernizzazione dell’offerta dei servizi pubblici.
  • Dei 505.000 posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della crisi, tra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il Mezzogiorno (più di 300.000). Il Sud paga la parte più cospicua di un costo già insopportabile per il Paese e si conferma come un territorio di emarginazione di alcune categorie sociali, come i giovani e le donne. Un terzo dei giovani tra i 15 e i 29 anni non riesce a trovare un lavoro (in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è al 35%). Se poi oltre a essere giovani si è donne, la disoccupazione sale al 40%. Il tasso di disoccupazione femminile totale è del 19% al Sud a fronte di un valore medio nazionale dell’11%. I disoccupati con laurea sono in Italia il 6,7% a fronte del 10% nel Mezzogiorno.
  • Tra il 2007 e il 2011 gli occupati nell’industria meridionale si sono ridotti del 15,5% (con una perdita di oltre 147.000 unità) a fronte di una flessione del 5,5% nel Centro-Nord. Oltre 7.600 imprese manifatturiere del Mezzogiorno (su un totale di 137.000 aziende) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1% e punte superiori al 6% in Puglia e Campania.
  • Il 26% delle famiglie residenti nel Mezzogiorno è materialmente povero (cioè con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate a sostenere tali spese per mancanza di denaro) a fronte di una media nazionale del 15,7%. E nel Sud sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6%. Il persistere di meccanismi clientelari, di circuiti di potere impermeabili alla società civile e la diffusione di intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici contribuiscono ad alimentare ulteriormente le distanze sociali impedendo il dispiegarsi di normali processi di sviluppo.
  • I contributi assegnati per i programmi dell’Obiettivo Convergenza destinati alle regioni meridionali ammontano a 43,6 miliardi di euro per il periodo 2007-2013. A meno di un anno dalla chiusura del periodo di programmazione risulta impegnato appena il 53% delle risorse disponibili e spesi 9,2 miliardi (il 21,2%). Anche l’efficacia dei programmi attivati con i fondi europei è discutibile. Al contrario di ciò che è accaduto in altri Paesi con un marcato dualismo territoriale, in Italia la convergenza tra Sud e Nord non si è mai realmente affermata. Prova ne è il fatto che nel prossimo ciclo di programmazione l’UE stima che la popolazione sottoposta all’Obiettivo Convergenza passerà in Italia dall’11% al 14% del totale, mentre altri Paesi vedranno calare drasticamente tale quota: la Germania passerà dal 5,4% allo 0% e la Spagna dal 9,1% allo 0,9%. Le risorse spese nelle regioni meridionali non solo hanno contribuito debolmente al riequilibrio territoriale, ma hanno rafforzato i circuiti meno trasparenti e congelato l’iniziativa imprenditoriale con incentivi senza obbligo di risultato e progetti spesso estranei alle vere esigenze delle economie locali (CENSIS, 2013).

 

IL DISAGIO LAVORATIVO

Che il lavoro sia una delle principali arene di formazione e distribuzione dei diritti non è mai stato così chiaro come oggi, di fronte alla profonda destrutturazione che la crisi ha indotto nei processi produttivi e lavoratori, creando aree di disagio sociale sempre più ampie.

Uno studio dell’IRES-CGIL del 2012 ha specificamente affrontato questo tema.

  • Nel 2012, sono 4.080.000 i lavoratori che si trovano nell’area del disagio: quella comprende, insieme, i dipendenti a tempo temporanei, i collaboratori a tempo determinato e occupati stabili a part time.
  • Se prendiamo come riferimento il 2008, anno di inizio della crisi, l’incremento è stato di 718mila unità, ovverosia del 21,4%.
  • Dal 2008 al 2012, l’occupazione è notevolmente calata, passando da 23.376.000 unità a 22.919.000, con una flessione di 456 mila unità, pari al 2% in meno, nonostante il numero delle persone in età di lavoro di circa 500 mila unità.
  • Anche gli occupati lavorano sempre meno di quanto sarebbe possibile, in forza della proliferazione di contratti di lavoro a part time: i dipendenti stabili a full time sono calati di 544 mila unità (-4,2%).
  • Nel 2012 solo il 17,2% delle nuove assunzioni è stato a full time.
  • Nel secondo trimestre del 2012, circa 930 mila cessazioni si riferivano a rapporti di lavoro durati non più di un mese (36,3%) e circa 384 mila non superavano la giornata (15,1%).
  • La contrazione del lavoro peggiora le condizioni di lavoro e riduce i diritti, tanto che il 93,2% dei lavoratori a termine dichiara che vorrebbe un lavoro stabile.
  • Si è creata una vasta area di mancato lavoro che comprende disoccupati, cassintegrati e scoraggiati alla quale si aggiunge quella del disagio del lavoro che abbiamo prima rappresentato.
  • I giovani costituiscono una delle figure maggiormente colpite dal disagio. Il tasso di occupazione giovanile (fino a 24 anni) è passato dal 24,7% del primo semestre del 2008 al 18,8% del primo semestre del 2012, con una flessione del 5,9%, collocando l’Italia a uno degli ultimi posti in Europa.
  •  Ma nell’area del disagio entrano sempre più profondamente gli over 49 anni: entro queste condizioni, se disoccupati, con difficoltà notevole possono accedere al mercato del lavoro; se espulsi, la speranza di rientrarvi si riducono progressivamente.
  • La percentuale degli over 49 anni, nell’area del disagio sociale, è passata dal 9,7% del primo semestre 2004 al 15, 3% del primo semestre del 2012 (IRES, 2012).

[Per i riferimenti bibliografici delle fonti qui utilizzate, vedi nella bibliografia del capitolo 1]

 

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