2013

Welfare, Salute, Terzo Settore

La morte annunciata del modello sociale europeo

Il welfare state, vittima sacrificale della crisi

La risposta che la Troika – Commissione, Fondo Monetario e Banca Centrale Europea – insieme ai governi, hanno dato alla crisi scatenata dalla grande finanza nel 2007 appare, nel 2012, come un’immensa e cogente ipoteca sull’Unione: nonostante a fine anno si siano alzate voci in controtendenza e, in parte, autocritiche all’interno degli stessi organismi internazionali, il dispositivo recessivo messo in moto ha ormai una vittima sacrificale per eccellenza, il welfare state. O, meglio, lo stesso “modello europeo”.

È così nell’Unione – e non si tratta di sola Grecia – ed è così in Italia, dove emblema di questo passaggio, insieme alla falcidia dei Fondi sociali e alla lenta ma costante privatizzazione della sanità, è il passaggio del fiscal compact in Costituzione: la legge fondamentale della Repubblica relegata a ragioneria. Che costerà 45 miliardi di debito pubblico da far rientrare all’anno per 20 anni, e dove si recupererà questo denaro se non da welfare, servizi, politiche sociali e sanitarie, giustizia, sicurezza e via elencando? Ciò che va sotto il nome corrente di fiscal compact – ma in realtà ha le forme di un più ampio Trattato per la Stabilità, il Coordinamento e la Governance (TSCG) siglato il 2 marzo 2012 dai capi di Stato e di governo dei Paesi della zona euro – è arrivato a vincolare e incatenare la politica comunitaria in maniera definitiva, con effetti devastanti in primo luogo proprio sul sistema di welfare, ponendo oggi le basi solide di ciò che sarà e non sarà più l’Europa di domani. Tutto in nome dell’imperativo categorico della “stabilità finanziaria”: rassicurare a tutti i costi i mercati finanziari.

La portata politica della transizione è sotto gli occhi di tutti, ormai, e disegna un campo di scontro politico esplicito, la cui portata è nulla di meno che la drastica scelta verso un modello alternativo. Il fiscal compact non è riformabile, perché è un paradigma, e dunque lo scontro si fa radicale. Anche perché alla base delle decisioni europee sta un inganno che riguarda le ragioni della crisi: come sottolinea il movimento francese degli Economisti sgomenti, l’analisi che sta alla base delle scelte comunitarie glissa del tutto sulle cause vere (non una parola sul ruolo della finanza globale nella crisi), per puntare il fuoco tutto su un modello europeo che non potremmo più permetterci. I nostri governanti sono ciechi a tal punto da ignorare che la crisi del debito pubblico è prima di tutto una conseguenza diretta della crisi finanziaria che l’ha preceduta, più che dei meccanismi di bilancio pubblici.

Nonostante l’attacco si sia rivelato a partire dagli anni Ottanta, se dovessimo adottare una data di morte annunciata per il modello sociale europeo il 2 marzo 2012 suonerebbe come la più adeguata.

 

Dopo la crisi, la crisi. Un’Europa più povera

Tra i sette cardini della strategia per il nuovo millennio di Europe 2020 c’è (c’era) la lotta all’esclusione sociale e alla povertà, con l’obiettivo di diminuire di 20 milioni le persone in stato di povertà e esclusione. Le cose non sembrano, però, mettersi bene e anzi gli obiettivi sembrano allontanarsi. I più recenti dati elaborati da Eurostat parlano, al contrario, di un costante aumento del numero di cittadini europei a rischio povertà, 119,6 milioni nel 2011, il 24,2% della popolazione totale (il 25,2% delle donne), era il 23,6% nel 2010 e anche nel 2008, segno che la crisi (e la risposta alla crisi) ha un’onda lunga che, inesorabilmente, prima o poi arriva. È in crescita anche l’indicatore relativo al rischio povertà dopo aver fruito delle misure di sostegno sociale, valore che passa al 16,9% (+0,5%), segno che quel valore aggiunto da sempre rappresentato dai trasferimenti sociali e in buona sostanza dall’efficacia del welfare è a sua volta in crisi; più colpiti da questo dato, Bulgaria e Romania (22,3 e 22,2%), Spagna (21,8%) e Grecia (21,4%). Tra i Paesi che registrano nel 2011 un incremento tra +1% e +1,4% anche l’Italia, insieme a Grecia, Spagna, Romania, Svezia e Slovacchia. Cresce anche la deprivazione materiale, basata su nove indicatori relativi a condizioni e qualità della vita: in Italia (+4,3%), Grecia (+3,6,%) e Lituania (+3,5%%). Il 37,5% degli europei non ce la fa a reggere una spesa imprevista di poche centinaia di euro, e più del 10% degli europei lavora meno del 20% delle sue potenzialità.

 

Dal modello europeo alla povertà dei bambini

L’UNICEF ha dovuto occuparsi di difendere i bambini della ricca Europa: perché, nonostante sia chiaro come non proteggere i bambini oggi significhi ipotecare il futuro, «in un momento di flessione economica, la prima conseguenza è che i bambini e gli adolescenti perdono posizioni nell’agenda politica». Invisibili e deboli, insomma. I bambini europei soffrono di deprivazione materiale e educativa, in media nei 29 Paesi europei monitorati, il 13% dei minori tra 0 e 17 anni è deprivato, in modo contenuto in alcuni Paesi ma in modo drammatico in altri (Romania, dove risulta deprivato il 72,6%), ma anche in zona euro le cose non vanno certo bene con tassi di deprivazione inaccettabili, Francia (10,1%), Italia (13,3%), Grecia (17,2%) Portogallo (27,4%), tra 8 e 10% Belgio, Austria, Spagna. In molti contesti nazionali, essere figlio o figlia di un genitore solo (in prevalenza la madre) significa maggior fatica: solo nei Paesi scandinavi questa variabile incide poco, mentre nei Paesi neocomunitari e in Portogallo si oscilla tra il 30 e l’85% di deprivazione, l’Italia si pone in posizione intermedia con un 17,6%. La povertà relativa ha picchi nei Paesi neocomunitari, seguiti dalle percentuali importanti di Italia (15,9%), Spagna (17,1%) e Grecia (16%). L’intervento del welfare potrebbe fare la differenza; ancora oggi Irlanda, Regno Unito, Finlandia, Austria, Francia più che dimezzano la povertà minorile grazie al welfare, mentre Grecia, Italia e Spagna risultano del tutto inefficaci: uno scenario che rischia di prevalere nel medio periodo.

 

Senza il welfare, arriva la punizione della povertà

Meno sociale più penale, con uno slogan. Poverty is not a crime, la povertà non è un crimine, uno slogan che riecheggia scenari dell’Ottocento del millennio scorso, e invece rappresenta il fronte su cui sono costrette ad attestarsi le reti europee di lotta alla povertà. Con il crescere di famiglie e persone costrette a vivere in strada, infatti, cresce anche la repressione che stati e città attuano contro di loro, in un’ottica di ordine pubblico e in assenza di risposte sociali.

In Ungheria, gli attivisti senza dimora di The City is for all stanno tentando di bloccare un disegno di legge che intende sanzionare con il carcere chi dorme per strada. Una resistenza che va presidiata, perché il governo ungherese è talmente deciso da annunciare una riforma della stessa carta costituzionale per punire penalmente i senza dimora. Ma l’Ungheria non è che un indizio di una situazione più complessiva. La “democratica” Copenhagen, per esempio, sta applicando forme di regolamenti amministrativi punitivi per chi dorme in strada, con accanimento particolare verso gli homeless migranti. In Irlanda, nel 2011 è stata approvata una nuova legge contro l’accattonaggio, che prevede multe fino a 500 euro e il carcere fino a un anno e anche l’Austria sta “innovando” il suo approccio ai senzatetto nel segno della repressione, soprattutto verso rom e stranieri, tanto che pendono davanti la Corte costituzionale austriaca numerosi ricorsi per discriminazione.

Un esito di questa situazione è il balzo delle cifre riguardanti i suicidi di chi è povero o è in strada: le persone senza fissa dimora hanno più probabilità di suicidarsi rispetto alla popolazione generale, e nel Regno Unito, per esempio, i tassi di suicidio tra i senza fissa dimora oscillano tra l’1% e 3%, mentre sono lo 0,0001% nella popolazione generale.

 

Retoriche comunitarie e tagli reali

A fronte di questo scenario, cosa fa l’Unione Europea? Ripete retoricamente gli obiettivi del programma Europe 2020 – dove per altro la lotta all’esclusione sociale continua a essere ancella di una idea tradizionale e liberista di sviluppo economico che viene “prima” (ma quando?) invece che incardinarsi in uno Stato sociale visto come esso stesso motore di crescita equa – e intanto taglia risorse per la lotta alla povertà. A fronte dei 120 milioni di europei a rischio povertà e/o deprivazione materiale, se ne contano 40 milioni in condizioni di decisa miseria, ma per loro la Commissione, nel 2012, decurta i fondi già previsti di 140 milioni di euro, e soprattutto rinuncia a qualsiasi idea di inclusione, dando il via a quello che le associazioni hanno chiamato una sorta di beneficienza bieca e tradizionale, una enclave di persone che non potrebbero rientrare nelle politiche proattive, di promozione sociale, ma per le quali una sorta di beneficenza pubblica diventa l’unica chance.

Lo strumento europeo che dovrebbe promuovere l’impiego e i processi di inclusione, lo European social fund, non arriva a rispondere proprio ai bisogni di homeless e bambini più deprivati. Il re è nudo, allora? Sì, e lo dicono anche le linee guida del programma Europe 2020, quando nella stessa lotta alla povertà fanno trionfare la logica secondo cui sono accettabili solo quelle politiche sociali che favoriscono l’apporto positivo delle persone all’economia e al mercato del lavoro piuttosto che garantire un vita dignitosa e lavorare su equità, eguaglianza e benessere.

 

L’urgenza di un’alternativa

Rete europea degli economisti progressisti (European Progressive Economists Network), Euromemorandum, Economistes Atterrés, Sbilanciamoci!, Another Road for Europe, si moltiplicano realtà e reti che, mettendo insieme mobilitazione e competenze, cercano un’alternativa al destino segnato dal fiscal compact. È un processo però frammentato e difficile, nonostante l’Europa abbia conosciuto mobilitazioni come quelle degli Indignados e molti appuntamenti sempre affollati, come il Forum europeo tenutosi a Firenze nel novembre 2012 “Firenze 10+10”, con oltre 3.000 persone rappresentanti di tutti i Paesi e di mille diversi ambiti. Un successo, in dimensione europea ormai acquisita, ma anche un successo a metà: «La nostra democrazia contro la vostra austerità» è un buon slogan, che coglie il nocciolo delle questioni ma altro è trovare una strategia di opposizione, resistenza, proposta in un contesto martoriato da sei anni di crisi e di anche peggiore governo della crisi. Le ragioni di questa debolezza sono da rintracciarsi in tre diversi fattori: l’opacità del potere in Europa, dove c’è governance ma mancano dispositivi democratici reali e interlocutori “visibili”; un deficit di democrazia anche interno agli Stati, con governanti che rispondono più alla finanza che all’elettorato; e la mancanza di un vero spazio pubblico dell’Unione. I lavori sono, comunque, in corso: reti europee (ma attente anche al bacino del mediterraneo) come Altersummit o Another road to Europe sono già luoghi di incontro e sinergia, e per tutto il 2012 e il primo semestre del 2013 si snocciola una fitta road map di appuntamenti che portano a marzo ad Atene, con un controvertice, e al Social Forum 2013 a Tunisi.

Gli obiettivi trasversali delle reti prendono di petto i temi finanziari e anche le architetture politico-economiche comunitarie, terreno fino a ieri poco praticato dai movimenti: si parla di fare della BCE un prestatore di ultima istanza, abolire i prodotti finanziari più speculativi, rendere pubblica parte del sistema bancario, imporre una tassa sulla ricchezza, introdurre gli eurobond, mettere il bilancio comunitario a garanzia dei debiti dei Paesi più fragili, stanziare 500 miliardi di euro per investimenti pubblici a favore di una sorta di New Deal dell’ecologia e del lavoro. E si parla di basic income, tema in forte rilancio, una delle modalità per parlare di un nuovo welfare, in chiave meno “lavorista”: il Basic Income Network (BIN) ha avviato una raccolta firme per promuoverne l’adozione e sottoporla al Parlamento Europeo. E anche i sindacati sembrano aver scoperto la necessità di andare oltre i confini delle nazioni: alla fine del 2012, la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) dice una parola davvero unitaria, con uno sciopero indetto in tutta l’Unione da 50 sindacati in 28 Paesi, più riuscito nei “PIIGS”, meno altrove, ma comincia a essere evidente che ciò sta capitando al Sud può succedere presto anche negli altri Stati membri, e il problema di una reale forza negoziale dei sindacati a livello UE si impone.

 

Italia, il futuro ipotecato

Mentre il Paese è attraversato da movimenti e lotte che resistono allo smantellamento del welfare locale e nazionale, il Parlamento nel più assoluto silenzio mediatico e politico istituzionale (anche a sinistra) vota e approva il fiscal compact e lo insedia stabilmente nel futuro del Paese ancorandolo alla Costituzione, articolo 81. Paradosso, se si pensa che mai come oggi in Italia si sente evocare la Costituzione: in piazza, nei teatri e nelle città, si celebra la Carta, oggi con involontaria e amara ironia. Dunque, si sancisce un taglio di 45 miliardi di debito pubblico all’anno per 20 anni, un’ipoteca che peserà su qualsiasi governo futuro di qualsiasi colore. Una cornice blindata e una ipoteca sul futuro del welfare anche italiano che rilancia una domanda politica radicale sui diritti sociali: cosa diventano, e cosa diventa la loro esigibilità in questo contesto? E la politica – la rappresentanza istituzionale, la democrazia formale – quale parola può mai avere dopo aver approvato il fiscal compact in silenzio, quasi fosse un delitto (e in effetti lo è stato)? Come stanno insieme, in questa cornice, nella Costituzione quel contenuto che Stefano Rodotà definisce di straordinaria forza e attualità nella difesa dei diritti e il giuramento sancito sul patto europeo? Insomma: dove finisce l’esigibilità dei diritti costituzionali se viene meno la sua garanzia pubblica?

Il rischio è uno solo: declinare mercato e diritti può portare solo a una ottocentesca “cittadinanza censitaria”, dove i diritti se li compra sul mercato, sociale e sanitario, solo chi può, per gli altri (forse) resta un welfare dei poveri, residuale e di bassa qualità (e magari iperselettivo). Sta già avvenendo, ed è un problema di democrazia ben prima che di “bisogni”. Che questa non sia una prospettiva “estremista” lo dice anche il sempre prudente CENSIS, che alla voce welfare elenca i tre aspetti interconnessi che hanno caratterizzato il 2012: un welfare come «sottoprodotto di scelte imposte dall’obiettivo del ripristino della sostenibilità del bilancio pubblico», il ritrarsi del welfare pubblico in tutti i comparti e «il trasferimento del costo della tutela sociale verso i bilanci familiari». Ma le tanto osannate reti familiari non ce la fanno fa più, e non sarà la retorica a tenerle in piedi.

 

Qualche buona idea per uscirne

Questo il quadro e le tendenze, cui trovare rapide e radicali alternative: nello scenario italiano, pur nella debolezza e frammentarietà dei movimenti, circolano obiettivi e proposte. Lo slogan è: «Uscire dalla crisi in un modo radicalmente diverso da come ci si è entrati», cioè cominciando da un’altra economia, con tre pilastri: sostenibilità sociale e ambientale, i diritti di cittadinanza, del lavoro, del welfare, e la conoscenza come base di un sistema di istruzione e di formazione che porti innovazione e qualità. E uno sviluppo basato sulla riduzione delle diseguaglianze, dunque con la centralità delle politiche redistributive, di una riforma fiscale, che modifichi la concentrazione di ricchezza oggi nelle mani del 10% più ricco degli italiani. Poi, il rilancio del reddito di cittadinanza, attorno a cui con la crisi si allarga il consenso.

In Italia si fa ancora confusione tra salario minimo e reddito minimo, e la differenza non è poca, essendo il primo ancorato ai lavori contrattualmente garantiti e il secondo una misura universalistica, certo più adeguata nel momento in cui non c’è solo un problema di povertà estreme, ma un vasto problema di esclusione sociale fatto di lavori poveri, bassi, intermittenti, senza garanzie, e di non lavoro. E in Italia, infatti, prende nuovo slancio la proposta di un reddito di cittadinanza, promosso dal Basic Income Network Italia, ma che sta aggregando attorno a sé, seppure con formule diverse, realtà e ipotesi differenti, unificate però dall’idea che sia arrivato il momento di ripensare alle tutele e alle misure di welfare non più basate su un modello lavorista ormai alla corda. E poi, c’è da tenere la barra sui diritti: il mondo del non profit, dell’associazionismo e, in parte, del sindacato, è andato aggregandosi attorno a una idea guida di welfare in cui pubblico e privato sociale rinnovano una “antica alleanza” all’insegna della resistenza sui diritti esigibili (e dunque un ruolo forte del pubblico e un welfare non residuale) e insieme dell’attivazione (e riconoscimento) delle risorse sociali e dei “corpi intermedi”. Qualcosa che prende le distanze dalla big society tout court ma al tempo stesso rivendica e apre a una sussidiarietà non competitiva, su cui riverbera la cultura del bene comune, laddove il comune è “pubblico” ma non necessariamente statale. Su questo terreno si pongono campagne come “Cresce il welfare, cresce l’Italia” o l’Agenda della rete del CNCA, il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza.

 

2012, spending review e briciole al welfare

Gli sforzi compiuti in controtendenza nel 2011-2012 da movimenti, sindacati, cartelli e organizzazioni del sociale per avere una discontinuità tra la macelleria sociale del governo Berlusconi e il governo Monti hanno incassato ben poco. Nel triennio 2010-2012 il welfare è stato la vera vittima sacrificale dell’economia italiana: il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali (FNPS) ha perso in questo triennio il 90% delle risorse, passando dallo stanziamento di 435 milioni di euro nel 2010 a quello di soli 44 milioni nel 2012 (per la precisione, 42.908.611). Nel complesso, i finanziamenti per tutti i Fondi dell’area sociale (oltre al FNPS, si tratta dei fondi infanzia, immigrazione, famiglia, non autosufficienza) sono stati ridotti nel 2011 rispetto al 2010 del 30% e di un ulteriore 20% nel 2012 rispetto al 2011, e dal 2008 da 2,5 miliardi di euro complessivi sono precipitati a 230 milioni nel 2012. In più, la Legge di stabilità 2013 crea vincoli e impegni per gli anni a venire e chiunque vada al governo ci farà i conti: in extremis – e grazie alla mobilitazione sociale – sono stati recuperati circa 600 milioni da dividere tra Fondo per le Politiche sociali (300) e Fondo non autosufficienza (tra 275 e 315, dipende dal guadagno effettuato dal controllo sui “falsi invalidi” INPS), cifre che non rappresentano certo una inversione di tendenza per un Paese attraversato da una profonda crisi sociale. Quanto agli altri Fondi, si tratta di spiccioli: Fondo per le politiche della famiglia, 19,78 milioni di euro (nel 2012 erano 45, per servizi socio-educativi per la prima infanzia, azioni in favore degli anziani e della famiglia); Fondo per le politiche delle pari opportunità, 10,8 milioni (come nel 2012); Fondo nazionale infanzia e adolescenza: 39,5 milioni, ma solo per 15 comuni (un milione in meno); Fondo per i bonus energia elettrica e gas: 80,9 milioni di euro (un milione in più).

Per un raffronto: la richiesta all’osso delle Regioni per le sole politiche sociali per il 2013 era stata di 1,5 miliardi. La spesa sociale dei Comuni italiani è diminuita nel 2011 dell’1,8% (-166,5 milioni di euro) mentre tra il 2011 e il 2012 ha perso un altro -3,6%. Dal 2012, infatti, a pagare i tagli in modo incisivo sono stati i trasferimenti agli enti locali, e dunque il welfare: meno 2,2 miliardi nel 2013 (e meno 1,8 ai ministeri), sempre più i Comuni italiani autofinanziano i servizi, in media circa per il 63% del totale. Tra il 2008 e il 2012, mentre i Comuni dipendono sempre meno dallo Stato, parallelamente è forte l’incremento della tassazione locale (+26%).

In sintesi, i cittadini pagano di più ma ricevono meno servizi.

 

Due emergenze disattese, asili e sopravvivenza dei più poveri

I tagli e le briciole e i loro effetti. Prendiamo gli asili nido, questione cruciale per le donne e le famiglie, con riflessi su occupazione, reddito e benessere sociale.

L’Italia non ha mai brillato per la copertura del fabbisogno di nidi di infanzia ed è lontana dagli standard europei: dare un posto all’asilo entro il 2010 al 90% dei bambini fra i tre e i sei anni e al 33% dei bambini sotto i tre anni. Noi siamo, per il secondo gruppo, non oltre il 14%, e del resto l’Italia spende poco più dell’1% del PIL per le famiglie con minori, a fronte di un dato OCSE del 2,2%.

Le municipalità che hanno avviato una nuovo nido durante l’anno 2011 sono solo il 55% del totale, nel 2010-2011 i bambini di età 0-2 anni che hanno la possibilità di frequentare un servizio pubblico per l’infanzia non supera l’11,8%, solo +3% sul 2004, e l’offerta permane a macchia di leopardo (il 16,8% al Centro e al Nord, solo il 3,3% a Sud), con i servizi convenzionati o integrativi si arriva a un massimo del 14% di copertura della domanda. Intanto, i bambini sono aumentati del 38% mentre gli investimenti solo del 26%, con un magro bottino nel 2012 di 45 miliardi per il Fondo per le politiche della famiglia, per non parlare di quello del 2013, che è di 19,7 milioni.

Social card: è uscita di nuovo dal cappello dei tecnici, in versione rivista e “sperimentale”, ma la parola sembra troppo grossa per questo topolino del welfare montiano. La nuova card include ora nuclei familiari in cui vi sia almeno un minore di anni 18 (prima erano anni tre), comprende anche immigrati con permesso di soggiorno prolungato (ma non i rifugiati), il reddito annuo non può superare i 3.000 euro e la quota di contributo mensile arriva fino a 400 euro per una famiglia di cinque membri. Qualcosa in più, ma la misura si può attuare solo in 12 grandi città, è bimestrale, e va quindi rinnovata, il tetto di spesa per un anno di sperimentazione è di 50 milioni di euro complessivi (nel 2012 si era parlato di 200). Briciole, appunto.

 

Diseguaglianze e povertà in Italia

Retribuzioni +1,5%, inflazione +3%: mentre gli imperativi della stabilità e dei bilanci falciano il welfare, l’impoverimento degli italiani cresce a ritmi sostenuti. Secondo i dati ISTAT forniti all’inizio del 2013, il tasso di inflazione medio annuo del 3% registra un +0,2% rispetto al 2,8% del 2011, e la forbice tra retribuzioni contrattuali e prezzi ha segnato nel 2012 il valore più basso dal 1995; dal 2008, il reddito disponibile in valori correnti è cresciuto del 2,1% ma in termini reali il potere d’acquisto è sceso del 5%, e nel 2011 il potere d’acquisto delle famiglie è del 4% inferiore a quello del 1992. Ed è un trend diseguale: le famiglie operaie infatti passano (tra il 2006 e il 2010) da 14.485 a 13.249 euro, con la perdita dell’8,5%, mentre gli impiegati salgono di +0,5%, aumento in ogni caso impari rispetto al valore dell’inflazione. E, intanto, ci si indebita: nei soli primi nove mesi del 2012 le famiglie indebitate sono passate dal 2,3% al 6,5%, e la crescita riguarda soprattutto gli importi più contenuti, mentre il 60,6% degli italiani afferma di essere costretta a metter mano sui propri risparmi per arrivare alla fine del mese, il 62,8% ha grandi difficoltà ad arrivarci e quasi l’80% non riesce ad accantonare un euro. Il 30% ha chiesto un prestito bancario, +9,5% rispetto all’anno precedente, e si tratta soprattutto di lavoratori a tempo determinato e partite IVA (44,2%) e lavoratori subordinati a tempo indeterminato (35,2%). Il peso della crisi non è “democratico” e anzi incide su una maggior diseguaglianza: il quinto più povero degli italiani ha l’8% del reddito totale, mentre il quinto più ricco ne detiene il 37,4%, gli altri tre quinti oscillano ognuno tra il 13% e il 22%, in area euro siamo tra i più diseguali: peggio di noi solo Grecia, Spagna e Portogallo, e per quanto attiene alla ricchezza – che risulta mediamente più concentrata del reddito, nella misura del doppio – la quota in mano al 10% più ricco è nel 2010 il 45,9% del totale, contro il 44,3% del 2008.

I diversi indici della povertà sono mediamente in crescita: secondo la misurazione AROPE Europa 2020 gli italiani a rischio povertà o esclusione sociale sono il 24,8%, ben +3,8% più rispetto al 2010, la deprivazione materiale sale dal 6,9% all’11,1% e sono dati più gravi della media europea (24,2% quello complessivo).

Secondo indicatori ISTAT, nel 2011 la soglia di povertà relativa si attesta a 1.011,03 euro per due persone, e affligge l’11,1% delle famiglie (2. 782.000) e il 13,6% delle persone (8.173.000). La povertà assoluta raggiunge il 5,2% dei nuclei famigliari (1.297.000), con un incremento sul 2010 di +0,8%, e il 5,7% di individui (3.415.000).

 

Donne, bambini, operai e gente del Sud

Anche per il 2011 si conferma la tendenza che è una caratteristica italiana, quella della maggiore povertà tra le famiglie numerose, specialmente quando ci sono figli minori, e dunque la povertà dei più piccoli è un fenomeno che non accenna a diminuire. Uno dei dati maggiormente peggiorativi tra il 2010 e il 2011 è quello relativo alle famiglie con un figlio minore, che sono povere relative nel 13,5%, con una crescita di +2%, e quelle povere assolute, che passano dal 3,9% al 5,7%. La povertà assoluta affligge per ben il 10,4% le famiglie con tre figli, il 10,9% se minori L’UNICEF ha condotto uno studio sulle condizioni di vita dei bambini in alcuni Paesi definiti “economicamente avanzati”, e in questa graduatoria l’Italia si posiziona nella parte inferiore della lista, con un 13,3% di bambini in condizione deprivata.

La geografia delle diseguaglianze è sempre più allarmante; tutti i dati relativi alle povertà nel Sud sono in crescita e si allarga la forbice nel confronto con le altre aree del Paese: il reddito disponibile per abitante al Sud è il 25,5% in meno della media nazionale: 13.400 contro 17.979 euro, e tra il 2010 e il 2011 il reddito è cresciuto in media del 2,1% in Italia, ma al Sud di +1,6%. A fronte dell’11,1 di povertà relativa e 5,2% assoluta in Italia, il Sud registra dati medi rispettivi del 23,3% (+0,3% sul 2011, 1.863.000 nuclei) e 8% (+1,3%). Il 67% delle famiglie povere relative vive al Sud, per tipologia di famiglie, quelle meridionali con cinque membri o più sono povere per ben il 45% (+3,1% sul 2010, media nazionale 28,5%), un anziano solo che vive al Sud è povero relativo nel 21,1% dei casi (+2,5%, media 10,5%), se ci sono tre figli minorenni si arriva al 50% (+3,3%, media 27,8%). L’avere un titolo di studio superiore o universitario protegge meno i giovani del Sud, che sono poveri comunque nell’11,3% dei casi (il 5% in Italia) e se si è operai meridionali si raddoppia la probabilità di essere poveri (30% versus 15,4%), per chi è in cerca di occupazione il rapporto è 42,5% a 27,8%.

Già, gli operai: Nord o Sud, il fenomeno working poors è in crescita e tra inflazione, mancati aumenti, blocco del rinnovo dei contratti e nuove tasse, si ritroveranno tra il 2012 e il 2014 a perdere ancora almeno 1.800 euro all’anno. Nel 2012, il 15,4% delle famiglie con a capo “un operaio o assimilato” è in condizione di povertà relativa (+0,3%), e il 7,5% di povertà assoluta. Nelle tipologia “lavoratore dipendente”, che caratterizza anche il lavoro operaio, gli indicatori Europe 2020 segnalano +2,8%, la severa deprivazione cresce in un anno del 4% (10,6%), e il rischio povertà +1,5% (15,1%). In particolare, la deprivazione materiale affligge le famiglie di lavoratori dipendenti per indicatori quali non poter coprire una spesa imprevista di 800 euro (37,9%, era il 33,3% nel 2010), né una settimana di vacanza fuori casa (44% era il 37,5%), non riuscire a riscaldare l’abitazione (16,1%, era il 9,9%).

La crisi si abbatte sulle donne con maggior pesantezza, per ragioni diverse: hanno meno lavoro e hanno lavori più precari, lavorano in settori maggiormente colpiti da crisi o spending review, come il settore pubblico, non ce la fanno a conciliare lavoro e lavori di cura, questo non solo a causa della crisi ma per i difetti storici del welfare italiano e per il bassissimo livello della divisione del lavoro di cura tra uomini e donne. Il reddito medio annuo (esclusi i fitti) in Italia è di 29.786 euro, ma è 24.125 per le donne e 32.894 per gli uomini, e il mediano di 24.444, 18.306 per le donne e 27.698 per gli uomini, quasi 10.000 euro di differenza!, e le donne del Sud arrivano a 15.680 euro annui.

Anche il differenziale di genere nelle retribuzioni permane elevato, la retribuzione mensile netta media risulta di 1.300 euro per gli italiani, 986 euro per gli stranieri, il divario donne/uomini per le e gli italiani è di 1.143 euro contro 1.425, e per le e gli stranieri 804 euro contro 1.134. In media, una differenza del 5,3%. Gli indicatori Europe 2020 disegnano a loro volta differenze in negativo: nella UE27 il complessivo rischio povertà è per le donne del 24,5% e per gli uomini del 22,3%; l’Italia registra rispettivamente il 26,5% contro il 22,6%, +4%, superiori solo i dati dell’Europa dell’Est e baltica.

Il genere incide anche sulla condizione anziana: il rischio povertà delle donne di 65-74 anni è del 17,6% contro il 13% degli uomini e al 20,4% per le over 74, contro il 15,2%; quelle che vivono in famiglie gravemente deprivate sono, rispettivamente, il 10,8% e al 13,5% (per i maschi, l’8,7% e il 9%).

 

Homeless e sfrattati, tutti in strada

La casa in Italia è un diritto negato: ne fanno le spese homeless di lunga data, nuovi poveri, famiglie sotto sfratto, lavoratori poveri. Con tante sfaccettature, la casa è una emergenza nazionale.

Gli homeless in Italia sono stimati in circa 50.000, vivono soprattutto al Nord-Ovest (il 38,8%), sono maschi (l’86,9%), relativamente giovani (il 57,8% ha meno di 45 anni), con basso livello di istruzione (per il 65%) e per il 79% vivono da soli. Le nazionalità straniere hanno sorpassato quella italiana (sono il 59%), e romeni, marocchini e tunisini sono i gruppi più rappresentati. La carriera di un senza dimora è in media di due anni e mezzo, certo un periodo non breve, in cui la loro condizione non registra cambiamenti significativi. Per il 30% svolgono un lavoro, per lo più (il 24%) a termine o precario, solo il 3,8% ha una occupazione definita stabile, un quarto di loro guadagna meno di 100 euro al mese, poco meno della metà tra 100 e 500 euro, e al welfare certo non costano: solo il 5,9% ha una pensione e il 3,8% un sussidio. Ma ci sono anche altri senza tetto, gli sfrattati: si può capire come un Paese che investe in diritto alla casa lo 0,1% della spesa sociale (media UE27 del 2%) e abbia tagliato in 10 anni del 95% il fondo che sostiene l’affitto (passato da 360 milioni di euro a 9,8 milioni) non sia in grado di garantire alcunché anche a persone che lavorano e hanno un reddito ma non ce la fanno. Così dei 290.000 sfratti emessi negli ultimi cinque anni, ben 240.000 sono per morosità, con la previsione di un incremento di 150.000 nel prossimo triennio.

Chi sono gli sfrattati? Per il 21% sono giovani precari under 35, che nell’ultimo biennio non hanno lavorato, per il 26% sono famiglie numerose migranti a reddito basso e per il 38% anziani, per lo più che vivono da soli. Quelli che hanno perso il lavoro sono nel complesso il 32%, +3%, mentre il 60% delle famiglie sotto sfratto ha figli minori. Gli stranieri, poi, sono soprattutto affittuari – i dati degli acquisti di una casa sono in calo, per gli immigrati – e soffrono in modo particolare la crisi: il 75% delle famiglie straniere si basa sul reddito di un solo percettore, che per il 90% non va oltre i 20.000 euro, più del 60% è in coabitazione con altri, e di questi il 24% abita con più di un altro nucleo familiare. Per loro si stanno sommando due diverse e opposte tendenze, l’aumento dei ricongiungimenti familiari, +11% tra il 2010 e il 2011, che rilancia la domanda di case in modo urgente, e di contro la crisi occupazionale che li lascia senza reddito.

 

Disabili, troppi deficit dei servizi

La stima delle persone disabili in Italia è valutata nel 6,7% della popolazione, circa 4.100.000, ma il ritratto tratteggiato dall’indagine della Commissione sull’esclusione sociale si basa su un’accezione più ampia di disabilità, parla del 20% della popolazione over 15, con limitazioni a diversi livelli (gravi per il 6%, non gravi per il 13,9%). Sono più donne che uomini (il 22,9% e il 16,7%) e sono rappresentate tutte le fasce di età, con prevalenza tra gli/le over 75. Il rischio povertà per loro non è molto più elevato della media e si attesta sul 17,2% (+1%), e guardando ai dati disaggregati si osserva come chi ha maggiori limitazioni sia meno povero di chi ha limitazioni lievi: la differenza la fa ovviamente la previdenza sociale, le pensioni di invalidità e gli altri sostegni che chi non ha un deficit grave non ha. Più incisiva invece la deprivazione materiale: il 24,7% di chi è più grave e il 19,7% di chi lo è meno, quando la popolazione generale è al 14,2%.

Di nuovo qui conta la geografia: il 38,6% nel Sud, il 20,5% al Centro e il 15,5% al Nord. Circa il 10% (1.200.000 persone) di chi soffre di limitazioni ha problemi gravi nella vita quotidiana: la cura della persona, la mobilità, l’alimentazione, svolgere una attività. Ma oltre alla povertà e alle limitazioni funzionali, è significativa anche la dimensione sociale e, di contro, l’isolamento: c’è un 26% che esce poco o nulla di casa e il dato sale al 39% per gli over 75. Sono soprattutto le donne a vivere questa limitazione, per il 61% a fronte del 53% degli uomini. È la famiglia il perno del loro sostegno: ricevono cure per il 73,5% dei casi dai familiari stretti, che sono soprattutto donne: le figlie per il 25% e le madri per l’11% (i padri per il 4,4%), mentre in ambito extrafamigliare sono le assistenti familiari a essere al centro del sistema-cura, per l’11%.

L’ISTAT stima che siano 15 milioni, quasi il 40% della popolazione, i familiari che assistono quotidianamente un anziano o un disabile, e che questi siano soprattutto donne (il 42,3% delle donne, il 34,5% degli uomini), le quali nel 22% dei casi lavorano part time a causa di questo impegno di cura, e nel 15,5% per questo non possono lavorare tout court. L’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) in Italia è del tutto inadeguata, da tre a quattro persone (over 65) prese in carico su 100 (502.475 persone), una goccia nel mare, se si considera che le persone non autosufficienti sono 2.600.000, di cui due milioni anziani.

La storia del Fondo per la non autosufficienza è tristemente nota: dal 2008, anno in cui è stato dotato di 300 milioni di euro, poi di 400 per il 2009 e il 2010, dal 2011 è sparito, e solo grazie a continue pressioni e mobilitazioni è ricomparso nel 2013, per un ammontare di circa 315 milioni. In Italia si stanziano 438 euro pro capite (tutto incluso) ogni anno per una persona disabile, la media UE27 è 531, 754 nel Regno Unito, 703 in Germania. Se ci si riferisce poi solo ai servizi erogati, la somma pro capite è 23 euro, il 20% della media UE27 (125 euro).

Nel 2013 passa il Programma d’azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità, elaborato dall’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, che assume le linee guida dell’OMS. Valutato positivamente dalle associazioni, aspetta di sapere quale sarà la compatibilità economica.

 

Salute, dall’universalismo alle tasche degli italiani

I tagli al Servizio Sanitario Nazionale continuano all’insegna della spending review, e intanto sale la percentuale di denaro che gli italiani devo sborsare dalle proprie tasche: nel 2011 raggiunge i 2,8 miliardi, l’1,76% del PIL e il 17,8% di tutta la spesa sanitaria, l’84,6% degli italiani ha pagato per la salute in media 1.156 euro in un anno, e si capisce come mai aumentino coloro che rinunciano alle cure e ai farmaci a causa del loro costo.

L’opera del governo Monti, relativamente al finanziamento del SSN, si sintetizza in queste cifre: tagli di 600 milioni per il 2013, e di un ulteriore miliardo nel 2014, più taglio del 10% sull’acquisto di beni e servizi delle ASL, cui aggiungere un altro -4,8% nel 2013 e -4%4% nel 2014.

La legge di stabilità è però solo l’ultimo di una serie di passaggi che hanno tagliato radicalmente il Fondo sanitario nazionale: 12 miliardi di euro erano già stati tagliati dal governo Berlusconi, e se si analizzano i tagli dal 2011 a quelli previsti fino al 2015 si arriva a -30 miliardi. Cifre su cui si è innescato un lungo conflitto governo-Regioni e governo-sindacati, tanto che il Patto per la salute, scaduto alla fine del 2012, non è stato ancora rinnovato.

Una novità l’ha introdotta, il governo dei tecnici: il cosiddetto Decreto Balduzzi, centrato sulla medicina territoriale, sul riordino degli ospedali, sui LEA, che finalmente vedono l’introduzione delle malattie croniche e rare. Troppo poco, dicono però i sindacati: manca la non autosufficienza, i LEA non assumono una natura più cogente, le norme sull’intramoenia dei medici sono criticabili. E soprattutto resta la grande incognita, quella della copertura finanziaria: i LEA restano parole se non hanno i finanziamenti adeguati, e a detta delle Regioni, per garantire questa copertura ci sarebbero voluti +2.500 milioni di euro nel 2013 e +5.000 nel 2014. E invece sono arrivati ulteriori tagli.

 

Legge 194. Governo tecnico senza coraggio

Certo, meglio dalle crociate del centrodestra di Berlusconi contro il diritto di scegliere che la legge 194 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) garantisce alle donne, ma anche il governo dei tecnici non ha brillato per iniziativa. Anzi: nonostante il ministro Renato Balduzzi ricordi, nel testo con cui accompagna la relazione annuale sull’applicazione della legge, che la Corte costituzionale ha invitato a bilanciare il (riaffermato) diritto all’obiezione con il diritto della donna a una assistenza accessibile e di qualità, questo non ha portato a nessuna mossa migliorativa o assunzione di responsabilità politica nel merito, sebbene la situazione sia drammatica. La questione dell’obiezione di coscienza di medici e paramedici è diventata platealmente il primo ostacolo all’esigibilità di un diritto, e senza cambiare di una virgola la legge. Secondo il Rapporto ministeriale, i ginecologi obiettori arrivano al 70% nel 2012, erano il 58,7% del 2005, il 69,2% del 2006, il 71,5% del 2008, il 70,7% nel 2009 e il 69,3% nel 2010; gli anestesisti sono al 50,8%, il personale non medico il 44,7%. Al Sud le cifre crescono, l’80% tra i ginecologi (ma anche a Bolzano), gli anestesisti fino al 78,1% della Sicilia, il personale non medico fino a un massimo dell’86,9% in Sicilia e del 79,4% in Calabria.

Una realtà in crescita e unica in Europa, a cui il Comitato nazionale per la bioetica ha indicato la risposta, quando ha raccomandato che la legge preveda, accanto alla tutela dell’obiezione, «misure adeguate a garantire l’erogazione dei servizi», nonché «la predisposizione di un’organizzazione delle mansioni e del reclutamento […] che può prevedere forme di mobilità del personale e di reclutamento differenziato atti a equilibrare, sulla base dei dati disponibili, il numero degli obiettori e dei non obiettori». Raccomandazioni che sembrano non aver raggiunto le orecchie del ministro, anche se anche i dati 2012 confermano il trend in discesa del ricorso all’IVG che caratterizza tutta la storia della legge 194 e ne è la miglior verifica: dal 2009 al 2010 un ulteriore decremento delle IVG, da 118. 579 a 115.981, -2,2%, dal primo anno, il 1983, si tratta di -50,4%. Ma, in negativo, la maggior durata dei tempi di attesa: nel 2010 cala la percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni (59,1% contro 59,3%), e invece aumenta la percentuale di quelle effettuate dopo oltre tre settimane, 16,7%, erano il 15,8%. Che c’entri l’obiezione?

Il diritto di scegliere l’aborto farmacologico rimane limitato, nemmeno 4.000 casi, anche perché la geografia degli ospedali che lo offrono è diseguale e conta la modalità, imposta dal governo Berlusconi per limitarne l’utilizzo, che prevede una degenza ospedaliera di tre giorni: solo il 5,5% delle donne italiane e il 3,3% delle immigrate vi ha fatto ricorso, con maggiore accessibilità al Nord (rispettivamente il 9,5% e il 4,8%) e molto meno al Sud (il 2,6% e l’1,2%). Cifre al limite del ridicolo, se non si trattasse della vita delle donne: nel 2010, zero assoluto in Abruzzo e Calabria, 2 nelle Marche, 4 in Sardegna, 6 in Umbria e 9 nel Lazio.

 

L’Italia delle droghe da Giovanardi a Putin

Già nel 2011 e nei primi mesi del 2012, l’Italia, causa la politica del Dipartimento Politiche antidroga (DPA), si porta fuori dalle tendenze dell’Unione Europea, che, al contrario, valida definitivamente la politica di riduzione del danno e guarda in modo aperto alla possibilità di attenuare l’impatto devastante del proibizionismo globale; i mesi seguenti segnano, se possibile, un aggravamento della posizione italiana, senza che le numerose richieste da parte di operatori e associazionismo spostino di un solo passo la continuità politica e amministrativa del DPA dal governo della legge Fini-Giovanardi a quello dei tecnici. L’Italia si trova così paladina di quella rete –minoritaria a livello UE – dei Paesi iperproibizionisti, come la Svezia e la Russia di Vladimir Putin, tristemente nota per la mancanza del rispetto di qualsiasi diritto dei consumatori e per l’elevato trend di danni correlati al consumo di sostanze legali e illegali, e degli USA, paladini della war on drugs.

A metà 2012 l’Italia sottoscrive una “Stockholm Statement. Dichiarazione internazionale congiunta per una politica umana e bilanciata contro le droghe”, che altro non è che una conferma dell’attuale assetto repressivo della politica globale sulle droghe, condito con qualche accenno al diritto alla cura dei tossicodipendenti e in totale assenza di un qualsiasi cenno al fallimento prolungato delle Convenzioni ONU nei decenni. Mentre tutto questo accade, qualcosa si muove: Antigone, Forum Droghe, CNCA e molte altre realtà, cercano di supplire all’annosa questione dell’abrogazione della legge 49/2006, la Fini-Giovanardi, con una raccolta firme decollata all’inizio del 2013, e intanto la giurisprudenza affronta più volte la “questione cannabis” con sentenze innovative, che addolciscono le norme in materia di coltivazione della pianta a uso personale e consumo in gruppo.

I dati ufficiali parlano in Italia di consumatori di cannabis sperimentali (almeno una volta nella vita) che si attestano attorno al 21% della popolazione generale in fascia 15-64 anni (-1% sul 2011), occasionali (consumo nell’ultimo anno), del 4% (erano il 5% nel 2011) e abituali (negli ultimi 30 giorni) dell’1,8% (era il 3%), con le maggiori frequenze nella fascia di età 15-24 anni.

La legge si abbatte su di loro con accanimento: i 39.075 segnalati alle Prefetture per sanzioni amministrative nel 2006 arrivano a 47.093 nel 2008 (ultimo dato consolidato), il 74% dei quali era in possesso di una modesta quantità di canapa. Tra il 1990 e il 2010 le persone segnalate ai Prefetti per le sanzioni amministrative sono state in tutto 783.278, un esercito! Intanto, raddoppiano le sanzioni: da 7.229 nel 2006 a 16.154 nel 2010, mentre di contro calano vertiginosamente le richieste di programmi terapeutici: da 6.713 nel 2006 a 518 nel 2010. Come dire: punire non serve a curare.

È in questo contesto che anche in Italia nascono Cannabis Social Club (CSC): forme di autorganizzazione “alla luce del sole” ma sul filo della legge, o meglio che interpretano la legge soprattutto enfatizzandola laddove, per norma scritta o per giurisprudenza, non viene punito il consumo in gruppo. Sono associazioni di membri che coltivano marijuana per il loro consumo personale, con regole precise: un circuito chiuso tra soci, vietata la vendita e trarre profitto dalla canapa coltivata e le quantità di sostanza distribuita sono minime, per uso quasi immediato. Una pratica spesso finalizzata anche all’uso terapeutico, non ancora garantito in Italia, nonostante gli evidenti benefici in diverse patologie, come SLA, tumori e AIDS.

 

Terzo settore, slalom tra sviluppo e default

Un bilancio non certo positivo per il Terzo settore italiano, quello del 2012, vissuto pericolosamente in una sostanziale continuità tra governi di centrodestra e governo dei tecnici, tra una spending review che minaccia direttamente i tanti ambiti dell’impegno e anche del lavoro di associazionismo e cooperazione sociale, dal sociale alla cultura, e vecchie questioni mai davvero risolte, come quella del 5×1.000 e del servizio civile, nuove questioni in agguato, come l’aumento dell’IVA per la cooperazione, scongiurato ma solo rinviato al 2014.

Disattenzione e tagli: eppure, il Terzo settore è strategico, il welfare locale è sempre più “privato sociale”, confermando una tendenza in atto da tempo ma accelerata dal Patto di stabilità, che vincola la spesa dei Comuni e con essa le dinamiche occupazionali dei dipendenti pubblici, portando a una costante esternalizzazione dei servizi: nei Comuni, solo il 43,6% degli interventi è a gestione diretta, il resto, la gran parte, è dato in appalto o in convenzione; una percentuale che oscilla dal 25,9% nel Nord-Ovest al 53,8% al Sud.

Tuttavia, questa espansione non sempre si traduce in “lavoro buono”: uno dei nodi per la cooperazione sociale coinvolta nel welfare, oltre alla copertura dei costi, è la durata di appalti e convenzioni, mediamente breve, che espone a intermittenze e incertezze: solo il 27% arriva ai tre anni di durata, la maggior parte, il 40%, resta al di sotto dei due e il 32% (ma oltre il 37% al Sud) non arriva all’anno. È evidente cosa questo implichi per la stabilità delle imprese cooperative e per i loro lavoratori e i loro contratti. E poi, le risorse: il 10% delle gare risulta al massimo ribasso rispetto alla base d’asta, con gravi conseguenze sulla qualità del servizio stesso e delle retribuzioni degli operatori.

 

Cooperative sulle montagne russe

Nel complesso, la cooperazione (sociale e non) tra il 2007 e il 2011 ha visto crescere l’occupazione dell’8%, arrivando a 1.310.000 occupati, quando il mercato del lavoro ha perso l’1,2% e le imprese profit il 2,3%. Tra tutti i settori, quello del welfare e dell’assistenza, proprio della cooperazione sociale, è stato il settore trainante, con +17,3% lavoratori (+ 4,3% tra 2011 e 2012).

Secondo l’Alleanza delle Cooperative Italiane la cooperazione sociale conta 9.000 tra cooperative sociali e consorzi, dà lavoro a 330.000 persone, tra cui 35.000 svantaggiate, e assiste circa 5 milioni di persone. Il tutto per un fatturato che si aggira sui 9 miliardi di euro. Eppure, il 2012 è costellato di mobilitazioni, nascita di coordinamenti e reti, resistenze e anche default di cooperative del sociale, inchiodate a gare al ribasso e pagamenti pubblici in grave ritardo: alla fine del 2012, il credito dagli enti pubblici si aggira sui 6 miliardi di euro, e un’attesa per il pagamento che era in media di 111 giorni, nel 2010, e ha raggiunto i 120 nel 2011-2012. Senza contare che la minaccia dell’aumento dal 4 al 10% dell’IVA, prospettata da Monti, è solo slittata al 2014 e non cancellata.

 

Volontariato tra vecchio e nuovo

Non solo associazioni: la più poderosa macchina di lavoro volontario di cura e di tessitura di relazioni in Italia è la famiglia, che provvede al welfare e alla “tenuta” sociale in misura molto maggiore di quanto non avvenga nella gran parte dei Paesi comunitari. A questa imponente mole di lavoro gratuito e queste reti si accompagnano altre relazioni informali nella sfera immediatamente contigua, di amicizia, conoscenza e vicinato: il 76% degli italiani ha parenti, amici o vicini cui si può rivolgere nelle quotidianità o in emergenza e il 30% ha dato qualche aiuto gratuito a persone non conviventi. Attrici protagoniste, tessitrici di questa microfisica informale di volontariato sono le donne, soprattutto nell’età 55-64 anni, con un sensibile aumento negli anni delle over 65. Ma tiene e si sviluppa anche il volontariato organizzato, coinvolgeva l’8,9% degli italiani nel 2005, arriva al 9,7% nel 2012, poco meno di 5 milioni persone; considerando solo l’impegno diretto, la FIVOL, la Federazione delle associazioni di Volontariato ne stima 1.125.000, attive in 35.000 organizzazioni, per un valore economico del lavoro erogato di 7,8 miliardi di euro per 702 milioni di ore erogate ogni anno.

Un valore, ma non tutti sembrano accorgersene. Fino all’ultimo, la VI Conferenza nazionale del volontariato, nel 2012 a L’Aquila, ha rischiato di saltare: sono stati tagliati tutti gli Osservatori che garantiscono tavoli di negoziazione e partecipazione, si minaccia di limitare il sistema delle detrazioni e deduzioni sulle donazioni con una franchigia di 250 euro, a fronte della media per le donazioni di 142 euro, proposte definite sconcertanti dai volontari.

Per altro, il 2012 non è stato un buon anno per la raccolta fondi del Terzo settore: meglio dell’anno nero, il 2011 (-21%), ma certo non buono, con il 34% delle associazioni che vede peggiorato l’esito della raccolta. L’altra fonte di risorse, il 5x 1.000, ha un serio problema di quadro normativo che fa temere per la sua stessa sopravvivenza: nel 2012 il governo Monti ha provveduto con l’inserimento nella legge delega sulla riforma fiscale, con una previsione di stabilizzazione, ma poi la legge non è stata approvata, e ora dovrà ri-occuparsene il Parlamento, sperando in una legislazione meno ballerina. Oltre i denari, le risorse umane. E anche qui ci sono problemi: pure il Servizio Civile Nazionale (SCN) è finito sotto la scure della spending review, è caduta la Consulta Nazionale del Servizio Civile, pesano ancora i tagli del governo Berlusconi (-40%), e dal 2008 al 2012 si è passati da 299 milioni di euro a 68. Questo ha significato un calo drastico nel numero di giovani coinvolti, dopo 12 anni di vita del SCN: 20.000 nel 2001, 45.000 nel 2006, fino ai 18.000 del 2012. Per il 2013 si temeva il peggio, cioè l’azzeramento totale, ma in extremis il ministro Andrea Riccardi ha trovato 50 milioni, pochi, comunque.

 

Nuovi cittadini: l’associazionismo di migranti e rom

Buone nuove arrivano da migranti e rom, la nuova frontiera dell’associazionismo e il nuovo orizzonte della partecipazione. Il fenomeno è in rapida crescita: i migranti insieme al loro contributo alla ricchezza nazionale in termini di lavoro, imprese e fiscalità (si stima che il saldo positivo costi/benefici per le casse dello Stato italiano sia di +1,7 miliardi di euro), tessono anche i fili della coesione sociale, e non più solo all’interno delle proprie comunità, ma dentro la società tutta. Tuttavia servono politiche di sostegno e riconoscimento: secondo la più recente ricerca nel merito, condotta su dati 2011 in Lazio, Calabria e Emilia-Romagna, tra le 118 associazioni monitorate solo 3 risultano iscritte al Registro delle associazioni, ed è una esclusione che pesa in materia di fondi, finanziamenti, partecipazione e contributo culturale e sociale.

Il campione di associazioni analizzato dal monitoraggio (57 in Emilia-Romagna, 44 nel Lazio e 16 in Calabria), dice che è un associazionismo relativamente giovane, solo il 40% delle organizzazioni ha più di 10 anni di vita, il 40% meno di 5; sono per lo più di volontariato, meno di promozione sociale (il 30% circa); non sono chiuse per nazionalità (solo il 36%) ma aperte anche a italiani e a culture e provenienze diverse (il 39% e il 24%), segno di un progressivo superamento di forme comunitarie ristrette. Sono piccole associazioni, con bilanci annui intorno ai 5.000 euro, non hanno una sede o sono ospitate da altre associazioni, e operano per i due terzi per la promozione della cultura di origine, aspetto che le caratterizza e differenzia, e le include nel campo del lavoro interculturale. Ma anche il sociale è presente, soprattutto con informazione, orientamento e consulenze diverse, e poi formazione e attività religiose (il 20%). Secondo gli interessati, le risorse economiche sono un problema ma non prioritario (il 24%), mentre le richieste riguardano sedi, spazi e supporti tecnici, nonché formazione per la progettazione e per sviluppare le necessarie competenze di management.

In movimento anche la realtà associativa di rom e sinti, con un passaggio che non è solo quantitativo ma qualitativo: negli ultimi anni infatti si è passati dalla forme tradizionali di associazioni “miste”, promosse dal volontariato italiano, a forme autonome. Se nei primi anni 2000 le associazioni si contavano sulle dita di una mano, come Sucar drom, RomSinti@Politica e Nevo drom, nel 2012 se ne contano circa 90, riunite (ma non tutte) in due maggiori Federazioni, Federazione Rom e Sinti insieme e Federazione Romanì.

L’attivismo si concentra sui temi dei diritti e delle discriminazioni, dell’abitare, della cultura e del lavoro, e una prima vittoria è stata proprio nel 2012 con l’avvenuto riconoscimento in sede di Commissione Esteri della Camera delle lingue sinti e rom, in sintonia con la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del 1992.

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