Nigeria: La "marea nera” dimenticata

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Petrolio e inquinamento nel Delta del Niger

Le fuoriuscite di petrolio nella regione nigeriana del Delta del Niger sono “peggiori” per l’ambiente e le popolazioni locali, rispetto alla marea nera provocata nel golfo del Messico. Ma sulle responsabilità non tutti sono d’accordo. L’intervista in audio alla portavoce del movimento per la sopravvivenza dei popoli Ogoni in Italia.

L'allarme è stato lanciato ieri dall'organizzazione ambientalista Greenpeace che sottolinea come le perdite di petrolio in Nigeria interessino da decenni vaste aree di territorio con gravi conseguenze ambientali e per gli abitanti della regione. Una regione in cui vivono circa 30 milioni di abitanti e dove, secondo il rapporto Petrolio, inquinamento e povertà nel delta del Niger, pubblicato da Amnesty International nel luglio 2009, più del 60% dipende dall'ambiente naturale per il proprio sostentamento.

 L'allarme di Greenpeace si collega invece ad un rapporto realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Unep) per conto dello Stato nigeriano. Un rapporto ancora in via di elaborazione, parte di un progetto nazionale di bonifica di siti contaminati a beneficio delle comunità locali. Rivelato da Giovanni Carwin, un funzionario del Unep, il contenuto dello studio attesta come le risorse ittiche della regione siano "virtualmente distrutte" e le acque sotterranee molto inquinate.

 Ma a scatenare le polemiche, lo scorso fine settimana, sono state le dichiarazioni di Carwin sulle responsabilità delle fuoriuscite petrolifere nell'Ogoniland, la terra del popolo Ogoni situata nel delta del Niger. Il 90% delle perdite di petrolio - ha detto il fnzionario Unep - dipendono da atti di sabotaggio e attività criminali che generano "un commercio illegale per diversi miliardi di dollari", mentre solo il 10% è attribuito a difetti degli impianti e negligenza da parte delle compagnie petrolifere. Dichiarazioni alle quali, domenica, sono seguite quelle di Henrik Slotte capo dell'agenzia Onu che ha parlato di un errore di comunicazione del funzionario, precisando che il rapporto sarà completato entro la fine di ottobre.

 La ripartizione delle responsabilità descritta da Carwin non convince, tuttavia, Amnesty International che da anni segue le vicende del delta del Niger. Infatti, secondo l'organizzazione per la difesa dei diritti umani, i dati in base ai quali le responsabilità sono state stabilite derivano da agenzie statali nigeriane che, "nel corso delle inchieste sulle perdite di petrolio, vengono fortemente condizionate dalle compagnie petrolifere stesse". Riconoscendo che il sabotaggio e gli atti vandalici fanno parte del problema, Amnesty ha comunque sottolineato che "non c'è alcuna prova a sostegno dei dati forniti dalle imprese petrolifere e dalle agenzie governative nigeriane".

 Le organizzazioni non governative locali sono state ancora più chiare, affermando che le responsabilità delle fuoriuscite dovrebbero, invece, essere attribuite alle multinazionali e, in particolare, all'anglo-oladese Shell. Queste ultime utilizzerebbero ancora, infatti, oleodotti "vetusti, installati più di 50 anni fa" a cielo aperto e oggetto di scarsa manutenzione. "Le leggi internazionali e nazionali per la tutela ambientale ci sono - fa notare Bridget Yorgure, portavoce del movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni in Italia - ma non vengono applicate, anche perché il governo nigeriano è troppo vulnerabile al potere delle multinazionali del petrolio". "Solo lo scorso anno ci sono state 132 fuoriuscite di petrolio dalle condutture - prosegue l'attivista - contro una media annuale di 175, e questo a causa delle valvole di sicurezza obsolete e non per i sabotaggi della popolazione".

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