"Malati, senza cibo e torturati qui in Libia siamo sepolti vivi"

Stampa
PDF
 L´appello di uno dei rifugiati: "Tirateci fuori dall´inferno"    "È scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti" 
ROMA - «Possiamo parlare pochi minuti. E´ molto pericoloso. La polizia può arrivare da un momento all´altro. Ci controllano in continuazione. Per loro controllo significa picchiarci a sangue, con i bastoni, scariche elettriche. Ci danno cibo avariato e acqua piena di fango. Siamo in pericolo, temiamo di non farcela: molti sono ammalati, è scoppiata un´epidemia di dissenteria, rischiamo di contagiarci tutti. Ormai abbiamo smesso anche di gridare. Siamo davvero allo stremo. Non abbiamo alternativa: restare sepolti qui sotto o finire di nuovo in Eritrea. In ogni caso, morire».
La voce del rifugiato arriva a tratti. E´ quasi un sussurro. Arriva dal cuore della Libia, dal centro di detenzione di Braq, 75 chilometri da Sebha, regione desertica centromeridionale. Lo chiameremo Mohammed, ma è un nome di fantasia. Svelare la propria identità è troppo pericoloso. Questione di vita e di morte. Basta poco per sparire, magari sotto metri di sabbia del deserto. Abbiamo ottenuto il numero di uno dei due cellulari. La linea si prende con difficoltà. Ma alla fine, dopo alcuni tentativi e sms rassicuranti, ci risponde la voce di un uomo. Una voce «da dentro». Una testimonianza diretta del dramma che stanno vivendo oltre 200 eritrei e somali, immigrati e rifugiati. Una storia assurda ma emblematica di come la politica dei respingimenti possa produrre delle ingiustizie: violazioni dei diritti internazionali dei rifugiati sanciti dalle Nazioni unite e sottoscritte anche dall´Italia. L´Italia degli accordi con la Libia.
«Adesso siamo in 205», ci racconta Mohammed. «Divisi in une stanze: 101 in una e 104 in un´altra. Tutti uomini. Dormiamo in piedi. Non riusciamo neanche a muoverci. Ci sono molti feriti e chi non resiste perde i sensi ma è sorretto dagli altri corpi. Se qualcuno crolla è spacciato: finire per terra significa restare soffocati. Veniamo dalla Somalia e dall´Eritrea. Come tanti altri volevamo andare in Italia, in Europa e poi magari in Canada. Molti tra noi erano già arrivati nel vostro Paese. Ma poi siamo stati trasferiti in Libia, nonostante avessimo tutti i requisiti per ottenere l´asilo politico. Respinti e basta, senza alcuna verifica. Siamo rimasti in Libia per un anno e sei mesi. Ci hanno rinchiusi nel Centro di accoglienza di Misurata: un centro molto bello, tenuto bene, dove era possibile anche uscire. Le donne per fare la spesa, i bambini per giocare e studiare, gli uomini per andare a lavorare nei cantieri edili. Poi è cambiato tutto, di colpo. Forse perché è stato chiuso l´ufficio dell´Unhcr. Niente più visite, niente più controlli medici, niente assistenza. Niente più uscite. Il centro è diventato una vera prigione. La vita, per i pochi che riuscivano a lavorare all´esterno, è diventata ancora più dura. Vessazioni, insulti, diritti inesistenti. Hanno smesso anche di pagarci sui cantieri. La sera del 29 giugno è scoppiata una rivolta. Ci hanno messo davanti un foglio nel quale accettavamo di rientrare in Eritrea. Sappiamo leggere: c´era scritto esattamente così. Non avevamo alternative: l´Eritrea per noi significa torture e carcere. Molti hanno tentato una fuga, in trenta ci sono riusciti. Gli altri, dopo una battaglia durata fino all´alba con la polizia e i gruppi speciali, sono stati picchiati selvaggiamente, infilati in alcuni container e trasferiti in mezzo al deserto. Solo gli uomini, le donne sono rimaste a Misurata. Il viaggio è avvenuto di giorno e può immaginare in quali condizioni. Molti sono svenuti durante il trasferimento. Mancava l´aria, non c´è stato il tempo di prendere dell´acqua potabile. Nelle brevi soste - prosegue il rifugiato - colpivamo disperati sulle pareti infuocate del container. Le guardie aprivano e picchiavano con bastoni e mazze di ferro. C´erano molti feriti, avevano bisogno di cure. Altri stavano male, cominciavano i sintomi della dissenteria. Il viaggio è durato tutto il giorno. Ci hanno detto che è stata una punizione. Quando siamo arrivati a Braq faceva buio. Altri colpi, altre bastonate. Sembravamo un branco di animali. Sporchi, laceri, bruciati dal calore impossibile, ammassati gli uni sugli altri. Ci hanno chiuso in queste due stanze e ci hanno messo davanti lo stesso foglio nel quale accettavamo di essere rimpatriati in Eritrea. Abbiamo protestato, noi siamo dei rifugiati politici. Lo siamo da oltre due anni. La risposta è stato un altro pestaggio. Qualcuno, da Misurata, ha dato l´allarme. Abbiamo nascosto un paio di cellulari. Riusciamo ad usarli a fatica».
«Vogliamo avere fiducia - conclude Mohammed - vogliamo aggrapparci a tutto, vogliamo vivere. Siamo dei sepolti vivi, senza medicine, con delle condizioni igieniche terribili, tra la sporcizia, gli escrementi, poco cibo e pochissima acqua. L´Italia deve reagire, deve premere sul governo libico. Siamo gente che è fuggita con le famiglie, i bambini, le nostre donne da un paese che ci ha condannato. Chiediamo un po´ di luce in questo tunnel buio e disumano. Chiediamo solo di poter vivere. Devo chiudere, arrivano i poliziotti. Spero di sentirla di nuovo, spero di superare anche questa notte».

Commenti

Nome *

Code   
La redazione ha ritenuto di non moderare preventivamente i commenti dei lettori. Precisa che gli unici proprietari e responsabili dei commenti sono gli autori degli stessi e che in nessun caso dirittiglobali.it potra' essere ritenuto responsabile per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi. La redazione tiene a precisare che non sono consentiti, e verranno immediatamente rimossi:
- messaggi non concernenti il tema dell'articolo
- messaggi offensivi nei confronti di chiunque
- messaggi con contenuto razzista o sessista
- messaggi il cui contenuto costituisca una violazione delle leggi
vigenti (istigazione a delinquere o alla violenza, diffamazione, ecc.)
Invia commento

Utenti Online

Ora Online:
  • Nessun membro
  • 404 Visitatori
  • Nessun robot
Ultimi Iscritti:
  • Gianni
  • Andrea Alessandro Nesti
  • Massimiliano
  • giuseppe
  • Elvira

Statistiche

Utenti : 289
Contenuti : 30427
Link web : 29
Tot. visite contenuti : 7768227
I Diritti globali su Communitas
La sintesi del Rapporto 2010 nel numero 47 di Communitas
Leggi l'indice del fascicolo


LETTERE A DG

Le lettere saranno pubblicate a discrezione della redazione, che si limita a ospitarle.
La responsabilità dei contenuti è esclusivamente di chi scrive

News da Global Rights

Disclaimer


Questo sito è da considerarsi un blog e non una testata giornalistica. Non persegue alcuno scopo commerciale e l’accesso è totalmente gratuito. Alcune delle immagini pubblicate sono tratte da Internet, così come articoli e notizie; qualora il loro uso violasse diritti d’autore, lo si comunichi e verranno prontamente rimosse.
Di ogni articolo pubblicato in questo sito è indicata chiaramente la fonte e l'autore. Non necessariamente il sito www.dirittiglobali.it condivide i contenuti e le opinioni che pubblica e che provengono da altre fonti e testate, rispetto a cui declina dunque ogni responsabilità.
I commenti dei lettori non sono da attribuirsi a www.dirittiglobali.it, ma ai lettori stessi, i quali se ne assumono pienamente la responsabilità.
La realtà carceraria, l'amministrazione della giustizia, l'amnistia, l'ordinamento giudiziario Radio Radicale 8 settembre 2009
Nove vittime per il freddo nel 2009 a Milano: proteste e proposte in Piazza della Scala. Basta con l'indifferenza Milano, 6 febbraio 2009

Protesta di rom e sinti a Roma

LIBERE DI SCEGLIERE

Voci dal deserto

Il carcere spiegato ai ragazzi

Categorie NEWS

Contenuti più letti