Libano, piccolo storico passo

Stampa
PDF

Ora i rifugiati palestinesi potranno svolgere decine di lavori che gli erano preclusi
Approvata la legge per coloro che furono esiliati da Israele nel '48

Un «passo modesto», un percorso ancora lungo. Smorzano gli entusiasmi, in Libano, i sostenitori dei diritti civili per i profughi. Due giorni fa il voto del Parlamento libanese ha trasformato in legge un decreto governativo che consente a centinaia di migliaia di palestinesi presenti nel paese dalla Nakba (1948), di poter finalmente svolgere decine di lavori finora preclusi. I commenti però sono tiepidi: nessuno nega l'importanza di uno sviluppo atteso da anni, ma troppe barriere continuano a condizionare l'ingresso dei rifugiati nel mondo del lavoro. Di fatto i cambiamenti potrebbero rivelarsi minimi, considerata la diffidenza che una larga porzione di libanesi continua ad avere nei confronti dei palestinesi.
«Siamo di fronte a un passo modesto compiuto dal Parlamento lungo un percorso di mille miglia, ma con le condizioni (nel paese) sono queste e non hanno permesso di raggiungere i risultati sperati», ha spiegato ieri al quotidiano as-Safir il leader druso Walid Junblatt, uno dei più attivi nel chiedere l'emendamento della legge che impediva di lavorare ai 400 mila profughi palestinesi espulsi 62 anni fa da Israele o fuggiti dalla loro terra.
Già negli anni passati le autorità di Beirut avevano eliminato qualche restrizione, ma solo il voto dell'altro giorno ha aperto spazi a miglioramenti veri della condizione dei profughi e, più in generale, al riconoscimento di diritti civili ai palestinesi. La proposta di legge completa, che difficilmente verrà approvata, prevede anche l'abolizione del divieto di proprietà della terra e il diritto di accedere al servizio sanitario nazionale. Due questioni su cui il parlamento non si è ancora pronunciato e su cui il dibattito è ancora aperto e infuocato.
«La strada da percorrere rimane molto lunga e la legge appena approvata continua a prevedere, in forma mascherata, forti limitazioni all'accesso al lavoro» per i palestinesi, avverte Sari Hanafi, docente di sociologia dell'Università Americana di Beirut e principale promotore della marcia per i diritti dei palestinesi terminata lo scorso 27 giugno davanti al Parlamento. «La legge - dice Hanafi al manifesto - prevede che l'esercizio delle professioni indipendenti debba comunque avere l'accordo preventivo degli ordini professionali». Il ministero del lavoro, aggiunge il sociologo, «rimane responsabile per l'assegnazione dei permessi ponendo così un freno alle speranze dei palestinesi». Non è secondario inoltre che il datore di lavoro sia obbligato a offrire un contratto al lavoratore palestinese, iscriverlo alla Cassa nazionale di sicurezza sociale e a stipulare a suo nome una polizza di assicurazione sanitaria e una copertura contro gli incidenti sul lavoro. Garanzie sacrosante a tutela dei lavoratori, ma che rischiano di tenere lontani i palestinesi da quelle occupazioni occasionali non contrattualizzate che almeno in una fase iniziale appaiono lo sbocco più scontato per la loro offerta di lavoro.
Sino a quando non cambierà l'atteggiamento dei libanesi cristiani e dei loro rappresentanti in Parlamento, i palestinesi non otterranno i diritti civili che chiedono da tempo, in attesa (lo ripetono a ogni occasione) di poter rientrare nella loro terra d'origine, come prevede la risoluzione 194 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che Israele rifiuta categoricamente di applicare. Spaccati tra alleati del movimento sciita Hezbollah e alleati del Partito sunnita di Saad Hariri, i libanesi cristiani si ritrovano saldamente uniti nell'escludere non solo qualsiasi ipotesi di naturalizzare i profughi - cosa che spostarebbe l'equilibrio confessionale ancora di più a favore dei musulmani - ma anche un miglioramento effettivo della condizione di vita dei palestinesi, anticamera secondo loro di un progressivo assorbimento. I deputati cristiani hanno ottenuto che qualsiasi emendamento alle leggi vigenti venga deciso in Parlamento sulla base del «consenso nazionale» e non a colpi di maggioranza.
Il ministro del lavoro Boutros Harb (cristiano), incurante dell'approvazione della nuova legge, continua a ripetere che «parlare di diritti civili per i palestinesi è un errore, perché rinvia alla nozione politica di cittadinanza, che è un diritto esclusivo dei libanesi». A suo avviso si dovrebbe parlare piuttosto di «diritti umanitari e sociali», per non suscitare equivoci. E' impensabile perciò, almeno a breve termine, l'allargamento del diritto alla proprietà anche ai profughi palestinesi. Sempre Harb spiega che «non è necessario» per un palestinese acquistare una abitazione poiché «il diritto all'affitto assicura lo stesso servizio sociale del diritto di essere proprietari di un alloggio».

Commenti

Nome *

Code   
La redazione ha ritenuto di non moderare preventivamente i commenti dei lettori. Precisa che gli unici proprietari e responsabili dei commenti sono gli autori degli stessi e che in nessun caso dirittiglobali.it potra' essere ritenuto responsabile per eventuali commenti lesivi di diritti di terzi. La redazione tiene a precisare che non sono consentiti, e verranno immediatamente rimossi:
- messaggi non concernenti il tema dell'articolo
- messaggi offensivi nei confronti di chiunque
- messaggi con contenuto razzista o sessista
- messaggi il cui contenuto costituisca una violazione delle leggi
vigenti (istigazione a delinquere o alla violenza, diffamazione, ecc.)
Invia commento

Utenti Online

Ora Online:
  • Nessun membro
  • 386 Visitatori
  • Nessun robot
Ultimi Iscritti:
  • Gianni
  • Andrea Alessandro Nesti
  • Massimiliano
  • giuseppe
  • Elvira

Statistiche

Utenti : 289
Contenuti : 30427
Link web : 29
Tot. visite contenuti : 7768235
I Diritti globali su Communitas
La sintesi del Rapporto 2010 nel numero 47 di Communitas
Leggi l'indice del fascicolo


LETTERE A DG

Le lettere saranno pubblicate a discrezione della redazione, che si limita a ospitarle.
La responsabilità dei contenuti è esclusivamente di chi scrive

News da Global Rights

Disclaimer


Questo sito è da considerarsi un blog e non una testata giornalistica. Non persegue alcuno scopo commerciale e l’accesso è totalmente gratuito. Alcune delle immagini pubblicate sono tratte da Internet, così come articoli e notizie; qualora il loro uso violasse diritti d’autore, lo si comunichi e verranno prontamente rimosse.
Di ogni articolo pubblicato in questo sito è indicata chiaramente la fonte e l'autore. Non necessariamente il sito www.dirittiglobali.it condivide i contenuti e le opinioni che pubblica e che provengono da altre fonti e testate, rispetto a cui declina dunque ogni responsabilità.
I commenti dei lettori non sono da attribuirsi a www.dirittiglobali.it, ma ai lettori stessi, i quali se ne assumono pienamente la responsabilità.
La realtà carceraria, l'amministrazione della giustizia, l'amnistia, l'ordinamento giudiziario Radio Radicale 8 settembre 2009
Nove vittime per il freddo nel 2009 a Milano: proteste e proposte in Piazza della Scala. Basta con l'indifferenza Milano, 6 febbraio 2009

Protesta di rom e sinti a Roma

LIBERE DI SCEGLIERE

Voci dal deserto

Il carcere spiegato ai ragazzi

Categorie NEWS

Contenuti più letti