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26 Maggio 2010
Adesso anche Silvio Berlusconi sa cosa vuol dire la parola "crisi". Pensate che il nostro presidente del Consiglio, nonché uomo più ricco d'Italia, è stato addirittura "costretto" a vendere «la casa dove è cresciuto», pur di recuperare qualche soldo per arrivare alla fine del mese e pagare l'assegno alla ex moglie Veronica Lario. A renderlo noto, sabato scorso, è stato il quotidiano Libero con un titolone in prima pagina («Silvio tira la cinghia») tanto surreale da far concorrenza agli splendidi e mai dimenticati falsi della rivista satirica "Il Male".
Il guaio è che non c'è niente da ridere. Mentre infatti il Cavaliere continua a raccontare in tv la favola del paese che, tutto sommato, sta meglio di molti altri, ci sono tantissime famiglie italiane, in particolare quelle costituite da lavoratori e pensionati, costrette a tirare la cinghia per davvero. A ricordarcelo è l'ottavo Rapporto sui diritti globali 2010, presentato ieri dalla Cgil. Un volumetto piuttosto corposo, ricco di dati e statistiche, da cui emerge con nettezza la fotografia di un'Italia in declino dal punto di vista economico e sempre più ingiusta sul piano sociale.
Ciò, anche a causa dell'inconsistenza delle misure di welfare messe in campo in questi ultimi due anni dal governo di centrodestra. L'esempio più clamoroso è quello della "social card", venduta all'opinione pubblica come un "generoso" intervento (40 euro al mese...) in favore dei cittadini più poveri, ma che poi si è rivelata per quello che è: un'elemosina per pochi. I beneficiari, spiega il rapporto, sono stati infatti 851mila, appena l'1,48% della popolazione italiana. Se si pensa che «i poveri relativi sono l'11,3% e quelli assoluti il 4,9%», si capisce che c'è qualcosa che non va.
Più consistente lo sgravio di spesa prodotto dall'abolizione dell'Ici sulla prima casa, che però, per come è stata fatta, è andata a vantaggio esclusivo della fascia più ricca: «Solo il 4% - precisa il Rapporto - va al 10% degli italiani più poveri».
Da altri dati emerge con chiarezza come già nel 2008 fossero in crescita non solo i nuclei familiari che non riescono ad assicurarsi neppure i beni di prima necessità, ma anche quelli che arrivano con difficoltà alla fine del mese. «Nel 2009 - si legge ancora - le famiglie italiane si sono indebitate per 524 miliardi di euro, più del 2008, 21.270 euro per ogni cittadino». Una conseguenza del mix tra la perdita del potere d'acquisto dei salari e l'impennata di alcuni costi, in primo luogo quelli per la casa. Ormai l'affitto incide sui redditi di pensionati e lavoratori dipendenti tra il 30 e il 70% e il 2008 ha visto un 18,6% in più di sfratti esecutivi rispetto all'anno precedente. Non solo: si stima che, entro il 2011, 150mila famiglie saranno sfrattate.
Il dramma è che, oggi come oggi, avere un lavoro non protegge dall'impoverimento. Per rendere l'idea, basti pensare che il 15% delle famiglie assolutamente povere ha un capofamiglia occupato. Per descrivere la situazione dei giovani è stato coniato il termine "generazione mille euro". Magari. Nell'Italia di Berlusconi a dover vivere con redditi mensili inferiori a quella cifra non sono solo i precari che lavorano nei call center ma quasi 15 milioni di persone: 7 milioni di lavoratori e 7,5 milioni di pensionati. Il Rapporto calcola che, nel periodo 1995-2008, l'aumento nominale delle pensioni si è attestato sul 35-37%, ma quello reale - calcolato al netto dell'inflazione - oscilla tra lo 0,6 e il 2,2%. Nel frattempo l'andamento dei prezzi dei beni di base che compongono il paniere dei pensionati ha registrato un incremento del 18%.
Guai ad avere un figlio. La percentuale di famiglie povere con figli al di sotto dei 18 anni equivale a oltre il 27% del totale, cifra che nel Mezzogiorno sale al 38,8%. L'Italia è anche maglia nera in Europa per la povertà minorile: per un rischio povertà dei minori che a livello Ue a 27 si attesta al 20% il nostro Paese è al 25%, superato solo da Bulgaria e Romania, e siamo comunque gli ultimi della Ue a 15. Del resto, c'è da stupirsi? Da tempo l'Italia è fanalino di coda negli investimenti per le politiche di welfare, con una spesa assistenziale pari al 2,6% del Pil, contro una media europea del 5,1%.
E nel futuro le cose andranno persino peggio, se passerà la riforma annunciata dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. «Il Libro Bianco - scrive Guglielmo Epifani, nella prefazione al Rapporto - nega la cittadinanza sociale e quindi l'universalità dei diritti: non a caso, per l'apertura dell'Anno europeo di lotta alla povertà, il ministro Maurizio Sacconi ha dichiarato che "il più efficace strumento di lotta alla povertà è il dono"». Un'affermazione che, secondo il leader della Cgil, dimostra «solo la volontà di mettere in discussione gli stessi principi costituzionali alla base del nostro sistema di welfare»











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