Vent'anni dopo, in gioco è il futuro

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Vent'anni fa Rio de Janeiro fu illumitata dai riflettori del mondo e affollata dalla presenza di delegazioni governative, stampa e movimenti sociali giunti da tutto il pianeta. L'interesse acceso dallo storico Vertice della Terra era alto come non mai, e l'appuntamento sembrava dar conto per la prima volta dell'urgenza di affrontare una crisi ambientale destinata a divenire la principale minaccia globale. A situazione drammaticamente peggiorata, oggi la città carioca è scenario di un nuovo e altrettanto atteso incontro, il Vertice Onu Rio+20. A due decenni di distanza, un bilancio si impone sulla lunga fila di summit internazionali celebrati da allora e sulle politiche improntate a uno sviluppo sostenibile che sostenibile non è stato mai. Riguardo alle emergenze rintracciate allora - desertificazione, cambiamento climatico e biodiversità - i report delle agenzie Onu e degli scienziati disegnano un quadro a tinte fosche. Crisi climatica che rischia di divenire irreversibile, sesta estinzione di massa in corso per numero di specie a rischio, processo di desertificazione in avanzamento rapido ed inesorabile. In una parola: pianeta al collasso, mentre dall'altro lato la disuguaglinza sociale continua a crescere a un ritmo inarrestabile. Con queste premesse, l'imputato sul banco di Rio+20 non può essere che uno: il modello di sviluppo attuale, dimostratosi capace soltanto, pur con i correttivi che via via hanno tentato di improgli, di distruggere il pianeta e sussumere diritti e garanzie creando disuguaglianze e devastazione per moltissimi a fronte di benessere per pochi, pochissimi. E invece a Rio il piatto forte è un altro: la green economy, ultimo espediente per dare ossigeno a un capitalismo sempre più in crisi ma propagandata come medicina dotata di immenso potere salvifico. Il fallimento dei vertici che si sono susseguiti dal 92 ad oggi è dunque sotto gli occhi di tutti. L'inadeguatezza dei meccanismi di negoziazione internazionale e della governance a rispondere a una crisi che unisce paesi del nord e del sud in una battaglia per il futuro comune è altrettanto innegabile. Lo dimostrano le dichiarazioni già apparse sui giornali brasiliani, a negoziazioni neppure iniziate. Si denuncia la mancanza di accordo sui punti centrali in discussione: clima, energia, povertà, riforma del sistema finanziario, biodiversità. Si annuncia quanto difficile sarà chiudere un accordo nel poco tempo a disposizione con queste divergenze di fondo. Annunci che suonano come un mettere le mani avanti, un avvertimento ai popoli del mondo di non sperarci troppo, perché neppure qui si riuscirà a fare un passo avanti nella direzione giusta. Complice, il silenzio di una politica ridotta a convitato di pietra. Una politica che, soprattutto nei paesi più sviluppati, finisce col divenire pallido difensore di interessi di parte piuttosto che portatrice di istanze globali. Giustizia, ambiente, diritti, lavoro, sono i punti su cui ci sarebbe bisogno di una presa di coscienza e di una chiamata alle armi da parte delle forze politiche. Lo sanno bene le organizzazioni sociali, i sindacati, i movimenti e le reti sociali che si sono date appuntamento in queste settimane a Rio, per dare vita, parallelamente al vertice Onu, al Summit dei Popoli per la Giustizia Ambientale e Sociale. Sul lungomare del quartiere Flamengo, decine di tendoni accoglieranno conferenze, workshop, riunioni e dibattiti. L'obiettivo è rendere visibile e far dialogare tra loro la miriade di alternative già in campo, con la volontà, qui sì chiara e dichiarata, di cambiare modello economico e sociale, per costruirne uno basato sulla giustizia ambientale e sociale e in armonia, finalmente, con i limiti fisici del pianeta. Anche qui, la sfida è tutt'altro che in discesa. In queste nuova fase di accentramento del potere e vuoto della politica i movimenti rischiano più che mai di rimanere ai margini e le forme attraverso cui portare avanti proposte e istanze è una delle grandi questioni cui siamo chiamati a rispondere. * A Sud (www.asud.net )

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