Ilva, i giudici fermano la chiusura «Interventi per il risanamento»

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La Procura: l'accusa regge. Gli ecologisti: deve cessare la produzione


TARANTO — L'Ilva non chiude. Continua a produrre e resta sotto sequestro affidata a quattro esperti che saranno custodi e amministratori ma che non avranno più come obiettivo il «blocco delle lavorazioni» e lo «spegnimento dell'impianto», come aveva chiesto e ottenuto la procura. Avranno invece il compito di «realizzare tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo», dovranno «garantire la sicurezza degli impianti» e mettere a punto «un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti». Prescrizioni obbligatorie. Il tutto sotto la vigilanza della magistratura.
Così hanno deciso ieri i giudici del tribunale del Riesame che hanno quindi rivisto parte del provvedimento firmato dal giudice delle indagini preliminari Patrizia Todisco. La linea dura della chiusura immediata, quindi, non è passata. Ma lo spettro rimane all'orizzonte e cancellarlo o meno dipenderà dalla partita che lo stabilimento siderurgico vorrà giocare da oggi in poi. I giudici hanno deciso di escludere una delle quattro persone che il gip aveva voluto per la gestione della parte amministrativa del sequestro e hanno invece nominato l'attuale presidente dello stabilimento, Bruno Ferrante, custode e amministratore dell'area a caldo, quella dei sei reparti finiti sotto accusa perché, dicono i periti della procura, producono morte e malattia. 
Ferrante, in sostanza, sarà il garante di un'operazione di risanamento ambientale che dovrà concordare, un passaggio dopo l'altro, con gli altri tre custodi confermati dal Riesame, tutti tecnici esperti che hanno il compito di indicare la strada. Sarà lui a mettere mano al portafoglio della famiglia Riva (proprietaria degli impianti) ogni volta che gli interventi lo richiederanno, e sarà lui a confrontarsi con la procura per la quale l'Ilva resta una sorvegliata speciale. «Se l'azienda, per mera ipotesi, dicesse "non intendiamo collaborare" allora dopodomani si chiude» avverte il procuratore capo Franco Sebastio che non parla di bocciatura, tantomeno di sconfitta per la mancata conferma dello stop alla fabbrica e che anzi rilancia: «L'impianto dell'accusa regge» e «l'utilizzazione degli impianti è stata concessa non per la produzione ma per metterli a norma». È chiaro che «per fare i lavori di messa a norma l'impianto deve funzionare altrimenti non si può verificare se i lavori sono stati fatti».
Fra i primi interventi del dopo sentenza un attentissimo Nichi Vendola: «Siamo di fronte a un provvedimento che in qualche maniera prevede il sequestro come il percorso dell'ambientalizzazione» riassume il presidente della Regione Puglia. «È la conferma del carattere storico della magistratura che ci dice che non potrà più prevalere l'idea di chi ritiene il profitto e la crescita economica più importanti della difesa della nuda e viva vita».
In serata una nota del ministro dell'Ambiente Corrado Clini dice che «la decisione del Riesame apre alla possibilità concreta di proseguire nel lavoro avviato con la Regione Puglia per identificare, insieme con l'Ilva, gli interventi necessari per adeguare le tecnologie e i sistemi di produzione ai migliori standard di protezione ambientale». 
Sulla questione è intervenuto, fra i tanti, anche monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, per dire «accolgo con favore la decisione dei giudici» e per ricordare che tuttavia la faccenda «è ancora aperta e tutta da giocare». 
Gli ambientalisti che da anni si battono per chiudere l'impianto siderurgico interpretano la sentenza del riesame come uno stop alla produzione. Fabio Matacchiera (Fondo antidiossina) e Alessandro Marescotti (Associazione PeaceLink) sostengono che «non è scritto da nessuna parte che l'Ilva possa a continuare a produrre. Quindi nei prossimi giorni l'azienda dovrà cessare la produzione». Per il presidente dei Verdi Angelo Bonelli «si continua a sottovalutare la gravità della situazione sanitaria di Taranto». Tutto questo seguito a distanza (a Milano) dal patron dell'azienda Emilio Riva e da suo figlio Nicola, per i quali il Riesame ha confermato gli arresti domiciliari (conferma anche per uno dei dirigenti arrestati). Gli altri cinque indagati, invece, da ieri sono tornati liberi.

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