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12 Gennaio 2012
Quanto alla lavagna interattiva, basta vederla in funzione per capire che è un gadget inutile e fragilissimo. Il suo lavoro non è molto diverso da quello di una lavagna normale, quasi solo con la differenza che si può registrare quel che si è scritto. Il tablet è più insidioso: date le sue maggiori possibilità di uso (contiene libri elettronici e può operare come blocco per appunti, terminale telematico, strumento di precisione e altro), ha un appeal a cui è difficile resistere. Inoltre, siccome è "connesso", spinge facilmente a credere che apra finestre su un mondo illimitato.
Ma è davvero così? A parte l´entità dell´investimento necessario per realizzare il proposito del ministro, il dibattito internazionale su questi temi è molto vivo. Più di un analista dubita della reale utilità di queste risorse nella scuola: a Clifford Stoll (autore qualche anno fa del durissimo saggio Confessioni di un eretico highà-tech; Garzanti) s´è affiancato quest´anno Nicholas Carr con un libro (in Italia da Raffaello Cortina) dal titolo eloquente: Internet rende stupidi? (La sua ovvia risposta è: "Sì, e non poco".) Altri argomenti ho portato io stesso in La Terza Fase.
In ritardo su tutti gli aspetti della modernità, la nostra scuola ha sempre mostrato la più candida accoglienza verso mode (tutte, inutile dirlo, di origine statunitense) che si sono esaurite in un batter d´occhi. A ricordarne alcune si entra nella più plumbea archeologia culturale. Negli anni Settanta subimmo l´inondazione del mito del test e della misurazione "oggettiva" delle prestazioni dei ragazzi; poi fu la volta degli "obiettivi didattici", mediocre dottrina che costrinse per anni gli insegnanti a indicare ossessivamente gli "obiettivi" (scelti entro liste prestabilite) a cui la loro attività doveva puntare; infine la folle sbronza di "istruzione programmata": in attesa dei computer (allora rarissimi) si progettavano noiosi fascicoli che ne scimmiottavano la logica. Ognuna di quelle ondate generò corsi di aggiornamento, investimenti e carta straccia, senza dire del subbuglio che produsse nei professionisti e le famiglie. L´apertura senza riserve a tablet e lavagne interattive (qualcuno studia anche le applicazioni educative del telefonino…) corre il rischio di essere un nuovo capitolo di questa storia di sudditanza.
La cultura digitale è di certo un fenomeno più importante delle mode precedenti. Ma, se non ci si può opporre alle innovazioni epocali, non è inevitabile accettarle senza sapere che cosa si sta facendo. Anche qui tra l´altro la nostra scuola arriva in ritardo: mancata (negli anni Ottanta) la fase iniziale dei pc, ignorato (negli anni Novanta) l´avvento della rete, ora cerca di acchiappare la pantera per la coda introducendo tablet a tappeto. Ma prima di fare una mossa simile è cruciale domandarsi che cosa comporta l´introduzione massiccia della cultura digitale nella scuola. Risorsa formidabile in alcuni impieghi ma pericolosa in altri, è una potenzialità ambivalente che richiede in ogni caso un governo e una gestione fermi e consapevoli. Basta menzionare un rischio tipico: la cultura digitale è uno dei più temibili moventi di interruzione della concentrazione che si siano mai presentati nella storia, e si sa quanto la concentrazione sia cruciale nell´apprendimento.
L´entusiasmo di un ministro o di qualche dirigente scolastico (che trova magari esaltante il fatto che i tablet liberino i ragazzi del pesante zaino) è una motivazione ancora troppo tenue per giustificare una tardiva e radicale digitalizzazione della scuola.











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