Italia, operai rimettono in moto la fabbrica occupata

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L’Italia come l’Argentina. Licenziati un mese fa, operaie, operai e tecnici della Jabil – la multinazionale americana subentrata tre anni fa alla Nokia Siemens nello stabilimento di Cassina de’ Pecchi, alle porte di Milano – hanno deciso sin da subito di occupare la fabbrica, e ora, “dopo un’accurata manutenzione ordinaria e straordinaria di macchinari e strumentazione”, hanno rimesso in moto linee e postazioni di lavoro.

“Il ciclo produttivo funziona perfettamente. La ripartenza è stata preceduta da una meticolosa perizia e con tutte le cautele del caso, tenendo conto del fermo durato un mese – hanno raccontato a Operaicontro i lavoratore del presidio Jabil -. Il lavoro c’è, i componenti e tutta la fornitura pure. Si tratta della produzione che il padrone ha interrotto bruscamente con la serrata e i 325 licenziamenti del 12 dicembre 2011. Non manca niente, tantomeno una mano d’opera all’altezza. Noi 325 operai e lavoratori licenziati possiamo continuare a sfornare un prodotto d’eccellenza, conosciuto in tutto il mondo. La ripresa della produzione è la garanzia dell’integrità del ciclo produttivo, ed è al tempo stesso la miglior medicina per il mantenimento dell’adeguata efficienza”.

Le operaie e gli operai della Jabil, riprendendo anche se per qualche ora al giorno al produzione, stanno dimostrando che la fabbrica è pronta a ripartire e che non può essere sepolta per fare spazio alla speculazione edilizia. Per andare avanti hanno soltanto gli ottocento euro al mese della mobilità Inps, che durerà un anno per gli under quaranta e due per i più anziani.

“Sindacato, politici, istituzioni: chi ha orecchie per intendere intenda e si dia da fare per garantire la continuità produttiva della fabbrica, con o senza Jabil, tenendo ben presente che questi operai non intendono sostituirsi al padrone”, hanno precisato, concludendo: “la lotta è appena cominciata”.

La Jebil, ex Nokia, nel giro di tre anni è precipitata da stabilimento modello alla chiusura, passando per due anni di cassa integrazione. Una discesa inspiegabile, a cui i dipendenti non si rassegnano tanto da aver portato la multinazionale di fronte al Tribunale del lavoro.

“Eravamo il leader mondiale nella produzione di ponti radio – aveva raccontato Angelo Ometti, rsu della Fiom, i primi giorni dell’occupazione – poi hanno deciso di smembrare l’intera filiera, disperdendo un valore immenso”. Eppure a Cassina De’ Pecchi si faceva ricerca e progettazione, produzione e assistenza. Un sito che la stessa Nokia Siemens considerava un modello di riferimento. Finché, nel 2008, mentre Nokia Siemens porta la ricerca a Shanghai e inaugura la nuova produzione in Germania, la fabbrica passa a Jabil. “Ma nonostante le promesse di Jabil e l’impegno di Nokia a portare avanti ricerca e produzione non è stato mai presentato un piano industriale”, aveva aggiunto il sindacalista. Questa una delle ragioni che ha spinto gli operai a portare sia Jabil che Nokia Siemens di fronte al tribunale del lavoro. Ma anche quando accadde a metà 2010, quando Jabil vendette l’intera forza lavoro al fondo italoamericano Mercatech per poi tornare nuovamente alla guida dello stabilimento. Un’operazione che in soli sette mesi provocò un buco di 70 milioni. Il tutto nel totale silenzio di governo e istituzioni.

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