«Detenute discriminate»

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«Le donne in carcere hanno difficoltà di accesso alle opportunità di studio e lavoro, difficoltà riconducibili alla mancanza di risorse e alle pratiche discriminatorie poste in essere dal personale delle strutture carcerarie»: non sono dettagli privi di rilievo, quelli emersi dalla missione conoscitiva in Italia di Rashida Manjoo, relatrice speciale dell’Onu per la violenza contro le donne, le sue cause e conseguenze, soprattutto a proposito di politiche detentive, proprio nel momento in cui l’esecutivo sta faticosamente tentando di decongestionare gli istituti di pena. Monjoo ha visitato le prigioni femminili di Napoli e Roma (oltre che istituti di detenzione minorile, ospediali psichiatrici giudiziari e centri d’identificazione ed espulsione degli immigrati), verificando la condizione di cronico sovraffollamento che «in taluni casi supera il 50% in più della capienza reale delle strutture». Ma il problema principale resta l’accesso all’istruzione e al lavoro: «Con il taglio dei fondi, si è estremamente limitato il campo d’azione delle associazioni in grado di assistere le detenute in questo senso, e dello stesso Stato. Le opportunità di formazione è impiego, per le donne detenute, sono ridotte all’osso». E, in un contesto del genere, ad avere la peggio, o a credere di essere discriminate, sono le minoranze: «Molte detenute appartenenti a questi gruppi, pensano che il fatto di non avere lavoro sia direttamente funzionale alla loro etnia».
Come pure le detenute lamentano «disparità di trattamento da parte di alcuni giudici di sorveglianza nel riesame delle sentenze per la scarcerazione anticipata delle detenute che soddisfano i requisiti per misure alternative al carcere». Secondo le informazioni della relatrice Onu, «c’è preoccupazione per la disparità del trattamento riservato alle detenute nelle decisioni dei giudici in materia di pene alternative alla detenzione, e per l’applicazione incoerente della legge sull’affidamento in comunità o sulla destinazione agli arresti domiciliari». Nella percezione delle detenute, continua l’avvocato sudafricano, non c’è certezza della legge: «Alcune delle intervistate hanno già scontato per intero la propria pena, non sono state scarcerate e non sanno spiegarne il motivo. Ma la maggior parte di loro, non si sente tutelata dagli avvocati d’ufficio che gli sono assegnati».
Infine, Monjoo sottolinea «i problemi che affrontano le donne detenute con figli minorenni all’interno e fuori dal carcere», e boccia l’ipotesi che le donne possano tenere con sé (in galera) fino al compimento dei 6 anni (ora ci restano dalla nascita ai 3 anni).

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