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19 Gennaio 2012
Il fatto è che questo autentico dramma, questa rappresentazione, pareva aver esaurito la capacità di attenzione del pubblico dei media, che non solo viene solitamente trascinato di qua e di là in modo isterico (prima il cinese e la sua bambina uccisi a Roma, poi il vigile ammazzato a Milano da un "nomade" con passaporto tedesco però serbo, anzi serbo-croato, o più genericamente slavo, ecc, infine la Concordia, in mezzo al rumore di fondo di "spread" e "rating"). Il duro e documentato articolo di Bologna smentisce questo luogo comune: mostra che le persone, se vengono offerte informazioni in grado di far loro capire il contesto, il retroterra, di un evento come quel naufragio, ne approfittano subito.
Bologna racconta un dramma collettivo molto complesso e molto pericoloso, i cui protagonsiti sono le "multinazionali del mare" come Costa, una cui porta-container sta attualmente avvelenando un tratto di mare della Nuova Zelanda, e un'altra giace sugli scogli del Giglio. Effetti, ambedue, dell'inesorabile logica aziendale, che pretende equipaggi precari e sottopagati, gigantismo delle navi, turismo predatorio, continua escavazione dei fondali dei porti per accogliere quelle mega-navi (come nella laguna di Venezia), nebbia totale sulle effettiva attività, trasporto di merci, della compagnia, e così via. Il tutto, scritto in modo non pedante né inutilmente declamatorio: quando si hanno buone informazioni basta metterle in fila, caso mai concludendo, come fa Bologna, con la domanda su come si possa fermare questa tendenza a distruggere i mari. E la risposta è: rendendosi conto che un conflitto sociale è già in corso, tra i lavoratori del mare e dei porti e le grandi compagnie.
Ma la morale che mi sentirei di trarre, da giornalista, è che non c'è contraddizione, tra l'appassionarsi - in negativo, in questo caso - a vicende personali come quella del capitano Schettini, e l'appassionarsi all'analisi del macchinario in cui uno Schettini opera. Le due cose vanno insieme.
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