Libia, Monti firma un nuovo patto

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Al vecchio e ormai imbarazzante Trattato di amicizia si sostituisce la «Tripoli declaration», nuova carta d'intenti e soprattutto road map dei futuri rapporti tra Italia e Libia. Il viaggio di Mario Monti nel paese nordafricano comincia e finisce con un nuovo accordo che mette nero su bianco la volontà di «rafforzare amicizia e collaborazione» tra i due Paesi. Ma che, come ci tengono a precisare i libici, del vecchio accordo tra Berlusconi e Gheddafi «manterrà la parte relativa al risarcimento dell'Italia per il periodo coloniale». Vale a dire i 5 miliardi di dollari in 20 anni che l'Italia si è impegnata a pagare alla Libia ricevendo in cambio la possibilità di posizionarsi in prima linea per quanti riguarda i relativi appalti. Cambiano i governi da una parte e dall'altra del Mediterraneo, ma alla fine i rapporti con la Libia restano sempre uguali. E alla fine Monti, accompagnato a Tripoli del ministro degli Esteri Giulio Terzi e dal quello della Difesa Giampaolo Di Paola torna in Italia con all'attivo una serie di intese che riguardano la cooperazione economica, tecnica e scientifica tra i due Paesi e con l'accordo per un sistema di accertamento di crediti e debiti reciproci. Per quanto riguarda l'immigrazione invece, in passato uno dei temi caldi per le pressioni leghiste, tutto è rimandato al viaggio che a febbraio il ministero degli Interni Anna Maria Cancellieri farà in Libia, nella speranza che contrariamente a quanto fatto da Berlusconi e Maroni, questa volta ci si ricordi di chiedere alla nuova leadership libica di non limitarsi a controllare le proprie coste ma di rispettare i diritti degli immigrati. Sempre a febbraio è previsto l'arrivo a Tripoli anche del ministro Corrado Passera, che sarà accompagnato da una delegazione di imprenditori. Che il paese nordafricano sia un partner importante per l'Italia non ci sono dubbi, ma al termine dell'incontro con il presidente del governo transitorio Abdel Rahim al-Kib, Monti ha ribadito come l'Italia voglia «stare in Libia» e voglia continuare a «farlo sempre di più». Un legame confermato anche da Abdurrahim al-Keib, il primo ministro libico, per il quale l'Italia «per lunghi anni è stata un partner importantissimo per il nostro paese e le nostre relazioni sono andate oltre l'economia». Alla fin fine, però, è proprio l'economia che resta il nodo centrale del viaggio. A partire dal petrolio di cui l'Eni prima della guerra produceva 280 mila barili al giorno. «La produzione attuale - ha spiegato l'ad dell'Eni Paolo Scaroni, anche lui a Tripoli - è di 270 mila barili al giorno. Quindi siamo ormai quasi ai livelli di produzione del periodo prebellico». Ma l'azienda del cane a sei zampe punta ad arrivare «a 300 mila barili al giorno». Nessuna preoccupazione, invece, per la possibilità che i contratti firmati con il vecchio regime possano essere messi in discussione dal governo transitorio (come a un certo punto è sembrato fosse intenzione dei libici): «Sono accordi a lungo termine, molto protetti anche a livello internazionale» ha ricordato Scaroni. Per quanto riguarda la Difesa, infine, l'Italia addestrerà 250-300 libici, si occuperà della bonifica dalle mine di alcuni porti (compresi Tripoli e Misurata) e coopererà nel controllo elettronico dei confini.

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