Mozambico, esplode la rivolta del pane

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Scontri in gran parte del paese. Almeno sette morti. Il governo: «Incremento dei prezzi irreversibile». E si teme già una riedizione della crisi alimentare del 2008 Terzo giorno di scontri a Maputo e in altre città La gente protesta per l'aumento dei generi alimentari

Tre giorni di scontri. Folle inferocite. Almeno sette morti e quasi 300 feriti. Questo il bilancio - ancora provvisorio - delle manifestazioni che stanno infiammando le strade di alcune città del Mozambico. Proteste determinate dall'aumento di alcuni generi di prima necessità, in primis il pane.
Tutto ha avuto inizio mercoledì scorso nella capitale Maputo, quando gruppi di giovani hanno dato fuoco a pneumatici e si sono scontrati con la polizia che cercava di disperderli. Sono stati sparati lacrimogeni e pallottole di gomma. Sette persone sono rimaste sul selciato. La rabbia è esplosa a causa dell'aumento del 30 per cento del prezzo del pane imposto dal governo, in seguito all'aumento del valore del grano sui mercati internazionali.
Ieri la rivolta si è estesa ad altre città del paese, nello specifico a Chimoio, 760 chilometri a nord della capitale, dove ci sono stati alcuni feriti - di cui due in gravi condizioni. A Maputo sono continuati gli scontri, anche se in tono ridotto rispetto ai giorni precedenti. Ma non è da escludere una nuova fiammata di violenza generalizzata nelle prossime ore: gli annunci del governo, che per bocca del ministro del commercio e dell'industria Antonio Fernando ha detto che «gli aumenti di prezzi sono irreversibili», non contribuiscono certo a placare gli animi.
Dopo i tumulti del 2008, quando in mezzo mondo centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro l'aumento del prezzo di beni di prima necessità (pane, ma anche riso), i moti di Maputo sono i primi di questo genere nel 2010. Ma sono un segnale che altri paesi potranno seguire: alcuni elementi congiunturali, come il blocco russo alle esportazioni di grano, hanno eccitato gli speculatori e fatto schizzare alle stelle il valore di quella commodity alla Borsa di Chicago, scatenando un meccanismo che, sia pure in dimensioni minori, presenta notevoli analogie con la cosiddetta «crisi alimentare» del 2008.
Paese con un tasso di crescita vicino al 10 per cento, il Mozambico non si è ancora del tutto ripreso dai danni della lunga guerra civile, che si è conclusa formalmente con gli accordi di Roma del 1992. Il tasso di disoccupazione giovanile supera il 50 per cento. Il 70 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L'economia informale è l'unico orizzonte di sopravvivenza per decine di migliaia di persone. L'aumento del prezzo del pane - insieme alla perdita di valore del metical, la valuta nazionale, che ha ceduto quest'anno il 33 per cento al rand sudafricano - hanno messo in ginocchio diverse famiglie.
Dal momento che il paese vive soprattutto di importazioni, i prezzi sono schizzati rapidamente alle stelle per le due ragioni di cui sopra - l'aumento del valore del grano e il deprezzamento del metical. Il governo ha affermato di voler correre al riparo diminuendo la dipendenza dall'estero rispetto alla produzione agricola. Ma proprio il Mozambico è uno dei paesi in prima linea nella concessione di terre a investitori stranieri per un'agricoltura estensiva di prodotti da destinare alle esportazioni, soprattutto colture da sfruttare per i biocarburanti. Un fenomeno noto tra i suoi detrattori con il termine spregiativo di land grabbing («accaparramento di terre») che ha scarsissime ricadute sulla popolazione locale.
Aprendo il paese agli investitori internazionali - e promuovendo la creazione di zone industriali speciali dove aziende straniere possono produrre merci da esportare o raffinare minerali estratti altrove - il governo ottiene sulla carta tassi di crescita vertiginosi (il 9,5 per cento del primo trimestre 2010 è un record per un paese non petrolifero). Ma trascura la quotidianità della stragrande maggioranza della popolazione, che non gode dei benefici della crescita record.
Con la conseguenza che la situazione finisce per esplodergli in mano. Ieri la Fiera internazionale del commercio di Maputo (Facim), appuntamento importantissimo per gli investitori stranieri, era deserta. La tensione per le strade ha spinto gli ospiti a restare chiusi in albergo.

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CAMERUN
Brigate contro speculatori del cibo
«Abbiamo dispiegato brigate di controllo per colpire speculatori del cibo. Chi vende prodotti a prezzi maggiorati avrà multe salatissime, fino alla chiusura del negozio». Lo ha detto il ministro del commercio del Camerun. Il paese africano vuole evitare una riedizione degli scontri di piazza del 2008, quando le proteste per l'aumento dei generi di prima necessità si sono saldati con un bilancio di circa 100 morti. Ha stabilito quindi dei prezzi calmierati ed è risoluto a farli rispettare. A quanto scrive l'agenzia Reuters, mercoledì le autorità hanno sequestrato 5 tonnellate e mezzo di zucchero che era venduto a 850 franchi Cfa al chilo (1,30 euro) invece dei 650 franchi Cfa stabilito dal governo a gennaio. La denuncia è arrivata da associazioni di consumatori, che hanno esortato il governo a intervenire. «Siamo felici che il governo abbia preso questa decisione (di imporre brigate di controllo ndr) e speriamo che serva da detterente per altri speculatori che vogliono fare rapidi profitti sulla pelle dei consumatori», ha detto all'agenzia Reuters un membro della lega dei consumatori camerunesi.

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