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04 Settembre 2010
Giulio Angioni, classe 1939, insegna Antropologia culturale all'università di Cagliari. Allievo di Ernesto De Martino e di Alberto Mario Cirese, Angioni è anche scrittore. Da Sellerio è appena uscito il suo ultimo romanzo: «Gabbiani sul Carso». Conosce bene il mondo della pastorizia in Sardegna. Nella sua analisi il retroterra storico e antropologico della lotta dei pastori.
Prima la modernizzazione della società tradizionale sarda e poi, dagli anni Novanta, la mondializzazione dell'economia. Che cosa resta dell'antico mondo dei pastori sardi?
Potrei dire, per quanto so e capisco, che dell'antico mondo dei pastori sardi resta fin troppo. Ma questo fa problema col fatto che troppo è anche il nuovo nel pastoralismo sardo. Mi spiego articolando la premessa della sua domanda. Il fatto nuovo e capitale è vecchio più di un secolo. Ma poco considerato, così come ignoto e non consumato è il prodotto di quel fatto nuovo: il pecorino romano. La pastorizia in Sardegna da millenni ha prodotto beni di consumo locale e materie prime per mercati anche non locali, come la lana. Ma è dalla fine dell'Ottocento che in Sardegna si è istallata la produzione industriale del pecorino sardo-romano, per i mercati e i consumatori nordamericani. Ben prima degli imprenditori turistici, i casari laziali e abruzzesi scoprono la Sardegna e ne fanno il luogo della caseificazione industriale del latte prodotto dalle greggi e dai pastori sardi, producendo anche il monopolio della produzione e del commercio del formaggio.
Pochi oggi di questo hanno memoria...
È raro sentir raccontare questa storia secolare fatta di implementazione della produzione di latte prodotto da una pastorizia brada, cioè seminomade e transumante alla maniera dei millenni passati; pastorizia brada che intanto si è ampliata fino a diventare nella Sardegna centrale una monocultura, che ha travolto, con la crisi dell'agricoltura dell'ultimo dopoguerra, tutte le altre produzioni e attività a «vantaggio» dell'allevamento ovino, per produrre latte che i casari continentali trasformano in pecorino romano da vendere a New York. I bisnonni e i nonni dei pastori che oggi lamentano i prezzi del latte imposti da grossi produttori ed esportatori sardi di pecorino romano si lamentavano dei prezzi del latte che «conferivano» alle «caciare» dei casari laziali e abruzzesi ingaggiati da imprenditori continentali. La struttura portante di tutta la faccenda rimane la stessa, sebbene nel frattempo i padri di questi pastori abbiano tentato, in base a progetti pubblici regionali negli anni Sessanta e Settanta, di liberarsi da quel monopolio industriale e commerciale «conferendo» il latte ai tanti caseifici sociali cooperativi nati coi «piani di rinascita» e man mano falliti. La pastorizia intanto è diventata sempre meno brada con le stalle e i mangimi industriali, si è meccanizzata nella mungitura e nel trasporto del latte in pickup o fuoristrada giapponesi, mentre la crisi dell'agricoltura tradizionale lasciava campi e poderi all'irruzione dei pastori, sicché il pastore sardo ha occupato, spesso comprando terre-pascolo sia in Sardegna e sia su vaste zone del continente, in questa grande transumanza sarda ultima e definitiva. Piccole aziende di produttori più o meno dipendenti, a monte, dagli industriali dei mangimi e altro, e a valle interamente dipendenti dagli industriali del formaggio, hanno sempre pagato arricchimento e crisi anche qui cicliche.
Perché i tentativi di riforma strutturale del settore agropastorale degli anni Sessanta e Settanta sono falliti?
Il capitalismo della caseficazione e del commercio del pecorino sardo-romano ha tenuto le fila di tutto il processo, mentre i pianificatori nazionali e regionali della Rinascita non paiono aver fatto i conti con le ragioni di quel capitalismo e immaginavano un'uscita da modi «omerici» da cui la pastorizia sarda stava uscendo capitalisticamente da mezzo secolo. Gavino Ledda ha narrato un momento di questo processo come una sua ribellione personale con tratti eroici, ma quella è storia di una generazione di pastori e contadini sardi e più ampiamente mediterranei espulsi in altri luoghi e dimensioni di vita.
Nei giorni scorsi nelle interviste sui quotidiani i pastori dicevano: «Meglio morti che camerieri». Eppure sono piccoli imprenditori, alcuni di loro nel settore turistico potrebbero creare aziende. Perché tanta avversione per il turismo?
Io li vedo avversi a una peggiore forma di dipendenza e di precarietà. Il pastore sardo fino al «conferimento» del latte non è ancora espropriato delle condizioni basilari della sua produzione e della sua vita.
C'è più identità nelle pecore al pascolo o nelle reti telematiche di Tiscali, nel pecorino o nei panini della catena di fastfood sarda Mc Puddu's in guerra commerciale e legale contro McDonald's?
Nel pecorino sardo-romano nessuna identità. Presso Tiscali, a Sa Illetta, pecore se ne vedono spesso. I pastori in agitazione nei luoghi alti del turismo balneare per me stanno dicendo anche alla McDonald's che il solo turismo buono è quello buono per chi nei luoghi turistici vive e lavora tutto l'anno.











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