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Al forum di Cernobbio, industriali e banchieri non sanno dare risposte sulla ripresa. E intanto anche Draghi chiede un ministro dello Sviluppo

«Come andrà l'economia?». «Boh», è stata la risposta degli oltre 200 economisti, banchieri, finanzieri, analisti e industriali che hanno partecipato al tradizionale sondaggio de Il Sole-24 Ore alla viglia del meeting di Cernobbio. C'è molta prudenza sulla congiuntura e l'84% ritiene (e spera) che la ripresa continuerà, ma a ritmi molto blandi e sarà così a lungo. Perfino Nouriel Rubini, la «cassandra» che aveva previsto il grande tracollo di tre anni fa, questa volta è un po' più incerto: sostiene che negli Usa c'è «solo» il 40% di probabilità» che l'economia patisca una double dip, cioè finisca in una nuova recessione che durerebbe due o tre trimestri. Insomma, nulla di nuovo (forse quest'anno Cernobbio se la potevano risparmiare) salvo la riscoperta - tutta italiana - come modello virtuoso della Germania la cui economia è tornata a essere locomotiva e a trascinare un po' tutti.
La Germania l'ha «scoperta» da Seoul anche Mario Draghi, il governatore della Banca d'Italia. E a Cernobbio la sua uscita ha trovato molti consensi. Al pari della dichiarazione di Giorgio Napolitano sulla necessità di una politica industriale. Che non è solo questione di un uomo al ministero dello Sviluppo, ma non può prescinderne, come ha sostenuto il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei. Che, non a caso, ha reclamato la nomina di una persona che «conosca bene il sistema». Concludendo polemicamente che «in questo momento qualche assenza si nota».
Una premessa è necessaria: i lavori del workshop Ambrosetti si svolgono a porte sbarrate in particolare ai giornalisti. Che si debbono accontentare delle dichiarazioni o dei resoconti di amici ammessi ai lavori. Ma torniamo a Roubini. Ha criticato il comportamento delle banche - in particolare Usa - che lesinano il credito. Poi ha criticato anche la Bce e la Germania che sbagliano «nel voler insistere con troppa enfasi fin da subito su programmi drastici di riduzione del deficit e del debito perché si rischia di soffocare la crescita e scatenare una ricaduta in recessione con effetti deflattivi. Certamente vi è anche il pericolo opposto, aspettando troppo si rischia di arrivare al collasso dei conti pubblici e allo scenario dell'inflazione. L'unico modo per far quadrare il cerchio è che i paesi si impegnino sin da ora a programmi seri e credibili di riduzione del debito da attuare gradualmente nel corso degli anni in modo da rasserenare i mercati e al tempo stesso continuare a fornire uno stimolo all'economia». Poi Roubini ha aggiunto che nel caso in cui i Paesi europei dovessero proseguire con decisione sulla strada dell'austerità, la Bce dovrebbe adottare delle contromisure per attenuarne gli effetti, inclusi possibili tagli al costo del denaro. «La Fed e la banca del Giappone sono arrivati allo zero mentre la Bce si è fermata all'1% - ha detto l'economista - per cui c'è ancora spazio, inoltre ha fatto meno in termini di quantitive easing comprando covered bonds per soli 60 miliardi di euro contro gli acquisti per oltre mille miliardi effettuati dalla Fed».
Per quanto riguarda le prospettive dell'economia Usa e non solo, per Roubini «il secondo semestre del 2010 sarà molto difficile e del resto i dati di luglio già indicano che è in atto una forte frenata. La decelerazione sarà meno pronunciata nei paesi emergenti e più evidente nei paesi avanzati, dove forse non ci sarà una ricaduta in recessione ma in un certo senso sembrerà di esserlo perché i consumi resteranno sotto pressione, i mercati accuseranno nuove correzioni e il mercato occupazionale rimarrà in forte deficit».
Ma sono le dichiarazioni (da Seoul) di Mario Draghi a tenere banco. Il governatore di Bankitalia non è stato ottimista sull'Italia, e a ha chiesto una netta inversione di tendenza nella politica industriale. La premessa è nella perdita di competitività (30%) dell'Italia rispetto alla Germania e nella richiesta di adeguarsi al modello tedesco: ricerca e innovazione per non perdere ulteriormente terreno. Molti si sono chiesti se il «modello» al quale si riferiva Draghi fosse il «renano». In assenza del governatore la domanda rimane sospesa, anche se i recenti attacchi interni al modello renano lasciano intendere che Draghi non ne facesse un riferimento esplicito.
Salvo l'accenno di Roubini nessuno ha parlato di occupazione il cui tema è stato «opportunamente» cassato dalle domande del sondaggio. Se ne parlerà, invece, e molto al meeting di oggi organizzato da «Sbilanciamoci» che ha per tema «Fuori dalla crisi con un'altra economia». Ovviamente di altra economia al workshop nessuno vuol sentir parlare. Ma si insiste tanto sul modello tedesco: «alla nostra portata», secondo Corrado Passera, amminisratore delegato di Intesa San Paolo. Che ha anche spiegato come la competitività non sia un problema unicamente dell'industria, ma del «sistema paese» e implica, tra l'altro, lo sviluppo della rete delle infrastruttura. Anche Passera ha criticato la mancata nomina del nuovo ministro dello Sviluppo. E, per buon peso, ha ricordato che anche la Consob è da mesi senza presidente.
L'impressione che si respira è che il governo Berlusconi sia nell'occhio del ciclone. Toccherà a Tremonti, domani, prima della chiusura del workshop, difendere il suo operato e quello del premier Berlusconi. Non sarà facile: le critiche stanno piovendo addosso al governo da tutte le parti. Il fronte si sta allargando: spazia dal presidente Napolitano alla Marcegaglia, da Draghi a Montezemolo. E a quel che sembra anche in casa Pdl si ampliano le voci di dissenso. Non solo Fini, ma ieri anche Giuseppe Pisanu che ha accusato Tremonti di «navigare a vista». A difendere il governo c'è, invece, il ministro Brunetta che ha dichiarato che in Usa e negli stati liberali non c'è politica industriale. Ma, con riferimento agli Usa solo «logiche di intervento quanto serve». Perché loro sono pragmatici.

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PREVISIONI
Come andrà l'economia? Booh!
I partecipanti al meeting di Cernobbio non sono eccessivamente ottimisti sul fututo dell'economia. Il consueto sondaggio realizato da Il sole-24 ore Radiocor con 4 domande secche ha dato questi risultati:
Domanda 1: «La ripresa economica è avviata oppure c'è il pericolo di una nuova recessione dagli Usa?» Risposte: a) Proseguirà a velocità sempre maggiore fino a diventare forte (3%); b) c'è il pericolo di una nuova recessione (13%); c) la ripresa continuerà ma a ritmi molto blandi e sarà così a lungo (84%).
Domanda 2: «Quale sarà l'andamento dell'indice Dow Jones nei prossimi sei mesi?» Riposte: a)Stabile rispetto alle oscillazioni attuali intorno a quota 10 mila (69,7%); b) è avviato verso quota 11 mila (12,7%); 3) scenderà verso quota 9 mila (17,6%)
Domanda 3: «Quale sarà l'andamento di Piazza Affari nei prossimi sei mesi?» a) In aumento recuperando le perdite da inizio anno (24,1%), b) in ribasso (20,3%) c) Stabile (55,6%)
Domanda 4: «Il dollaro continuerà la rimonta sull'euro nei prossimi sei mesi?» a) Sì, andrà gradualmente verso la parità 12,7%; b) no, il rapporto di cambio andrà verso quota 1,40 grazie alla ripresa dell'euro (13,3%); c) il cambio resterà invariato intorno a 1,25-1,30 (74%).
Chi si aspettava lumi da banhieri, finanzieri, industriali e analisti non potrà che rimanere deluso: in realtà nenache loro sanno che cosa accadrà. Soprattutto per l'occupazione: argomento dal quale il sondaggio ha svicolato per non creare imbarazzi.

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