Sempre più poveri e ineguali: la zavorra Italia

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“La cultura globale è stata contaminata da uno spirito di paura che implica un ridimensionamento dei diritti. Ci siamo a poco a poco abituati, in modo subliminale, all’idea che una certa quota di disuguaglianza sia funzionale alla società globale”. A parlare è il ministro per la cooperazione Andrea Riccardi durante un recente incontro organizzato dall’associazione “Diritti in cammino” e incentrato, appunto, sulla diseguaglianza sociale, piaga che nel nostro paese più che in altri sta mietendo le sue vittime e non accenna a ridimensionarsi. Così, i rapporti sociali si tendono, s’incattiviscono, e anche in Italia, così come in Grecia o in Spagna, il rischio che la crisi economica diventi anche crisi sociale si fa sempre più concreto. Stranieri, giovani, donne, Mezzogiorno, sono le quattro aree più delicate in questo senso, e l’ultimo rapporto Istat lo mostra chiaramente, soprattutto se facciamo i confronti con gli altri Paesi europei. Per quanto riguarda le donne, ad esempio, nei Paesi scandinavi le coppie in cui la donna non percepisce un reddito da lavoro sono meno del 4%, in Francia il 10,9%, in Spagna il 22,8% e nella Ue in generale il 19,8%. In Italia, il 33,7%. La condizione quasi da Medioevo di molte donne italiane è ben descritta dall’Istat: “Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente, non è libera di spendere per se stessa, non condivide le decisioni importanti con il partner, non è titolare dell’abitazione di proprietà”. Sempre per quanto riguarda il mondo del lavoro, i giovani non sono messi meglio. Ancora secondo gli ultimi dati Istat, il 44,6% dei nati dagli anni ‘80 in poi è entrato nel mondo del lavoro da atipico, e raramente quest’ingresso ha dato l’accesso a un’occupazione stabile. Anche qui la disuguaglianza sociale gioca un ruolo enorme: “Il passaggio a lavori standard – si legge nel report – è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro”. Le diseguaglianze, poi, si acuiscono a seconda dell’area in cui si vive: nel sud e nel Mezzogiorno, in cui le famiglie indigenti sono 23 su 100 (nel nord 4,9), va peggio per tutte le categorie. Secondo il presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che il Paese non è stato capace di capire quello che stava succedendo a partire dal 2008. Anzi, negli ultimi tre anni, pensando che la crisi fosse passeggera, la propensione al risparmio in Italia è calata drammaticamente, mentre negli altri Paesi sviluppati aumentava. “Questo fino all’estate del 2011- commenta Giovannini – quando ci si è resi conto che la crisi era molto più complessa di quanto si credesse. La reazione è stata fortissima, e il crollo dei consumi non ha fatto che peggiorare la situazione”. Naturalmente, la colpa non è tutta della crisi. Secondo Roger Abravanel, consigliere di amministrazione di aziende italiane e internazionali, “la nostra economia non cresce da 20-25 anni, e per le stesse ragioni per cui l’economia non cresce siamo il Paese più ineguale dell’economia occidentale”. Per Abravnel, a incidere sulla diseguaglianza è soprattutto la mancanza di mobilità sociale, cioè della possibilità per un cittadino italiano di passare dalla classe di partenza (disoccupata, operaia, impiegatizia etc) a una classe superiore. Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso. “Da una parte abbiamo la Germania, che è un paese molto meno ineguale però ha poca mobilità sociale. Dall’altra ci sono i paesi anglosassoni, in cui i poveri possono essere anche molto poveri, ma hanno molta più possibilità di diventare ricchi. In mezzo c’è il paradiso delle pari opportunità, che sono i Paesi scandinavi, i quali hanno alta mobilità sociale e bassa ineguaglianza, però pagano delle tasse enormi”. Tra tutti questi, infine, c’è un solo Paese che ha un altissimo livello sia di ineguaglianza, sia di bassa mobilità sociale, e che paga più tasse degli scandinavi: “siamo noi”. Perciò, quando dicono che l’Italia è uno dei Paesi più ricchi al mondo, non bisogna farsi trarre in inganno. Primo perchè a detenere i due terzi del reddito del Paese è solo un terzo della popolazione. E poi perchè “gran parte di questa ricchezza è soprattutto immobiliare, e per questo è anche immobile, e non necessariamente in grado di produrre reddito futuro”. A questo si aggiungono le politiche d’intervento da parte dello Stato, che spesso non hanno fatto che peggiorare la situazione. Secondo l’economista Irene Tinagli, ad esempio, “L’Italia ha adottato per troppo tempo il criterio basato esclusivamente su una logica assistenzialista e compensatoria, senza pensare all’eliminazione delle cause della diseguaglianza”. Probabilmente un’unica soluzione non esiste, e anche la teoria economica si basa su scelte, tendenze e convinzioni anche politiche. Tutti però concordano su una cosa: è l’istruzione, insieme alle pari opportunità in questo settore, il meccanismo chiave, la priorità che il Paese si deve porre per uscire dalla diseguaglianza e dall’immobilismo sociale. Istruzione che non riguarda solo l’università, ma tutte le fasce di età, a partire dall’asilo. “L’economista James Heckman – spiega Irene Tinagli – ha fatto una serie di studi in cui ha dimostrato che i divari nei test di apprendimento che si registrano tra i ragazzi di 18 anni sono gli stessi che ci sono quando hanno 5 anni”. Insomma, l’influenza del contesto sociale si manifesta dai primissimi anni di vita ed è da lì che bisogna incidere. Purtroppo, però, anche nell’istruzione le pari opportunità in Italia rimangono un’utopia: secondo l’Istat, infatti, della generazione nata negli anni ‘80 appena il 20,3% dei figli degli operai arriva all’università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate. Ancora, il 30% dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. “Mancano le regole, la trasparenza – afferma ancora Abravnel – Da noi non si sa chi sia il più bravo, le borse di studio vanno ai mediocri figli di evasori e così non possiamo premiare l’eccellenza”. Secondo Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, “in Italia non abbiamo ancora la concezione del momento formativo come momento centrale nell’avanzamento dei diritti di tutti i cittadini”. E così, il tasso generale di abbandono della scuola o dell’università da parte dei giovani fra i 15 e i 24 anni è del 18,6%, a fronte dell’11,8% in Germania. Per non parlare delle competenze: i dati Ocse-Pisa dimostrano che uno studente italiano è mediamente meno preparato di un suo collega tedesco tanto in letteratura, quanto in matematica. Lo spread, insomma, è anche e soprattutto culturale, e chissà se questo governo di tecnici, pur nel clima di tagli e austerità, saprà cogliere la sfida con delle riforme all’altezza.

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