Rutelli: orribile, siamo stati fregati

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Bersani e Casini chiedono la riforma del finanziamento ai partiti

ROMA — Silenzi, sorrisi amari, telefoni spenti. Tra le file degli ex Margherita, ma non solo. «Lusi? Argomento tabu», dice un deputato Pd che chiede l'anonimato. Eppure l'inchiesta si allarga, i pm indagano, altri deputati verranno chiamati a testimoniare. Il punto di partenza è Luigi Lusi, tesoriere di un partito scomparso ma ancora vivo, reo confesso di appropriazione indebita di 13 milioni di euro. Il punto d'approdo, nessuno lo sa. Neanche Francesco Rutelli, che ieri si è difeso con passione a Otto e Mezzo. Spiegando che di Lusi si fidava «ciecamente». Dicendosi «addolorato» per «un caso orribile che ci ferisce in modo drammatico: siamo stati fregati». 
Di fronte alle domande di Lilli Gruber e del direttore del Fatto Quotidiano Antonio Padellaro, Rutelli ha parlato per la prima volta in modo esplicito: «Ne va della mia onestà personale, mi batterò per poter guardare in faccia le persone per strada». Come è stato possibile? «Bisogna partire dalla personalità di Lusi». Incontrato quando è direttore generale degli Scout. Uno che, sostiene Rutelli, «rifiutava di pagare un pony express, negava gli hotel a deputati in missione». Insomma, «uno severo, antipatico, rompiscatole». Un tesoriere modello che «non ha lasciato debiti, non ha fatto speculazioni, ha curato i dipendenti». Per dare l'idea di come si fidasse, Rutelli aggiunge: «Se mi avesse chiesto 20 giorni fa 100 mila euro per un'azione benefica, glieli avrei dati». 
Troppa fiducia in quello che si è rivelato «dottor Jekyll e mister Hyde»? «Ci sono partiti padronali dove il leader controlla la cassa. Io ho un'altra cultura. C'erano quattro livelli di controllo diversi: revisori dei conti, comitato di tesoreria, assemblea federale, Camera dei Deputati. Tutti elusi. Ringrazio la magistratura per aver scoperto Lusi».
Rutelli difende la sua onorabilità: «Un politico deve essere tracciabile. Io vivo nella casa costruita da mio padre. Sono pronto a una sfida pubblica con altri leader: io non ho case all'estero, non ho barche. Pubblico ogni tre mesi il mio estratto conto. L'ultimo, del 31 gennaio, è di 56 mila euro». 
Padellaro chiede: non c'è una responsabilità politica di omesso controllo? «Sono addolorato e dico che certamente si doveva fare di più». E le denunce di opacità di Arturo Parisi e altri? «Se ci fosse stato uno che, anziché critiche legittime, ci avesse detto di andare a vedere delle voci di bilancio lo avremmo fatto».
E ora? «Chiederemo la restituzione totale dei soldi rubati da Lusi». E degli altri soldi? «Prima metteremo in sicurezza Europa e i dipendenti, poi ho le mie idee». Il resto, chiedono Rosy Bindi ed Enrico Letta, deve tornare nelle casse dello Stato. Ma non tutti sono convinti.
Per frenare gli effetti di un caso potenzialmente devastante, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini chiedono con urgenza una legge che regoli la vita dei partiti e i finanziamenti in modo trasparente. Italia dei Valori ha depositato il suo progetto ieri mattina.

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