Giulia Bongiorno: "Che errore giuridico in Italia si minimizza un reato grave"

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L´avvocato e deputato di Futuro e Libertà boccia nettamente il verdetto. "C´è un problema culturale"    "Per la violenza del branco dico sì alla custodia cautelare. Quando ci vuole, ci vuole..." 

ROMA - «Questa sentenza rischia di trasformare la violenza sessuale di gruppo in un reato di serie C. E non è giusto dal punto di vista giuridico né sostanziale. Perché se lo stupro è un reato abominevole, l´aggressione del branco è, se possibile, ancora peggio. Ma in Italia c´è un problema culturale, molti considerano più grave un furto o uno scippo che uno stupro».
Giulia Bongiorno, avvocato, deputato di Futuro e Libertà, fondatrice dell´associazione "Doppia difesa" nata per difendere le donne, ne conosce tante di storie di violenza subita al femminile, di abusi, stupri, omicidi. E ora è scandalizzata.
Boccia la sentenza?
«Sì. Perché in pratica equipara la violenza del singolo a quella di gruppo come se fossero reati della stessa gravità. Invece chiaramente non lo sono, visto che sono previste pene diverse».
La Corte Costituzionale decise che per la violenza sessuale non era obbligatoria la carcerazione preventiva.
«È l´ultima ratio, deve essere applicata in modo più rigoroso, ma quando ci vuole ci vuole».
Quando la applicherebbe?
«Sono favorevole alla discrezionalità nei casi di violenza sessuale, perché spesso la situazione non è chiara e uno potrebbe finire in cella prima ancora che venga accertata la sua presenza in zona».
E nella violenza del branco?
«Una classifica degli orrori è difficile, ma la violenza di gruppo è sicuramente peggio e quindi sì alla custodia cautelare». 
La Cassazione dice che così si lede il principio di eguaglianza.
«Io la disparità la vedo invece proprio nel fatto che a situazioni di diversa gravità si vogliano applicare misure uguali. Forse è un problema culturale».
Un problema culturale?
«Quando si parla di stupro ti rendi conto che non è considerato un reato così grave in Italia, un Paese dove le donne non sono considerate, valorizzate, dove loro stesse tendono a minimizzare quando sono vittime di abusi».
Esperienza personale?
«Sì. Mi ricordo a Palermo, dove ho iniziato a fare l´avvocato: mi capitavano spesso casi di violenza. Le donne venivano, raccontavano, ma tendevano a giustificare chi le picchiava, le violentava».
Poche denunciano?
«Solo la metà di quelle che scrivono o vengono in studio. Troppa la paura che chi le maltratta resti fuori e gliela faccia pagare. E tra loro sapesse quanti insospettabili colletti bianchi, quanti borghesi autori di violenze inaudite».

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