Sanremo, Celentano e la donazione alle famiglie povere. Don Albanesi: "Meccanismo depravato e cinico"

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Il presidente della Comunità di Capodarco: “Aiutare famiglie povere, coinvolgendo sindaci, costruendoci sopra una specie di spot, offende la dignità delle persone e gli stessi sindaci, chiamati a garantire il minimo di sussistenza a tutti i cittadini"

CAPODARCO DI FERMO – E’ polemica sulla scelta di Adriano Celentano di devolvere parte del suo compenso sanremese a sette famiglie bisognose, affidando a sette sindaci l’incarico di selezionarle. Come noto, la decisione di Celentano arriva dopo lo sconcerto sorto all’indomani della pubblicazione del compenso che il cantante avrebbe percepito per la sua partecipazione al festival della canzone italiana (350 mila euro a serata). Polemiche che hanno spinto l’artista a manifestare l’intenzione di devolvere il compenso in beneficenza. Secondo modalità, però, che hanno suscitato ulteriori polemiche. Come detto: soldi che andranno a Emergency e richiesta ai sindaci di sette grandi città di segnalare altrettante famiglie povere a cui devolvere il compenso.

A Melog di Gianluca Nicoletti su Radio 24, in una puntata ironicamente intitolata Il casting della povertà” e con la quale lo stesso Nicoletti ha voluto affrontare il tema, don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, ha espresso il proprio disappunto. E adesso aggiunge: “Non so come sia nata l’idea di lanciare da parte di Adriano Celentano, al festival di San Remo, il progetto dei ‘magnifici sette’: coinvolgere sette sindaci di grandi città d’Italia, Verona, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Cagliari per ‘scegliere’ famiglie povere alle quali destinare parte del compenso incassato per la partecipazione al festival. Accolta la buona intenzione, l’iniziativa è ‘diabolica’, nel senso che aiutare famiglie povere, coinvolgendo sindaci di qualche centinaia di migliaia di poveri per qualche aiuto, costruendoci sopra una specie di spot, offende la dignità delle persone e offende gli stessi Sindaci, chiamati a garantire il minimo di sussistenza a tutti i loro cittadini”.

Continua don Albanesi: “Noi proveniamo da quella cultura cristiana che suggerisce: ‘Quando tu invece fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra’ (Matteo, 6,3). Un atto di umiltà per se stessi e per coloro che si aiutano. E’ una questione di rispetto e di dignità per chi dà e per chi riceve. Dopo le polemiche sul cachet di Celentano probabilmente si è voluto strafare, alzando la voce (questa volta benevola) sul proprio agire”.
“Era invece possibile attivare un progetto per aiutare più persone - conclude don Albanesi -: un asilo per i senza dimora, un aiuto a chi non riesce a pagare le bollette, un sostegno ai minori contro l’abbandono scolastico. Qualcosa che, nel tempo, poteva assistere più persone e in modo stabile. A Roma ci saranno qualcosa come 500-600 mila poveri, figurarsi che senso ha andare a pescare una famiglia tra tutti questi. Ma oramai la pubblicità non si ferma davanti a nessun gesto, perché è diventato un meccanismo depravato e cinico”.

 

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