Espulso torna in Italia La vita in fuga di Mustafa il complice

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ROMA — Il suo amico e complice è morto impiccato, suicidio o omicidio non è del tutto chiaro. Lui invece è ancora in fuga, ricercato per il duplice omicidio del commerciante cinese Zhou Zeng e della figlioletta Joy. Secondo gli investigatori è probabile che i due assassini di Torpignattara si siano separati pochi giorni dopo la rapina degenerata in un doppio delitto; poi uno — il trentenne Mohamed Nasiri — è finito con una corda al collo in un casolare lungo la via Boccea, mentre l'altro potrebbe essere riparato all'estero. Chi dice in Francia, chi in Spagna. Anche lui è marocchino, come Mohamed, ma di qualche anno più giovane. 
Si chiama Mustafa B., ma è stato controllato, arrestato, liberato ed espulso con almeno un altro paio di identità. Una volta ha dichiarato di essere nato nel 1990, un'altra nel 1988. La sua storia è simile a quella di Mohamed e di tanti altri immigrati che, clandestini o meno, fanno avanti e indietro con le galera. Sono i clienti che ogni giorno passano dalle cosiddette «porte girevoli» delle prigioni, nel senso che entrano, finiscono davanti al giudice che convalida l'arresto e poi escono, scarcerati in attesa del processo. O dell'arresto successivo. 
Il primo fermo di Mustafa in Italia risale al 2006, a Roma, preso dalle Volanti e accusato di rissa aggravata. Fu identificato come clandestino, ma se la cavò con un affidamento ai Centri che accolgono i minorenni senza famiglia, perché tale si dichiarò. Un anno dopo fu nuovamente controllato dalle forze dell'ordine: ormai era divenuto maggiorenne, e accertata la clandestinità scattò l'espulsione. Ma Mustafa non se ne andò, restò in Italia e collezionò altri arresti per i soliti reati. Furti e rapine. 
Dal 2009, però, gli ordini di espulsione si bloccano perché il giovane marocchino presenta la domanda per ottenere il permesso di soggiorno attraverso la sanatoria. Mustafa apre la pratica presso la questura di Lecce perché in quella città — sostiene — c'è qualcuno che l'ha chiamato per svolgere un lavoro subordinato, e in attesa che la burocrazia faccia il suo corso può continuare a circolare. Il 13 febbraio 2010 viene fermato alla Romanina, periferia est della capitale, durante lo sgombero di un casale occupato da maghrebini. In quell'occasione vengono identificati una dozzina di persone, tra cui Mustafa e pure Mohamed Nasiri, che forse è già suo complice nei reati di cui entrambi vivono. Tre mesi dopo, a maggio, Mustafa finisce ancora in carcere, per il furto di un motorino; anche stavolta stessa trafila: comparsa davanti al giudice, convalida dell'arresto e liberazione. La pratica per la sanatoria è ancora in itinere, e dunque il giovane marocchino ha diritto a restare in Italia. 
L'ultimo incontro con le forze di polizia avviene il 22 aprile scorso: Mustafa B. viene segnalato durante una normale operazione di controllo di extracomunitari nella zona dell'Esquilino, ma anche stavolta non succede nulla. Solo poche settimane dopo, infatti, da Lecce arriverà la comunicazione che la pratica per la sanatoria non è andata a buon fine, e dunque quell'immigrato sbarcato chissà quando e chissà come dal Marocco torna ad essere un clandestino. Da allora non viene più ripreso. Lascerà le sue impronte digitali, insieme a quelle di Mohamed Nasiri, sulla borsa rapinata alla cinese Lia Zeng, la sera del 4 gennaio, dopo il colpo di pistola che ha ucciso il marito e la figlia della donna; e tre mesi prima su un casco col quale fu aggredita un'altra cinese derubata. 
Le ricerche di Mustafa proseguono senza sosta, così come le indagini dei carabinieri su eventuali favoreggiatori nella fuga. E continuano gli accertamenti sulla morte di Mohamed Nasiri. Nonostante l'ipotesi prevalente resti quella del suicidio, la Procura non esclude l'omicidio. Oggi si svolgerà l'autopsia, che dovrebbe dare risposte anche sulla ferita al volto, apparentemente recente, rilevata sul cadavere di Nasiri. Si capirà se l'uomo aveva ingerito il veleno per topi e l'ammoniaca di cui sono stati trovati i contenitori vicino al corpo. Mohamed era abbastanza alto, ma bisognerà capire se era in grado, da solo, di agganciare la corda alla quale è stato trovato appeso e di infilarsi il cappio al collo. Non aveva fissa dimora e tirava avanti a rapine, ma amava indossare capi firmati. Chissà se autentici oppure no. Quando è morto aveva scarpe bicolori Calvin Klein, una cintura a scacchi Yves Saint Laurent, un bomber marca Refrigiwear e un cappellino con visiera col marchio di Gucc

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