Bombe e sparizioni, Cosenza è un noir

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Un autocompattatore i fiamme, un bar distrutto, il figlio di un malavitoso scomparso nel nulla. Il filo rosso delle estorsioni e dell'ecomafia dietro l'escalation di violenza

COSENZA Dov'è finito Luca Bruni, il figlio di Bella Bella? Perché è andato a fuoco l'autocompattatore di Ecologia Oggi? E cosa c'è dietro la distruzione del Capital Bar, il grande locale di via Popilia, oggi ridotto a un cumulo di macerie? C'è un filo invisibile che tiene assieme i tre episodi? Forse. Un dato è comunque certo. È come se Cosenza dall'inizio dell'anno si sia trasformata in un immenso set cinematografico. Un film di mala, dalla trama intricata e dai personaggi sfumati. Un noir girato in ambienti di mafia e di ecomafia, che lambisce la politica locale. E con tanta criminalità comune.
Cosenza ha paura
«La capitale delle estorsioni». Così l'ha definita in un'intervista a Calabria Ora, Giuseppe Lumia (Pd), già presidente della Commissione parlamentare antimafia. Racket, dunque. Ma non solo. Anche ecomafia, e una pax mafiosa che non regge più. E ora Cosenza ha paura. Sembra di esser tornati agli anni Ottanta, ai tempi del coprifuoco, quando il capoluogo bruzio era annichilito da una spaventosa guerra di mafia. Partiamo dal Capital bar di via Popilia. Oggi non esiste più, ridotto in polvere dalla notte del 7 gennaio scorso. Ci sono solo macerie, le vetrate son volate dall'alta parte della strada, i venti appartamenti sopra l'esercizio commerciale hanno resistito. Lo stesso non può dirsi per la lavanderia alla destra del bar. Distrutta anch'essa da un ordigno contenente un'enorme quantità di polvere pirica pressata, affiancata ad una bottiglia piena di benzina. Qui un boato così forte non se lo ricorda nessuno. E ne ha viste tante il tracciato di via Popilia nella sua storia. Dai morti ammazzati delle guerre di mafia ai cellulari blu notte che trasportano i detenuti fuori e dentro il vicino carcere. Ma un botto così rimane impresso nella memoria del quartiere popolare. Ma perché? L'intimidazione a scopo estorsivo sarebbe la risposta più ovvia. In teoria. Perché questa è solo una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti. E i dubbi aumentano e il mistero si fa più fitto se uno scava nella storia recente del Capital Bar. Oggi il locale appartiene ad un uomo di 41 anni con piccoli precedenti risalenti a tanti anni fa. Lo aveva rilevato dal precedente proprietario ovvero una figlia del boss di Cosenza Francesco Bruni, meglio noto come Bella Bella, ucciso in un agguato nel 1999.
Lupara bianca?
Bruni, un cognome che a Cosenza è sinonimo di 'ndrangheta. Che richiama un altro recente fatto di cronaca. Dal 3 gennaio scorso non si ha più traccia di Luca Bruni, il figlio di Bella Bella, uscito dal carcere dopo aver scontato una condanna a sette anni di reclusione scontati in Puglia. Il timore è che si tratti di lupara bianca. Ammesso che sia stato fatto sparire chi ha voluto tutto ciò? C'è una nuova guerra di mafia sul territorio? La pista seguita dagli inquirenti porta dritta alla 'ndrangheta del Crati, un'organizzazione ancora incisiva e potente che controlla il mercato delle sostanze stupefacenti, il racket delle estorsioni, che insidia «il clan degli zingari», gli Abruzzese, nel campo dell'ecomafia.
L'agguato all'autocompattatore
Pochi giorni dopo la scomparsa di Luca Bruni, ma prima della denuncia della famiglia, a Serra Spiga, un autocompattatore della società Ecologia Oggi, la ditta lametina che gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani in città, viene dato alle fiamme. Tre persone, armate di pistole e mitragliette, dopo aver fermato il mezzo e fatto scendere l'autista, appiccano il fuoco e distruggono il camion. Gli inquirenti sospettano che si tratti di un agguato di stampo 'ndranghetista. Perché le cosche si fiondano su tutto ciò che produce ricchezza. E il business dei rifiuti è diventato una specie di miniera d'oro. Un tempo c'erano le discariche e i depuratori, adesso c'è l'opportunità di controllare tutta la filiera della differenziata. Ma con la monnezza ci sono in ballo anche posti di lavoro. Tante «buste paga», assunzioni per amici e «amici degli amici». E anche pacchetti di voti. Un business che i clan cosentini avevano fiutato già nel 2010 quando tentarono di "convincere" il presidente della società, con un proiettile sistemato davanti alla sede aziendale di via Popilia. Un paio di lettere minatorie le ricevette anche Giovanni Cipparrone, sindacalista Uil e, all'epoca, presidente della seconda circoscrizione. Cipparrone era coordinatore dei servizi meccanizzati di Ecologia Oggi. Ma prima lavorava alla Vallecrati spa, l'azienda che si occupava a Cosenza dello smaltimento dei rifiuti. Travolta da una valanga di debiti, Vallecrati è poi fallita. Lasciando libera un'appetitosa fetta di mercato.
Affari verdi
La scalata di Cipparrone nella politica che conta è continuata alle recenti Comunali. Ha preso una barca di voti (oltre 2mila), raccattati prevalentemente nei seggi di via Popilia. Oggi Cipparrone siede sugli scranni di Palazzo dei Bruzi, come capogruppo di Sel in consiglio comunale. Di lui si parla però nella recente "Relazione della Commissione parlamentare sulle ecomafie". Il suo nome è accostato a quello di Ciccio Rovito, già consigliere comunale dei Verdi, presidente della azienda di servizi ambientali Alto Tirreno Cosentino Spa, arrestato un mese fa nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Paola che ipotizza illeciti nello smaltimento dei rifiuti. A detta degli inquirenti Rovito sarebbe stato l'uomo degli Abbruzzese nella scalata a Valle Crati Spa. Nella Relazione sulle ecomafie si fa riferimento alle pressioni esercitate per far subentrare la Alto Tirreno Cosentino nella gestione dei servizi per la raccolta rifiuti. Vengono citate «le clamorose proteste» che si erano verificate a Cosenza: l'occupazione del Municipio, l'incendio dell'albero di Natale, le sedie, le suppellettili, i banchi lanciati dal balcone che dà su piazza dei Bruzi. «A queste forme di estrema contestazione - si legge nella Relazione- non era estranea una precisa strategia di uno degli operai (Cipparrone ndr) il quale guidava tutte le manifestazioni di piazza, tenendo contatti anche con la stampa per dare maggiore risalto, nel tentativo non andato a buon fine di favorire l'ingresso della Alto Tirreno Cosentino Spa nella fetta di mercato che la società Valle Crati stava per lasciare libera». Rovito, con precedenti per truffa e associazione a delinquere finalizzata all'emissione di fatture false, già amministratore della Multiservizi Spa, «per il perseguimento di tale risultato (gestire il servizio di raccolta dei rifiuti in città ndr) era affiancato dalla cosca denominata "degli zingari" facente capo alla famiglia Abbruzzese». Tali fatti pur non essendo mai sfociati in inchieste disegnano tuttavia uno scenario torbido, un magma di politica, affari e monnezza. In una città che d'improvviso sembra aver fatto un salto all'indietro di trent'anni. Una scia di violenza, per marcare il territorio e inviare messaggi.

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