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11 Novembre 2011
Dal 1° gennaio 2012 qualche milione di galline europee potranno alzare un pochino le ali nelle gabbie ampliate per decreto Ue, dopo anni di tolleranza. Le fortunate sono le ovaiole, e non tutte. Le altre, riproduttrici, resteranno immobili nel loro spazietto. Chi non si adegua non potrà vendere le uova. La direttiva era del 1999, un piccolo passo effetto delle lotte animaliste ma un niente rispetto alle condizioni in cui vivono polli e tacchini negli allevamenti intensivi, invenzione dell'agricoltura industriale che ha rotto il rapporto equilibrato tra numero degli animali e terreno, recuperato oggi dalle aziende biodinamiche e organiche. Leggete "Se niente importa", il saggio-diario di Jonathan Safran Foer, scritto dopo tre anni di viaggi negli Stati Uniti per indagare gli spazi dove la carne è un animale-macchina. Dopo è difficile mangiare un pollo e il tacchino del Ringraziamento appare per quello che è: una infelice specie costruita in laboratorio e gonfiata di farmaci per adattarsi alla breve vita che l'aspetta. E i mega macelli dove polli, tacchini, maiali e vitelli concludono la loro breve vita potrebbero ben figurare in un film dell'orrore. I primitivi ringraziavano l'animale ucciso, segno di rispetto sconosciuto ai moderni. Chiusa millenni fa l'era dei cacciatori, mangiare carne è diventato un obbligo in tempi recenti nonostante le controindicazioni per la salute. Gli studi che la iscrivono tra le cause ambientali di molte malattie, dal cancro alle cardiovascolari, si sono moltiplicati dagli anni Ottanta e anche gli Istituti nazionali della nutrizione ne raccomandano un consumo limitato. Per questo bastano piccoli allevamenti al pascolo in aziende biologiche e tradizionali che lavorano per la qualità del cibo e rispettano i loro animali fin dentro ai macelli.











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