Israele, la legge che in nome della sicurezza separa mariti e mogli

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Matrimoni israele e palestina



Brano consigliato per la lettura di questo post: “Love Will Tear Us Apart”, dei Joy Division. Anche se sarebbe più corretto scrivere “Law” al posto di “Love”.

Alcuni giorni fa, la Corte suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato da un gruppo di cittadini palestinesi e di organizzazioni per i diritti umani, che chiedevano l’annullamento di una legge del 2003che nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per gli sposi palestinesi dei cittadini israeliani (nella foto sopra, i protagonisti del film Strangers che racconta dell’amore tra un israeliano e una palestinese).

Una legge discriminatoria, che era stata adottata come risposta alla serie di spaventosi attentati che in quel periodo aveva colpito Israele. Il governo israeliano riteneva che attraverso l’escamotage dei matrimoni misti, si potessero infiltrare in Israele potenziali terroristi. Il timore dell’infiltrazione è, tra l’altro, nove anni dopo, alla base di un nuovo recentissimo provvedimento che rischia di pregiudicare i diritti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.Ma torniamo alla legge del 2003, concepita all’epoca come provvisoria, tanto che ne era previsto il rinnovo ogni sei mesi e che invece è rimasta in vigore per quasi un decennio. Sei giudici contro cinque della Corte suprema, hanno confermato l’impianto e le motivazioni di fondo della legge: le ragioni di sicurezza israeliane prevalgono rispetto al diritto alla vita familiare.

Ehab e Bayam, israeliano lui, palestinese lei, si sono sposati quattro anni fa. Un anno dopo è nata Noor. Bayam è della Cisgiordania e non può vivere in Israele. Secondo la legge che la Corte suprema ha appena confermato, Ehab non può trasmettere la cittadinanza israeliana a sua moglie, che può entrare in Israele solo con un permesso temporaneo speciale rilasciato dal ministero dell’Interno.

La prima volta che questa famiglia ha vissuto nella stessa casa è stato l’anno scorso, durante un soggiorno negli Usa. Al ritorno in Israele, Bayam ha ottenuto quel permesso ed è andata a vivere nel villaggio di Ehab.

Ma c’è una differenza fondamentale tra vivere in Israele ed entrare in Israele: la stessa che passa tra poter vivere con la tua famiglia e poterle fare visita.

La differenza la illustra ancora meglio la vicenda di Shayma e Ahmad. Lei palestinese di Betlemme, lui israeliano di Ashkelon, dove lavora come affermato ginecologo. Si sono sposati quattro anni fa e hanno due figlie.

Shayma ha ottenuto il permesso d’ingresso solo due anni fa ed è andata a vivere con Ahmad nei pressi di Ashkelon. Il permesso temporaneo le ha consentito unicamente di entrare in Israele ma non le ha conferito alcun diritto di accedere ai servizi di cui i cittadini e i residenti usufruiscono. “Mia moglie non può ricevere dallo stato i servizi che io fornisco per conto dello stato”, commenta amaro Ahmad.

“Ai posti di blocco, dobbiamo fare percorsi separati” – ricorda Shayma. “Io devo uscire dall’automobile per passare i controlli, Ahmad rimane dentro con le bambine. Ogni volta che succede, le bambine si mettono a piangere”.

Lo stesso, se vogliono andare all’estero. Ahmad e le bimbe vanno direttamente in aeroporto, Shayma deve imbarcarsi dalla Giordania.

Il permesso di Shayma è scaduto il 15 gennaio. Teme che non le sarà rinnovato e che non potrà più vivere con suo marito. Centomila famiglie hanno la stessa paura.

La proroga semestrale della legge scade alla fine di gennaio. Le organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani, dopo quasi 20 rinnovi consecutivi, continuano a chiedere che sia abolita. Dopo la sentenza della Corte suprema, temono sarà più difficile.

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