Tre anni di carcere per Nabil Rajab, attivista dei diritti umani

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BAHRAIN - La repressione che in Occidente non fa scandalo, il paese di al Khalifa è strategico «in chiave Iran» Nabil Rajab, uno dei più noti difensori dei diritti umani in Bahrain, è stato condannato a tre anni di carcere per aver partecipato a tre manifestazioni non autorizzate. La sentenza, letta due giorni fa, ha fatto il giro del mondo, ma in Italia è stata ripresa solo dal web e da qualche giornale mentre è stata ignorata da un'importante agenzia di stampa nazionale che dall'inizio di agosto ad oggi pubblica un'unica notizia sul Bahrain: il Vaticano ha trasferito la sede centrale del vicariato apostolico dell'Arabia del Nord dal Kuwait al Bahrain. Eppure nei giorni scorsi era arrivata un'altra importante notizia da questo minuscolo arcipelago del Golfo dove la popolazione, in maggioranza sciita, attua una rivolta non violenta contro la monarchia sunnita degli al Khalifa, pagando un prezzo alto di morti, feriti e detenzioni per la sua lotta in nome dei diritti e l'uguaglianza. Il 14 agosto la Corte d'appello del Bahrain ha rinviato, per motivi rimasti oscuri, la sentenza del processo che vede imputati 13 esponenti di primo piano dell'opposizione - Amnesty International li considera prigionieri di coscienza - che guidarono le manifestazioni dello scorso anno in Piazza della Perla. La sentenza sarà annunciata il 4 settembre. Anche Nabil Rajab era stato tra gli organizzatori delle manifestazioni contro il governo iniziate nel febbraio 2011 e da allora ha continuato con la sua organizzazione per i diritti umani a denunciare la brutalità della delle forze di sicurezza della monarchia contro manifestanti e attivisti del movimento di opposizione. Secondo dati ufficiali i morti sarebbero stati una cinquantina nell'ultimo anno e mezzo. Dati che non includono, dicono gli attivisti, le decine di persone morte a causa dei gas lacrimogeni sparati dalla polizia, un tipo particolarmente tossico che avrebbe effetti letali sui ragazzi, anziani e sulle persone con problemi respiratori. Arrestato all'inizio di giugno, Rajab lo scorso 9 luglio era stato già condannato a tre mesi di carcere per calunnia a causa di alcuni suoi post su Twitter. Due giorni fa è arrivata una condanna pesantissima, se si considera il reato che gli veniva contestato. «Una giornata nera per la giustizia nel Bahrain», ha commentato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Africa del Nord e Medio Oriente di Amnesty. «Questo verdetto, se non altro, ha posto la parola fine alle riforme di facciata nel paese - ha aggiunto Sahraoui - Di fronte a tattiche così brutali di soppressione del dissenso, la comunità internazionale non può più illudersi che il Bahrein abbia intrapreso il cammino delle riforme. I partner internazionali devono farlo presente chiaro e forte alle autorità del paese». I «partner» internazionali del Bahrain invece fingono di non vedere. Certo, sia Washington che Bruxelles si sono detti «preoccupati» per la pena di tre anni di carcere inflitta a Nabil Rajab. Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, ha detto di «augurarsi che la pena inflitta a Rajab venga rivista in appello». E la portavoce del Dipartimento di stato, Victoria Nuland, ha aggiunto che una decisione come quella presa dal tribunale può «dividere ulteriormente la società del Bahrain». Stati Uniti e Ue non rinunciano all'ipocrisia che contraddistingue la loro posizione verso il Bahrain, paese che ospita la base della V Flotta americana e che, pertanto, occupa una posizione strategica nell'area del Golfo, davanti alle coste del «nemico» iraniano. «Gli attivisti in Bahrain hanno capito che se il regime degli Al-Khalifa esiste ancora è solo grazie alle grandi potenze - commenta la giornalista bahranita Yusur al Bahrani in un suo articolo - Gli Usa non hanno mai cessato di firmare accordi relativi alla vendita di armamenti col governo del Bahrain. Gli imperialisti danno le armi che sono poi usate per attaccare manifestanti pacifici,». Essere solidali con i manifestanti in Bahrain, conclude al Bahrani, «significa appoggiare lo slogan che cantano durante le proteste: America, le tue armi ci uccidono».

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