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11 Novembre 2011
Annullata la condanna. La rabbia della famiglia: è un´ingiustizia. Per la morte del Pirata restano responsabili i due spacciatori che hanno patteggiato
A cesenatico e su Facebook, a casa e tra i fedelissimi di Marco Pantani, rabbia e amarezza rompono gli argini, dilagano, diventano lacrime e post. A Lecce, la città dove è tornato dopo le manette e un mese di cella e la gogna sui giornali, l´ultimo degli imputati adesso gira a testa alta. La Cassazione ha riscritto, e definitivamente, parte della verità giudiziaria sulla tragica fine di Marco Pantani. Fabio Carlino, uno dei tre uomini accusati di aver fornito al "pirata" la dose assassina di cocaina, non è responsabile della morte del campione romagnolo, conseguenza dello spaccio e dell´assunzione di droga. La suprema corte ha annullato e azzerato la condanna bis, la conferma in appello dei 4 anni e 6 mesi inflitti in primo grado al trentquattrenne, assieme a 300mila euro di provvisionale.
Non bastano, ai genitori di Marco, i due patteggiamenti con cui sono usciti di scena il barista e il "cavallo" che avevano procurato e consegnato al figlio la polvere bianca, le pene accorciate di tre anni dall´indulto. «Non è giustizia. Lo sapevano tutti - ripete Paolo Pantani, a costo di esporsi a querele - che quello lì, l´ultimo rimasto, controllava il giro della droga dalla Riviera a Napoli. Due processi lo hanno confermato. Non so, non comprendo perché adesso sia stato assolto. So che questa sentenza uccide Marco una seconda volta e stronca noi. Mio figlio è stato perseguitato da vivo, ora lo è da morto».
Anche per la madre, Tonina Belletti, la decisione della Cassazione è sale sulle ferite. «Sono molto, molto arrabbiata. Questo prima è colpevole e poi no - si sfoga - Vorrei sapere come è morto Marco, è un mio diritto. Sono sette anni che sto cercando di capirlo, sto spendendo un capitale in avvocati. Ma qui un giorno uno è colpevole e il giorno dopo innocente, perché la gente ha fatto troppo clamore. Non voglio vendetta. Voglio giustizia. Farò di tutto per riaprire il processo. Mi è morto un figlio, non un cane».
Per Fabio Carlino è come tornare a respirare. All´avvocato che lo ha rappresentato a Roma, il penalista Alessandro Gamberini, dice: «Finalmente. Ora posso essere sereno. Esco da un incubo». E pure lui gronda amarezza: «Considero una vergogna civile il fatto che, dopo e nonostante il verdetto che ha accertato e sancito la mia totale estraneità anche in relazione allo spaccio, i media continuino a indicarmi come il pusher di Marco Pantani». Il difensore va oltre: «Già in primo grado la condanna era appiccicaticcia. La condanna di secondo grado era motivata malissimo. La Cassazione ha rimediato a ciò cui non si sarebbe nemmeno dovuti arrivare, se i giudici di merito avessero prestato maggiore attenzione alle "prove"». Il problema di fondo, secondo l´avvocato dell´assolto, «è che questa vicenda ha avuto grandissima eco, come ha riconosciuto lo stesso procuratore generale: gli inquirenti sono stati spinti a cercare responsabilità in ogni angolo, anche dove non ce ne erano».
Con la decisione della Cassazione svanisce per la famiglia Pantani la prospettiva di un risarcimento, labilissima in partenza. Carlino l´innocente, che in Romagna faceva l´agente di ragazze immagine e in Puglia si è buttato nel settore fotovoltaico, non aveva beni e redditi aggredibili. Adesso non deve più nulla a nessuno. «Non è mai stata una questione di soldi - dice Paolo Pantani - Li avremmo donati, in beneficenza, per aprire una scuola per giovani ciclisti».











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