Ultima chiamata della Bce sul Fondo salva Stati

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Le conseguenze se i governi non lo sosterranno

Può essere che Mario Draghi sappia qualcosa che noi non sappiamo quando parla di «situazione molto grave». Ma anche con quel molto che tutti sanno, non ci sono dubbi: l'euro è arrivato al bivio fatidico e orribile. O lo si lascia andare, con conseguente catastrofe economica globale, o lo si salva (si fa per dire) svuotandolo dall'interno. 
In ogni caso, il sogno di una valuta comune europea di peso mondiale, capace di competere con il dollaro, sta per finire nel cassetto per chissà quanti anni. Alla fine della crisi finanziaria, quando ci si arriverà, il dollaro sarà ancora la valuta dominante, di gran lunga: a contenderle il primato, prima o poi, ci sarà forse una moneta asiatica, ma non l'euro. 
Il presidente della Banca centrale europea ieri parlava ai politici, al Parlamento europeo, dopo che Standard & Poor's aveva declassato il Fondo salva Stati europeo e il presidente Nicolas Sarkozy aveva rinviato l'incontro a tre con Angela Merkel e Mario Monti. Dava insomma un ulteriore messaggio ai governi immobili: nelle ultime settimane la situazione è peggiorata, invece di migliorare. 
Soprattutto, nel fondo Efsf — lo strumento al quale i governi dell'eurozona si sono affidati per alzare un muro contro le vendite di titoli pubblici dell'area euro — si è aperta una crepa evidente, ora che ha perso la tripla A. 
Altre potrebbero aprirsi. In parallelo, la crisi greca è a un passo dal finire del tutto fuori controllo: i politici europei, in gran numero, danno Atene ormai per persa alla moneta unica. 
Non lontano, il Portogallo sta tornando al centro dell'attenzione, visto da molti come vittima successiva a quella greca. Non si può ancora dire che la politica abbia iniziato a sventolare bandiera bianca ma ci siamo vicini: il senso di impotenza si respira. 
Draghi rischia ora di trovarsi davvero nella condizione di unico baluardo contro il crollo della moneta unica. Negli ultimi giorni, la Bce ha aumentato l'acquisto di titoli di Stato dei Paesi in crisi e se le tensioni sui mercati cresceranno dovrà farlo in misura ancora più consistente. In molti Paesi sta diventando concreto lo scenario peggiore: l'unico compratore di titoli pubblici a lunga scadenza è la Bce. Perché la paura che tutto finisca fuori controllo cresce e i continui declassamenti uniti alla paralisi politica la alimentano. 
In questo modo, però, la Banca centrale corre due pericoli. Da una parte aumenta in misura significativa il proprio bilancio e corre il rischio di dovere registrare enormi perdite: ipotesi devastante. 
Dall'altro, rischia di indebolire sempre più la struttura interna dell'euro: se arriverà a dovere creare grandi quantità di moneta — pena il grande crash —, farà dell'euro una moneta ad alto contenuto d'inflazione, intrinsecamente condannata a essere debole e guardata con sospetto dagli investitori. La fine di un progetto. 
È vero che anche in America si stampa moneta, ma il dollaro è la valuta di riserva e gli investitori per ora continuano a comprarla, non fosse altro perché non ci sono alternative, a maggiore ragione se l'euro finirà inflazionato. Questo non è un complotto americano e di Standard & Poor's: l'esito, cioè la fine dei sogni di gloria degli europei, è però quello che avrebbe sperato il cospiratore.

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