Parigi trema addio vertice

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Salta l'incontro a tre tra Merkel, Sarkozy e Mario Monti. Se ne riparlerà a febbraio. Ma l'Eliseo smentisce di aver chiesto il rinvio Moody' condivide l'analisi di S&P, ma mantiene la «tripla A» sul debito pubblico francese


PARIGI - Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha confermato da Madrid il rinvio dell'incontro a tre con il premier italiano Mario Monti e con la cancelliera tedesca Angela Merkel previsto per questo venerdì a Roma. Sarkozy ha ricordato che negli ultimi giorni ci sono stati incontri bilaterali fra i tre leader e che «non era necessario fare dieci giorni dopo quello che avrebbe potuto sembrare come un nuovo vertice». Tutto rinviato afebbraio, dunque, dopo che per tutta la giornata erano corse voci su «difficoltà francesi», sempre smentite dall'Eliseo. Ma qualche problema deve essere sorto per interrompere un percorso che sembrava già chiaro. Del resto, un vertice che non può produrre decisioni importanti è altrettanto problematico della sua cancelazione.
Dopo il colpo ricevuto venerdì da Standard & Poor's, che ha fatto perdere una A al rating transalpino (ora AA+), la Francia si consola con Moody's, la seconda agenzia mondiale, che ieri ha confermato la «tripla A» e si è data ancora qualche mese per decidere se Parigi merita il downgrading. Consolazione anche dalla Borsa, che non è crollata, e dai tassi di interesse sui titoli di stato, che non si sono impennati. Anzi, ieri la Francia ha collocato più di 8 miliardi con tassi in ribasso (ma per avere maggiori certezze bisogna aspettare il collocamento, giovedì, di 7,5-9,5 miliardi a 2, 3 e 4 anni). Per Moody's i «fondamentali sono solidi», il governo ha mostrato capacità nel far passare riforme impopolari, ma «le prospettive di crescita presentano rischi significativi» e non sono controllabili dal controllo del governo. Moody's è insomma dell'idea di S&P: i soli piani di austerità non bastano, la strada per uscire dalla crisi passa dalla crescita. Ma la recessione minaccia tutta la zona euro.
Sulla base di questi giudizi, il vertice con sindacati e padronato che l'Eliseo aveva convocato prima dello choc del downgrading per domani sarà tutto dedicato alla competitività. La ricetta del governo è classicamente ultraliberista: bisogna abbassare il costo del lavoro in Francia per reindustrializzare il paese. Sarkozy proporrà l'introduzione della cosiddetta «Iva sociale», cioè qualche punto in più in cambio di sgravi ai contributi padronali, per rendere meno caro il lavoro. Il governo punta anche a riformare a passo di corsa il diritto del lavoro, per renderlo più «flessibile»: vuole introdurre dei contratti a livello di impresa di «competitività-lavoro», che permettano di agire sui salari (abbassandoli) e sul tempo di lavoro (allungandolo) in funzione della congiuntura (il modello viene dalla Germania). Sta girando anche la voce della soppressione della quinta settimana di ferie. «Non accettiamo un paesaggio di partenza che consiste nel cercare di convincerci che costiamo troppo cari», ha messo in guardia Bernard Thibault, leader della Cgt.
Sarkozy vuole presentare all'Europa il suo nuovo piano di austerità mascherata, una specie di kartoffelkur, la «cura delle patate» a cui aveva fatto ricorso la Danimarca a metà anni '80 per recuperare l'A che aveva perso. La zona euro è di nuovo in pieno marasma e il piano di salvataggio della moneta unica è a rischio. Ieri, il presidente del consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha confermato la tabella di marcia: il fiscal compact sarà approvato a marzo, per entrare in vigore a luglio, mese in cui sarà operativo anche il Mes, il successore del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf). Bruxelles vuole evitare che il Fesf paghi con la perdita del rating AAA il downgrading della Francia, secondo contributore dopo la Germania (con l'Austria, che ha anch'essa perso una A, i due paesi finanziano un quarto del fondi del Fesf). 
Si accelera sul Mes, perché sarà meno dipendente dal rating, visto che è dotato di capitale proprio (80 miliardi, che salgono a 500 per l'effetto leva). Ma ormai ogni paese nella zona euro pensa a se stesso. Spagna e Portogallo ritengono di pagare più caro a causa della crisi degli altri paesi della zona euro. La Germania rifiuta di essere considerata l'ultimo ricorso e di dover pagare per gli altri, cosa che teme di dover fare per tenere a galla il Fesf.

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