La riforma della Bce non è più un tabù. Ma non sarà come la Fed

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Nella giornata di ieri tutte le aste di titoli di stato europei (Spagna e persino Grecia) sono andate bene, facendo prendere respiro agli spread dei vari paesi nei confronti dei bund tedeschi. Ma nelle stesse ore, sul Wall Street Journal, uno dei consiglieri della Bce - l'austriaco Ewald Nowotny - riapriva con un'intervista la discussione su una possibile riforma della Banca centrale. 
Che l'architettura istituzionale europea faccia acqua da molte parti, è certo. Che il mandato della Bce - combatte l'inflazione e basta- non sia sufficientemente flessibile, anche. Che, infine, il «modello Federal reserve Usa» non sia replicabile per molti motivi (a partire dalla mancanza di uno «stato unitario europeo»), altrettanto. E proprio tra questi scogli Nowotny ha dovuto tracciare una rotta di riforma possibile per Francoforte. Parlando ovviamente da «interno», ovvero come «persona informata sulle ipotesi».
L'acquisto dei titoli di stato sul mercato secondario, infatti, ha ormai mostrato limiti insuperabili. A partire da quelli quantitativi. In un anno e mezze la Bce ha speso 217 miliardi, 100 dei quali solo per i Btp italiani, senza arrestare l'emorragia. Nel 2012 il Tesoro dovrà rifinanziarsi per oltre 450 miliardi; la Spagna per una cifra di non molto inferiore. Qualsiasi problema eventuale sarebbe inaffrontabile dalla Bce con quello strumento. 
Sul breve periodo, non resterebbe che abbassare il tasso di interesse principale, portandolo per la prima volta - da quando c'è l'euro - al di sotto del 1%. Accompagnando magari la mossa con un altro «prestito triennale illimitato» al tasso dell'1%. Il problema è che le banche prendono, sì, a prestito, ma poi «congelano» la liquidità depositandola di nuovo presso la stessa Bce (ieri il nuovo record: oltre 500 miliardi), perché temono di non vedersi restituire le somme persino da altre banche. 
Ogni altra misura fuori da questo ristretto ventaglio è decisamente «non standard» (lo è anche l'acquisto dei titoli di stato sul mercato secondario), e incontra certamente la contrarietà tedesca. Scartato quindi il «modello Fed», e le relative possibilità di «quantitative easing», secondo vari operatori non resta che la trasformazione del fondo salva-stati (Efsf, che a giugno cambierà nome in Esm) in una vera e propria banca. Che a quel punto potrebbe accedere ai prestiti della Bce per girarli, senza altri ostacoli, verso gli stati nazionali.
Una partita di giro colossale che avrebbe l'unico pregio di non scontentare la Merkel. Tutto da vedere, invece, che possa sortire gli effetti sperati se permangono - come non si fa altro che ripetere - i vincoli di spesa agli stessi stati. Se l'unica spesa «ammessa» è il pagamento dei debiti (e degli interessi), in una situazione di investimenti privati fermi e di prestiti bancari «congelati», chi mai potrà assumersi il compito di dare ossigeno alla ripresa? «Il mercato»? Ci sarebbe da ridere, se ce ne fosse la possibilità...

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