«Atene è la cavia d'Europa, ma il clima sta cambiando»

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Lo scrittore di «Z-L'orgia del potere»: «Con Hollande e Monti aria nuova»


ATENE — È stato il più giovane tra i capi di partito, «con quella faccia da Adriano Celentano», a spingerlo verso la decisione di candidarsi. Per la prima volta, a 77 anni. Vassilis Vassilikos non ama Alexis Tsipras, perché da quella faccia «traspare troppa arroganza, sembra convinto che la sinistra non sia mai esistita senza di lui. E Marx? E Lenin? Mi considero un intellettuale gramsciano e per me è un atteggiamento inaccettabile».
Per il debutto lo scrittore ha scelto come partito Sinistra Democratica, i «cugini» ribelli che hanno lasciato Syriza, la coalizione di gruppi radicali. «Rappresentano la sintesi tra Nuova Democrazia/Pasok (la tesi) e Syriza, l'antitesi. Non sarò eletto, ma volevo comunque fare un gesto simbolico». Non gli piace Tsipras e non gli piace chi lo paragona ad Andreas Papandreou, lo storico leader socialista. «Papandreou era un genio dell'economia e anche i tempi erano diversi: negli anni Ottanta il denaro affluiva verso la Grecia dalla Comunità Europea, adesso se ne scappa fuori. Tsipras non ha mai conosciuto la povertà, non sa di che cosa parla. L'unico punto in comune tra i due: la demagogia e il populismo».
«L'orgia del potere», che ha raccontato nel romanzo Z diventato il film diretto da Costa-Gavras, non è più quella dominata dai Colonnelli. «I dittatori del Ventunesimo secolo — commenta — sono gli speculatori, gli investitori internazionali che hanno abolito la democrazia per imporre il dispotismo dell'economia». Vede la Grecia ancora una volta sfruttata come cavia da laboratorio. «Negli anni Sessanta la strategia dei colpi di Stato venne provata qui e ne siamo usciti dopo sette anni. Allora io vivevo a Roma e so quanto gli italiani fossero preoccupati che succedesse anche a loro, che Atene fosse solo la prima tappa. Oggi l'esperimento sono queste misure di austerità. È stato scelto l'anello più debole della catena per somministrare la medicina dei tagli e vedere se funziona. Non ha curato il malato, anzi. Siamo senza via d'uscita». 
Il virus ha almeno indotto i greci a ritornare alla solidarietà. «È l'unico risultato positivo della crisi, sembra di essere di nuovo negli anni Cinquanta, quando eravamo più poveri ma meno individualisti. La famiglia, con la sua rete protettiva, è al centro della società, inevitabile quando ci sono così tanti giovani disoccupati».
Il clima in Europa — spera Vassilikos — sta cambiando. «Dobbiamo ringraziare François Hollande, il presidente francese, e Mario Monti, il premier italiano. Fino ad ora siamo stati guidati da Angela Merkel, che manca di una visione come invece hanno avuto i suoi predecessori alla Cancelleria tedesca fin da Konrad Adenauer».
Il bar dell'elegante quartiere di Kolonaki è quello dove viene da sempre. Beve vino bianco accompagnato da formaggio grana italiano. Siede qui e parla di politica, «di che cosa succederà domani», come i personaggi del racconto Café Émigrec (raccolto in 8 e 1/2 assieme ad altri romanzi brevi): in esilio discutono e giocano a flipper, provano a vaticinare il futuro, la vita dopo i Colonnelli. «Anche adesso rischiamo l'embargo, tagliati fuori dall'Europa. Sarebbe assurdo perché il 90 per cento dei greci vuole restare nell'Unione, si sente europeo più che orientale. Con la Russia esiste solo il legame della religione ortodossa». 
La paura è tornare a essere provincia e provinciale come la sua Salonicco dopo la deportazione del 97 per cento della comunità ebraica verso i campi nazisti. «Quando successe ero bambino, avevo otto anni. Era una città cosmopolita, che faceva parte culturalmente dell'Europa centrale. Lo sterminio degli ebrei ha ridotto Salonicco a essere un pezzo dei Balcani».

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