L’Europa non sta diventando estremista

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Rainer Hachfeld

Nonostante il timore che l’elettorato europeo, frustrato dal declino economico e dall’austerity, stia cadendo nelle braccia degli estremisti eurofobici e anti-immigrazione, la realtà è che i cittadini sostengono ancora a larga maggioranza i partiti tradizionali moderati.

L’economia e l’ordine geopolitico dell’Europa sono in crisi. La disoccupazione, l’austerity e le tensioni tra gli stati hanno convinto molti osservatori che il clima politico nel vecchio continente somigli sempre più a quello degli anni Trenta. Ma si tratta di un’idea in gran parte sbagliata.

Finora il centro politico ha resistito un po’ ovunque. L’aspetto sorprendente non è affatto l’ascesa degli estremismi, ma l’esatto contrario, ovvero quanto sia stata limitata la loro crescita considerando la profondità e la durata della crisi attuale.

La Francia è senza dubbio lo stato in cui la paura di una progressione estremista si è fatta sentire di più. Ad aprile, durante il primo turno delle elezioni presidenziali, le frange radicali hanno guadagnato parecchio terreno. Tuttavia non c’è mai stata alcuna possibilità che il nuovo presidente non fosse uno dei due candidati principali, e dunque il voto assegnato agli estremismi non ha avuto alcuna conseguenza.

Le elezioni parlamentari di giugno invece si annunciavano più problematiche. Se gli estremisti avessero replicato il risultato del primo turno delle presidenziali avrebbero avuto una presenza senza precedenti nel parlamento di Parigi. Tuttavia quando è arrivato il momento decisivo gli elettori hanno fatto marcia indietro. Il reazionario Front National guidato da Marine Le Pen ha ottenuto soltanto due seggi (su 577 totali) alla camera bassa. Il centrodestra e il centrosinistra tradizionali hanno conquistato un totale di 560 seggi.

A sud dei Pirenei, in Spagna, le condizioni economiche sono state molto peggiori rispetto alla Francia. Uno spagnolo su quattro non ha un lavoro, e il governo ha annunciato nuove misure d’austerity praticamente ogni mese. Eppure le elezioni generali dello scorso novembre hanno prodotto un cambio della guardia dal centrosinistra al centrodestra tanto noioso quanto netto. Con l’eccezione della crescita del partito Sinistra unita (dal 4 al 7 per cento), gli estremisti non hanno guadagnato rispetto alle elezioni del 2007.

L’altro stato della penisola iberica, il Portogallo, è da più di un decennio l’economia con la crescita più lenta in Europa. Le ultime elezioni si sono svolte 15 mesi fa, quando il governo era da poco stato costretto a chiedere un bailout all’Unione europea e al Fondo monetario internazionale. Il partito di centrosinistra al governo ha perso nove punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti, ma il vittorioso centrodestra ne ha guadagnati 10 e non c’è stato alcun aumento nel sostegno agli estremisti. Nel paese non ci sono segni di una volontà dell’elettorato di tornare a forme di governo autoritarie.

L’Italia, diversamente dalla maggior parte dei suoi vicini del Mediterraneo, è riuscita finora a evitare l’intervento esterno. Tuttavia, come il Portogallo, ha sofferto uno stallo economico prolungato ancora prima dell’inizio della crisi nel 2008, e ora la sua debole economia è in fase di recessione. In ogni caso l’effetto più marcato della crisi non è stato la crescita degli estremismi, bensì quella dell’anti-politica. Alle elezioni municipali di maggio si è verificato l’exploit del Movimento cinque stelle del comico Beppe Grillo, una forza impossibile da collocare nello spettro politico. Anche se Grillo ha opinioni estreme in materia di economia – uscita dall’euro e default del debito pubblico – non sembra proprio che lui o il suo movimento possano minacciare la tenuta democratica del paese.

Persino in Grecia, dove il fallimento politico ed economico è stato devastante, c’è stata meno violenza di quanto ci si aspettasse considerando la portata del crollo. Nonostante la lunga storia di terrorismo del paese, non ci sono stati assassinii politici. Inoltre, anche se le strade sono state spesso teatro di dure proteste, il livello di violenza non ha superato quello delle rivolte dell’anno precedente al tracollo economico.

In Germania – dove la crisi non si è quasi fatta sentire e la disoccupazione è ai livelli minimi degli ultimi decenni – l’insoddisfazione dell’opinione pubblica per il soccorso economico ai paesi più deboli dell’eurozona è ormai molto profonda. Ciononostante nessuno dei tre partiti d’opposizione nel parlamento federale ha rotto con il governo sui bailout per ottenere un vantaggio elettorale.

L’opposizione extra-parlamentare ai bailout tra gli imprenditori e gli economisti è in continua crescita, ma non sta emergendo alcun gruppo anti-euro o anti-bailout in grado di rappresentare una minaccia alle elezioni federali dell’anno prossimo. Come in Italia, anche in Germania il più rilevante cambiamento politico è stato l’emergere dell’anti-politica, con la crescita del Partito pirata.

La Finlandia è uno dei pochi esempi di forte indebolimento del centro. Alle elezioni generali di 15 mesi fa il partito isolazionista dei Veri finlandesi ha quasi quintuplicato i voti. Tuttavia, nonostante le sue idee vagamente xenofobe, nel suo isolazionismo non c’è una forte componente anti-democratica.

La tendenza al rinnovamento

Fuori dall’eurozona il quadro è sostanzialmente lo stesso con l’eccezione dell’Ungheria (dove le norme democratiche sono sotto attacco) e recentemente anche della Romania. In ogni caso sia Bucarest sia Budapest devono ancora farne di strada prima di somigliare ai regimi autocratici degli anni Trenta.

Per capire cosa sta accadendo il paragone storico più utile non è con gli anni Trenta, ma con gli anni Novanta. All’inizio del decennio le democrazie post-comuniste dell’Europa centrale e orientale subirono uno shock profondissimo, passando dalle economie statalizzate a quelle basate sul libero mercato. Molte industrie nate durante l’esperimento comunista crollarono, così come il tenore di vita in seguito all’aumento massiccio della disoccupazione.

Allora la reazione politica più significativa non fu un’ascesa degli estremismi simile a quella degli anni Trenta, ma una fortissima e quasi universale tendenza al rinnovamento continuo. Durante gli anni Novanta, in decine di elezioni nei paesi in fase di transizione, nessun governo è stato rieletto.

E questo è esattamente ciò che sta accadendo oggi in Europa. Gli elettori rifiutano i politici in carica, non la democrazia o i suoi valori. Ci vorrebbe una depressione molto più profonda e duratura per spingere l’Europa verso il peggio. E purtroppo non è affatto improbabile.

Traduzione di Andrea Sparacino

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