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16 Gennaio 2012
Il portiere del Togo vittima dell´attentato di due anni fa. Morirono in tre sotto i mitra dei terroristi angolani, Obilalé vive sulle stampelle in Bretagna: "Me lo sogno ancora ogni notte"
La Coppa d´Africa maledetta, quella che non ha mai giocato, è scritta tutta lì, sulla sua gamba destra. Non si muove, non la comanda più. E un calciatore che vive sulle stampelle non è più un calciatore. «Ho sognato l´attentato ogni notte e ho ancora dolore, tutti i giorni». A 27 anni Kodjovi Obilalé è un ex portiere. Ha chiuso la sua carriera un proiettile che si è infilato nella vertebra, ed è arrivato al midollo. È cominciata così, nel 2010, la scorsa edizione della coppa: appena entrato in Angola, la mattina dell´8 gennaio, il pullman della nazionale del Togo viene assaltato. «Venti minuti di inferno. Mi colpirono ai reni e all´addome con raffiche di mitra, ma non ho mai pensato che sarei morto: sapevo che non era ancora arrivata la mia ora». A scatenare la sparatoria gli indipendentisti della provincia di Cabinda, la zona in cui il Togo stava andando a giocare il suo girone. Muoiono l´autista, l´aiuto allenatore, l´addetto stampa. Emmanuel Adebayor, la stella della squadra, se la cava con un grande spavento. Obilalé è il ferito più grave, nelle prime ore si diffonde addirittura la notizia della sua morte. Comincia invece un lungo percorso di riabilitazione. In Sudafrica, dove è rimasto due mesi dopo essere stato operato a Johannesburg, e poi in una clinica specializzata di Lorient, in Bretagna, cittadina dove vive oggi. Fino a qualche tempo fa, nelle interviste, gli chiedevano quando sarebbe tornato in campo: «Se lavorerò bene ce la farò, sono sicuro».Mese dopo mese, Kodjovi ha smesso di aspettare il giorno in cui avrebbe buttato via le stampelle. Ha capito che non sarebbe arrivato: una gamba recuperava, l´altra no. Difficile da accettare, difficile far capire ai suoi due bambini, di 9 e 3 anni, che tutto faceva parte del passato. La nazionale conquistata nel 2006, la convocazione al Mondiale di Germania, i viaggi per le qualificazioni, la speranza di strappare il posto da titolare. I campetti della quarta divisone in Francia, al Pontivy, e il sogno di fare il salto in Ligue 1. Di quella vita non è rimasto nulla. «Se esci dal giro conservi pochi contatti, i calciatori frequentano solo i calciatori. E io non sono più uno di loro. A ferirmi è la mancanza di considerazione. Anche la Federazione se ne frega, se ne fregano tutti», racconta a L´Equipe. Il quotidiano francese gli ha dedicato un reportage di due pagine: magari "Kodjo" lo aveva sempre sognato. Ma certo non per raccontare le sue giornate a Lorient tra tv, Facebook e lunghe chiacchierate con i ragazzi della drogheria africana di fronte alla stazione, i suoi nuovi amici. E, naturalmente, le ore passate nel centro di riabilitazione. Persa la speranza del campo, lì ha scoperto altro: «Il valore della vita. Stavo con persone che soffrivano molto più di me, amputati, tetraplegici. Ho capito che anche potersi alzare, guidare, è una fortuna». Le cure però costano tanto. E Obilalé non ha più un lavoro. Dall´Angola, paese organizzatore di quella coppa, non è arrivato nulla. Dal Togo la Federazione ha mandato un mazzo di fiori, il governo 50.000 euro. Centomila ne sono arrivati dalla Fifa, tutti spesi per terapie e operazioni, e qualche migliaio da Federazione e Lega calcio francesi. Due azioni legali sono in corso, una in Francia e l´altra in Angola. Non solo per i soldi dell´assicurazione, ma perché venga riconosciuta la sua condizione di vittima. Le richieste di Obilalé rischiano di perdersi tra le ramificazioni della burocrazia calcistica: l´associazione calciatori francese ha fornito un avvocato, ma complica le cose il fatto che Kodjovi in Francia non giocava tra i professionisti e per di più quando ha avuto l´incidente era con la maglia del Togo.
Nel frattempo, bisogna immaginare un futuro. Trovare un lavoro, fare colloqui. Scrivere nuove pagine, non solo in senso metaforico. Da un po´ Kodjovi si siede al computer e ricorda l´attentato, ma anche «come sono cresciuto in Africa e quando sono partito, a sedici anni, per andare in Francia a giocare. Tiro fuori tante cose». Perché la sua storia non è finita in quel pullman. Prima, e soprattutto dopo, con molta fatica, c´è tutto un mondo ancora da raccontare.











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