Perché al Maliki ha fatto arrestare centinaia di contractor americani

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Il premier ha voluto «mostrare i muscoli». Ma non è chiaro a chi sia diretto il messaggio: agli Usa, all'Iran, all'Arabia saudita?


Nelle scorse settimane le autorità irachene hanno arrestato qualche centinaio di contractor - molti statunitensi, tra cui anche quelli impiegati nell'ambasciata Usa - per problemi di visto, permesso di lavoro o detenzione di armi. La notizia ha fatto scalpore tanto che il New York times l'ha pubblicata in prima pagina.
Meno di un mese fa, il 18 dicembre, il presidente statunitense Barack Obama, mentre l'ultimo (?) soldato americano lasciava l'Iraq, dichiarava che le forze armate Usa stavano lasciando un paese «stabile e democratico», ma evidentemente non sovrano. Altrimenti come meravigliarsi del fatto che gli iracheni chiedono il visto per i visitatori e i lavoratori stranieri? In questo caso poi si tratta di «lavoratori» molto particolari che fanno lo stesso lavoro, a volte anche molto più sporco, dei soldati che sono appena partiti. 
I militari hanno lasciato l'Iraq perché nel 2012 non avrebbero più goduto dell'immunità, al loro posto si sono lasciati i mercenari, solitamente al di sopra o al di sotto della legge, non essendo inquadrati da nessuna normativa vigente. Evidentemente gli Usa, che utilizzano 11.000 contractor per proteggere i 5.000 funzionari della mega ambasciata oltre che per addestrare i militari iracheni all'uso dei carri armati e delle armi che Wahington ha venduto a Baghdad, pensano di poter continuare a controllare l'Iraq senza dover pagare il costo in denaro o vite umane (più di 4.000 caduti dal 2003). 
Le formalità burocratiche per i contractor sotto tiro sono state risolte, resta da vedere se il governo iracheno imporrà loro anche il rispetto della legge oltre che delle formalità sull'immigrazione.
Il primo ministro Nuri al Maliki ha voluto mostrare i muscoli per difendere la sovranità del paese? La questione viene liquidata come uno scontro tra apparati dello stato dai Repubblicani Usa che criticano invece l'atteggiamento della loro ambasciata a Baghdad e del Dipartimento di stato. 
In linea di principio l'atteggiamento di al Maliki è inoppugnabile ed è una risposta al malessere degli iracheni di fronte all'arroganza e alla violazione della legge da parte dei mercenari. Nel 2007, dopo l'uccisione di 17 iracheni in piazza Nisour, il governo iracheno aveva deciso di espellere dal paese la Blackwater, che aveva tuttavia subito trovato la scappatoia cambiando nome all'agenzia. I famigerati Blackwater, noti anche per la protezione garantita all'ex ambasciatore Usa a Baghdad Negroponte, sono i più famosi ma non gli unici sulla scena. A far concorrenza all'Academi (nuovo nome della Blackwater) è la Triple Canopy, che ha avuto 3 dei suoi contractor arrestati il mese scorso insieme a 12 iracheni, poi rilasciati. 
L'obiettivo del governo iracheno, con l'arresto dei mercenari, è solo quello di voler far rispettare la legge? La partenza degli americani è stata immediatamente seguita dal mandato di arresto per il vicepresidente Tareq al Hashemi, accusato di terrorismo. Al Hashemi esponente della lista laica al Iraqiya, che in seguito a queste accuse ha ritirato i propri rappresentanti dal governo, si è rifugiato in Kurdistan. La purga di Maliki ha riguardato anche professori universitari che non si annoveravano tra i suoi sostenitori. Ormai al Maliki è considerato da molti iracheni, soprattutto dai giovani, un nuovo dittatore. 
Le mosse di al Maliki, sempre più vicino alla politica di Tehran, dove ha passato gli anni dell'esilio, sono estremamente pericolose visto che nel paese è riesplosa la violenza. L'Iraq è diventato il campo di battaglia dello scontro tra Arabia saudita e Iran per l'egemonia nell'area. Schierarsi con uno dei contendenti non favorirà la pacificazione. In questo contesto la mossa contro i contractor forse è un altro segnale inviato a Tehran.

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