Di Paola e gli F-35, interesse al conflitto

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Il fantasma del conflitto d'interesse - dimenticato quello storico di Berlusconi premier - è riapparso come uno spaventapasseri nell'era del governo "tecnico".

Ha riguardato sottosegretari e ministri, da Malinconico a Clini fino a Profumo e non smetterà di "spaventare", tanto più che le dimissioni dei ministri in questione sembrerebbero voler dimostrare il valore "neutro" e perfino morale del nuovo esecutivo. Ma non sembra suscitare perplessità il conflitto d'interesse davvero pericoloso, anticostituzionale e amorale che è sotto gli occhi di tutti. 

La carica di ministro della difesa ricoperta per la prima volta da un generale in carica della Nato, Giampaolo Di Paola, presidente di tutti gli stati maggiori atlantici, è rivelatrice proprio della natura politica e di parte del governo Monti. Insieme alla vicenda degli F35, il caccia statunitense entrato di prepotenza nella manovra finanziaria governativa. Infatti, se il compito di questo esecutivo, di "salute pubblica" e a sostegno bipartisan, è quello di attivare processi nazionali e internazionali per riscattare il paese dalla crisi economica finanziaria, perché mai nella manovra c'è l'acquisto di ben 131 cacciabombardieri F-35 per più di 15 miliardi, una cifra che rappresenta quasi il 40% dell'ammontare dell'intera manovra? E perché mai questa scelta, che appesantirà il nostro debito pubblico, viene rappresentata nel governo dal ministro Di Paola, che è un generale della Nato in carica, e che nel 2002, come direttore nazionale degli armamenti, firmò al Pentagono il memorandum d'intesa che impegnava l'Italia a partecipare al programma degli F35? 
Sono domande legittime per diversi ordini di motivi. Perché il cacciabombardiere F-35 non è un giocattolo né un "servizio sociale" ma è tra i più micidiali strumenti di guerra. È soprannominato lightning perché, da depliant illustrativo, «colpisce il nemico come un fulmine, con una forza distruttiva e inaspettata». Ed è un cacciabombardiere di quinta generazione, concepito per le missioni di attacco, compreso il first strike, il primo colpo con missili armati anche di ordigni nucleari. Insomma, è un aereo che serve per la peggiore, nuova guerra. Perché un impegno preso nel 2002 dallo stesso generale Di Paola dovrebbe essere esaudito ora in epoca di crisi, vacche magre e tagli? Eppure il vantato e irresponsabile Ponte di Messina, cavallo di battaglia del governo Berlusconi, è stato accantonato vista la drammaticità della situazione. 
Purtroppo c'è una sola risposta a queste domande. Ed è la guerra, la sua legittimità ritornata d'attualità dal 1999, nonostante la nostra Costituzione la «ripudi». Con una novità: la versione "costituzionale" dei militari recentemente spiegata in tv dal "pacifista" generale Vincenzo Camporini. Interrogato sull'utilità degli F-35, ha bellamente risposto: «Servono a fare quello che abbiamo fatto in Libia... difendere gli interessi dell'Eni vuol dire difendere l'Italia». Ci racconti allora quali magnifiche sorti e progressive hanno prodotto le guerre «umanitarie» nei Balcani, in Somalia, in Libia e in Afghanistan, dove il generale Di Paola era impegnato fino al 16 novembre scorso, tanto da non poter prestare giuramento con gli altri ministri davanti al presidente Napolitano. Tutti conflitti armati - mentre se ne annunciano di nuovi - nei quali il generale Di Paola ha avuto modo di mostrare il suo "interesse al conflitto". Così è certo che la Difesa, pronta a spendere per gli F-35 con sostegno bipartisan, taglierà "tecnicamente" caserme e stipendi dei troppi, inutili graduati. Ma la guerra no. La guerra, uscita dopo la Seconda guerra mondiale dalla Costituzione e dalla porta del nostro ordinamento democratico, rientra ora dalla finestra per interposto interesse petrolifero dentro la crisi. Sorretta dal governo dei "tecnici", dal presidente del Consiglio Mario Monti, ex consigliere della Goldman Sachs e della Coca Cola, e dal ministro della difesa, il generale in carica dell'Alleanza atlantica, Giampaolo Di Paola. La cui rimozione momentanea, perché potesse diventare ministro, è stata decisa con gli Stati uniti, visto che la catena di comando della Nato è in mani Usa. L'Italia ora è una "tecnica democrazia atlantica" che, con una sorta di auto-golpe, promuove per la prima volta a ministro un generale in carica. 
A quando un generale presidente del Consiglio?

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