Responsabilità dei Contenuti in Rete la Multa e l'Ammissione di Google

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Talvolta dove non arriva la legge arriva il fuorilegge. Proprio mentre l'America si divide sulle nuove regole anti pirateria informatica, regole duramente osteggiate dai colossi di Internet, Google viene «incastrata» dall'Fbi con l'aiuto di un truffatore dalla fedina penale chilometrica, tale David Whitaker. L'accusa è pesante: aver lasciato reclamizzare sul motore di ricerca la vendita di farmaci illegali. Smascherata dagli eredi di J. Edgar Hoover, ora dovrà pagare una supermulta da 500 milioni di dollari (circa 384 milioni di euro), cifra imponente anche per chi ha in cassa 45 miliardi di dollari (35 miliardi di euro). In questo modo però l'azienda evita sorte peggiore, quella di essere processata. 
La notizia è rilevante per molte ragioni ma soprattutto per una: accettando di andare a una transazione, Google ammette per la prima volta di non aver controllato il contenuto del sito. E quindi ammette implicitamente che controllare, se si vuole, è possibile. L'ammissione rappresenta una discontinuità e un precedente importanti. Finora Google aveva sempre sostenuto di non poter essere in alcun modo considerata responsabile dei contenuti ospitati sul suo sito, così come il proprietario di un'autostrada non può essere considerato responsabile della guida degli automobilisti che vi transitano. 
Potenzialmente la novità introduce una crepa nella granitica barriera difensiva eretta da Google a tutela del suo modello di business, la cui «non responsabilità» è stata coerentemente e ripetutamente sostenuta dai suoi avvocati in questi anni. In alcuni casi, però, i giudici hanno cominciato a darle torto, come in una causa italiana intentata da Mediaset. Altri magistrati, in altri Paesi, hanno seguito una linea diversa. Tali divergenze di vedute probabilmente resteranno. Forse però la transazione americana spingerà l'azienda a prendere provvedimenti: controllare costa ma costano care anche le supermulte e i danni di reputazione.

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